La guerra in Vietnam è stata uno degli eventi più influenti della storia recente. Le conseguenze drammatiche del conflitto hanno segnato un intera generazione contribuendo alle grandi rivoluzioni culturali della fine degli anni ’60. Numerosi cineasti si sono cimentati con l’argomento, da Francis Ford Coppola con Apocalypse Now a Oliver Stone con Platoon. Ciascuno di questi titoli ha offerto un punto di vista diverso su una tragedia che ha posto l’essere umano ad affrontare una guerra senza senso, a dover combattere per qualcosa di cui non si percepiva il significato. Full Metal Jacket di Stanley Kubrick rientra tra i capolavori del genere, le citazioni che coinvolgono questo film si sprecano. Tutti conoscono qualche battuta a memoria, magari uno degli apostrofi volgari pronunciati dal sergente Hartman. Le motivazioni del successo sono varie e si possono ascrivere alla portata innovativa con cui il regista ha affrontato il tema.

L’opera si può suddividere in due parti ben distinte. Nella prima viene presentano l’addestramento delle reclute sotto il comando dell’implacabile sergente Hartman. Alcuni giovani, a cui sono affibbiati curiosi soprannomi come Joker, Cowboy, Palla di Lardo, Biancaneve, ci coinvolgono nelle loro vicende. Il soldato Palla di Lardo è il vero protagonista di questo segmento iniziale. È un ragazzo goffo su cui si concentrano gli insulti del sergente e le burle degli altri soldati; durante i duri allenamenti, come le prove ad ostacoli e i test fisici, mostra tutti i suoi limiti e difficoltà. Hartman è una presenza magnetica, con la sua capacità di tenere l’attenzione dell’osservatore sempre concentrata sulla scena. Ciò che lo caratterizza è un’ eccesso di volgarità e una disciplina ferrea tesa a trasformare i soldati in guerrieri pronti a uccidere in maniera razionale.

Sotto i continui rimproveri Palla di Lardo trova veramente qualcosa in cui è bravo, ovvero sparare: a quel punto sarebbe pronto a partire per il Vietnam. Ma in lui qualcosa è cambiato, non è più un essere umano si è trasformato in una macchina. Lo troviamo una sera seduto in bagno con il fucile al proprio fianco: gli occhi sono fissi, assenti, senza anima. Il sergente arriva per richiamarlo all’ordine ma Palla di Lardo lo fredda prima di uccidersi a sua volta; Il processo di alienazione è completato.

La seconda parte del film vede finalmente i soldati sul campo di battaglia. In questo frangente Kubrick riesce perfettamente a trasmettere l’inadeguatezza dell’esercito americano nell’affrontare quel tipo di combattimenti e l’assoluta mancanza di senso del conflitto. I soldati sono giovani, si sentono forti nelle loro uniformi. Ma anche loro, incalzati dalle domande del reporter, non sanno perché sono stati mandati in Vietnam, un luogo lontano moltissimi chilometri da casa. Il plotone deve affrontare dure marce attraverso un paesaggio tropicale ostile e disseminato dalle macerie di edifici distrutti dalle bombe. I protagonisti ad un certo punto vengono messi sotto scacco; i colpi provenienti dai palazzi li obbligano a coprirsi mentre attendono l’arrivo di rinforzi. Alcuni soldati, sottovalutando il pericolo, escono allo scoperto e perdono la vita. I sopravvissuti fanno irruzione per scoprire che a metterli in difficoltà è stato un unico cecchino, e per di più donna.

Kubrick ha diretto un film immortale con un approccio fortemente critico su un tema delicato. I temi più rilevanti sono prima di tutto l’alienazione: la sequenza dell’addestramento apre uno squarcio sull’educazione militare, finalizzata alla disumanizzazione dell’individuo. Il soldato deve imparare a uccidere in maniera rapida e cosciente guidato solo dalla razionalità. Non deve essere spinto dalla paura, perché la paura conduce i marines alla tomba.  Altro aspetto riguarda direttamente il conflitto in Vietnam, una guerra diversa dalle precedenti e a cui gli Stati Uniti si sono presentati senza l’adeguata preparazione. È stata una carneficina in cui a pagare maggiormente sono stati gli innocenti e una generazione di giovani stroncata di tutti i sogni. Un evento indelebile destinato a influenzare gli artisti per l’eternità.

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