Villa Necchi Campiglio, la famosa residenza dell’omonima famiglia progettata originalmente da Piero Portaluppi, ospita fino al 15 settembre 2019 la “Stanza di De Pisis”, a cura di Paolo Campiglio e Roberto Dulio. Questa mostra è detta “la Stanza” in quanto riunisce per la prima volta la collezione di opere di Luigi Vittorio Fossati Bellani, che erano raccolte in una stanza nella sua casa di Roma.

L’esposizione, organizzata dal FAI, il fondo ambiente Italiano, è un omaggio al collezionista. Alcuni quadri sono esposti al pubblico per la prima volta e sono davvero imperdibili. Il biglietto comprende sia la visita alla Villa, una vera perla dell’architettura Milanese, sia la mostra, sita all’ultimo piano della struttura, dove un tempo si trovavano le camere dei domestici.

Luigi Vittorio Fossati Bellani

Nato a Monza il 16 ottobre 1889, proveniente da una famiglia di abbienti industriali tessili, Luigi conseguì la laurea in Ingegneria in Germania e tornò in Italia per combattere nella Prima Guerra Mondiale. Al termine della Grande Guerra, visse prima a Venezia e poi a Firenze, dove strinse amicizia con Aldo Palazzeschi e Marino Moretti.

Penelope di Alberto Savinio
Una delle opere della mostra, “Penelope” di Alberto Savinio

Il secondo lo introdusse a Filippo De Pisis e Luigi si innamorò subito dello stile e delle doti di colorista dell’artista, diventando un collezionista delle sue opere. All’inizio degli anni Trenta il Bellani si trasferì a Roma, in un grande appartamento a Palazzo Tittoni, sito in via Rasella, scenario dell’attentato partigiano del 23 marzo 1944, che porterà all’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Luigi Vittorio Fossati Bellani fu coinvolto nei rastrellamenti tedeschi. Venne rilasciato, ma provato fisicamente dall’accaduto, morì qualche giorno dopo, il 3 aprile 1944.

Gli artisti della mostra

Le opere raccolte in questa mostra sono un lascito del Bellani, che amava non solo Filippo De Pisis, ma anche l’accostamento delle sue opere ad artisti come Antonio Antony de Witt, Ottone Rosai e Alberto Savinio. 

La collezione è sicuramente una virtuosa unione tra questi pittori, anime poliedriche dei primi decenni del 1900. Appassionati non solo di arte, ma anche di musica, oggetti e arredi preziosi, avevano colpito la fantasia e scatenato l’ammirazione di Luigi Vittorio Fossati Bellani, che, come già asserito, li riunì in una stanza.

La Stanza

L’idea della mostra ha origine da una delle opere presenti nello studio di Angelo Necchi, a Villa Necchi Campiglio, “La Tinca” (1928), che fa parte della raccolta d’arte del ‘900 di Claudia Gian Ferrari donata al FAI. La Ferrari, deceduta prematuramente nel 2010, aveva infatti destinato in prestito permanente 44 opere per la sede milanese del FAI di Villa Necchi Campiglio. Era figlia di Ettore Gian Ferrari, gallerista e storica dell’arte, proprietaria della galleria in Via Clerici. La sua donazione ha dato maggior vitalità alla storica villa meneghina, arricchendola di un immenso valore artistico.

L’intento di svelare la storia del quadro “La Tinca” ha fatto sì che si scoprisse quella del suo primo proprietario. Da qui, l’idea di ricreare la famosa stanza Romana del Bellani. L’allestimento, difatti, rispecchia l’originario gusto del collezionista e racchiude ventuno dipinti realizzati tra il 1916 ed il 1943. Tra questi ne troviamo ben sedici di Filippo De Pisis, tre di Antonio Antony de Witt, uno di Ottone Rosai e uno di Alberto Savinio.

La Tinca di Filippo de Pisis
“La Tinca”, di Filippo De Pisis

Tra i quadri di De Pisis spiccano il “Bacchino” (1928), da anni dato per disperso, “San Sebastiano” (1930) per la prima volta esposto al pubblico e la serie di dipinti ideati nella primavera del 1935 durante un soggiorno dell’artista a Londra. Vi è anche una serie di tele realizzata proprio a casa di Luigi Vittorio Fossati Bellani nei primi anni ’40, frutto della loro profonda amicizia e dell’ospitalità del collezionista.

Grazie alle gigantografie che riproducono la stanza originale, catturate in una campagna fotografica di documentazione realizzata nell’appartamento del Bellani negli anni ’60, sembra proprio di entrare nella camera Romana prima che la collezione fosse smembrata. Le fotografie si alternano ai quadri, dando un effetto quasi realistico.

Il FAI si è impegnato non solo ad allestire la mostra, ma anche a recuperare i quadri andati dispersi dopo essere stati venduti a vari collezionisti. Difatti, le opere erano state vendute senza un vero e proprio criterio, per cui ritrovarle tra i vari collezionisti è stata una sorta di caccia al tesoro da parte del Fondo.

Se state passando questa torrida estate a Milano, l’ideale è rinfrescarsi un po’ con un bagno di cultura Novecentesca.

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FONTI

CREDITS

  • Copertina – fotografia dell’autrice
  • Immagine 1 – fotografia dell’autrice
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