In un periodo storico in cui i giovani vengono accusati troppo spesso di essere scansafatiche o eccessivamente disinteressati al mondo che li circonda è bello trovare chi possa contraddire queste affermazioni. La politica, infatti, riguarda ogni cittadino, dal più giovane al più anziano, Millennials compresi. Per questa ragione abbiamo intervistato Orazio Maria Gnerre, Millennial molto attivo nel campo della politica.

Orazio ci porta la testimonianza di un ragazzo di appena 26 anni, da sempre interessato ai meccanismi del mondo che lo circonda, passione che ha coltivato laureandosi in scienze politiche.

Il legame con la politica

Orazio Maria Gnerre
Orazio Maria Gnerre

Puoi parlarci dell’organizzazione Millennivm-Pce?

Certo! Trattavasi di un’associazione culturale da me costituita alla tenera età di 17 anni, con cui abbiamo anticipato tante tematiche ormai comuni del dibattito politico. Abbiamo creato una rivista, un sito web, fatto più di cinquanta incontri, e tutto con la sola forza di volontà (e forse troppo tempo libero). Il discorso fondamentale che portavamo avanti era quello dell’importanza della transizione da un’organizzazione mondiale fondata sulla centralità dell’Occidente, del suo modello di sviluppo, del suo sistema economico e della sua ideologia, a un ordine plurale, più equilibrato e pacifico in cui le culture avrebbero potuto vivere autonomamente secondo i propri standard.

Vuoi chiarire la tua posizione in politica?

Io mi definisco un comunitarista, che più che una posizione è un’antropologia sociale e una filosofia politica. Per farla brevissima, credo che la natura dell’uomo sia sociale, e non individualistica, e che prima dell’interesse economico individuale debba venire il benessere collettivo. Questo è quanto.

Il rapporto con il giornalismo

Raccontaci un po’ come mai vieni intervistato così spesso e su cosa, e cosa ti è capitato ultimamente.

Partiamo dal presupposto che mi occupo di un po’ di cose, studio determinati ambiti della politica, e sono spesso intervenuto, e su più testate, a tal riguardo. Diciamo poi che da un po’, a causa del mio impegno nella questione del Donbass, che a mio avviso rappresenta un’emergenza umanitaria importante, sono finito al centro dei riflettori mediatici.

Ma già prima di questo, ero stato attenzionato da un giornalista le cui accuse mi sono già preso la briga di smontare, tale Mattia Salvia, che da quel che mi risulta era un freelancer per Vice e adesso, credo, per Wired. In poche parole, mi ha intervistato una prima volta per Vice su alt-right e populismo distorcendo completamente le mie opinioni, decontestualizzando le frasi e mettendomi in rapporto con realtà da cui avevo fortemente preso le distanze nel testo stesso dell’intervista, che per fortuna ho conservato e ripubblicato. Nell’ultimo articolo si dice più o meno che sono la mente occulta del sovranismo italiano, che fa già abbastanza ridere come opinione, considerato che si parla di miei pezzi, video, interviste e attività di quando avevo venti anni o giù di lì. Per carità, io non mi considero un “sovranista”, nel senso che non credo che la dimensione dello stato nazionale abbia più rilevanza storica. Certo, sono per la sovranità popolare e politica nei confronti dei mercati, ma non sono in via di principio contro gli organismi internazionali, purché siano espressioni politiche e democratiche in senso autentico. Oltre a questo mi si applica un’etichetta che ormai è diventata veramente di moda, quella di “rossobruno”, che spieghiamo ai nostri lettori non essere una varietà appenninica di orso, ma una definizione ondivaga che significherebbe “un po’ comunista un po’ fascista”. Ho risposto a queste accuse in un’altra intervista, in cui parlo del fenomeno. È tanto difficile difendersi da queste accuse demenziali quanto spiegare cosa davvero significhino. Non esiste una teoria del rossobrunismo, e se esistesse sarebbe facile discostarsene. Ma visto che non esiste, ci si sente liberi di applicarti l’etichetta a caso.

Quando questo viene fatto dai giornalisti assume contorni veramente inquietanti. Significa che non esiste più voglia di capire i fenomeni per descriverli, ma solo l’intenzione di descriverli per come si immagina di averli capiti. Spiegato facile, è un giornalismo pregiudiziale. Peccato però che con il pregiudizio non si informa ma si riproduce l’ignoranza.

Il giornalismo contemporaneo

Cosa pensi del giornalismo contemporaneo? Quali potrebbero essere delle possibili soluzioni secondo te?

In parte ho parlato proprio di questo nell’articolo che ho scritto per smontare tutte le falsità che sono state scritte dal Salvia su di me. Nello specifico sostenevo che ormai è invalso un determinato modello, esportato dagli USA e che sta prendendo piede anche in Italia, dell’informazione di basso livello, con target giovanile e giornalisti sottopagati o con contratti ultraflessibili, che comunque non devono avere nessuna qualità culturale particolarmente sviluppata. Devono, per farla molto breve, conoscere le meccaniche social del bait, del flame e così via, ma non devono essere interpreti complessi della realtà. E questo perché anche se i giornali che gli danno spazio sono spesso appartenenti a società multimiliardarie, la parte maggiore degli investimenti se ne va in marketing.
Come scrivo anche nell’articolo, per queste società questo non è un problema ma un vantaggio, laddove lo stile del giornale deve essere quello finto-indipendente. Il modo di scrivere gli articoli, con un taglio confidenziale e le opinioni iper-polarizzate tipiche di chi non ha capacità di leggere complessamente la realtà, è esattamente l’obiettivo che si vuole raggiungere per mantenere un’identità di brand. Questo chiaramente è la morte di un certo giornalismo.

Se in Italia tiene ancora (in parte e per poco) un altro tipo di giornalismo, dobbiamo ricordare che anche quello dell’informazione è un mercato, e come ogni aspetto del mercato in Europa sta venendo fortemente deregolamentato, in convergenza col modello degli USA. Questo proprio mentre la globalizzazione delle idee avvenuta a mezzo Internet, che non è intrinsecamente una cosa negativa, ci sta portando sul livello concettuale del dibattito americano, che è molto basso. Ultimamente lo stesso Fukuyama si è accorto di come Internet e queste meccaniche dell’informazione contemporanea stiano creando una società sempre più divisa in bolle identitarie, dove non c’è alcuna comunicabilità tra le parti. La cosa assurda di tutto questo è che non c’è nessuno che difenda sul serio il principio democratico di costruzione veritativa attraverso il dialogo.

Per farla molto breve, se è vero che da un lato abbiamo una destra populista escludente, la sinistra non è da meno, con l’accusa di fascismo sventolata alla minima esposizione di pensiero critico o, perché no, anche di pensiero stupido. Ortega y Gasset diceva all’inizio del secolo scorso che dirsi di destra o di sinistra era un modo per classificarsi come imbecilli. E pensare che nella sua epoca e anche poco dopo abbiamo avuto esponenti di grande rilievo culturale per entrambe le correnti, oltre che un dibattito proficuo che oggi rimpiangiamo… Chissà cosa avrebbe detto della realtà demenziale di oggi. Il giornalismo nel mondo, e in Italia nel prossimo periodo, è già in questo tritacarne. Alla fine di quest’epoca non ne rimarrà nulla, a meno che la sua essenza non sia salvata dal vero giornalismo indipendente, cioè quello autorganizzato, che sfrutta le possibilità libertarie della rete (e che purtroppo sta pure per essere fregato dalle proposte di riduzione della banda a chi non dispone di larghi capitali…) e la criticità dei suoi collaboratori. Speriamo in questo.

La rete Internet

Pensi che una maggiore attenzione all’educazione civica digitale (scelta di fonti più accurata, lettura critica dei contenuti, ecc) possa aiutare?

Senz’altro! Il problema però è uno, e cioè che Internet non è neutrale, anche se è nato per esserlo e molti movimenti hanno portato avanti questo tipo di progettualità. Purtroppo non esiste campo del vivere umano che in questo momento storico non sia colonizzato dalle meccaniche di mercato.

Ad oggi, anche se Internet dovrebbe fornire le stesse possibilità a tutti, ci sono molte cose che impediscono tutto ciò: già ho citato le proposte di legge negli USA per la riduzione di banda ai siti indipendenti, che non dispongono di grandi mezzi economici per garantirsi la sussistenza; i soldi la fanno da padrone anche nell’informazione, laddove i metodi di promozione pubblicitaria per l’aumento delle visualizzazioni funzionano in questo modo. Non ultimo, è stupido credere che Google, Facebook e altre multinazionali che hanno cartellizato Internet siano neutrali per essenza. Sono gli algoritmi di ricerca di Google, che sono a loro volta creati dai suoi sviluppatori, a scegliere per te cosa è meglio che tu legga prima (che significa letteralmente “cosa è meglio che tu legga, e basta”). Non è infrequente vedere la censure di Facebook imporsi su contenuti di tipo politico. Certo, a noi è detto che questo è fatto solo nei confronti dell’hate speech, e che quelli che vengono eliminati sono i messaggi della destra radicale, quindi dovremmo essere felici perché queste tecniche tengono pulite l’opinione pubblica.

Ora, a parte la stupidità di questo ragionamento, per cui per prima cosa non si capisce perché debba essere una società privata e non le istituzioni a decidere cosa sia permesso o meno dire, e per seconda cosa non si comprende che le opinioni si diffondono anche e soprattutto fuori dall’ambito dei social, per cui ciò che non si sfoga su Internet può comunque esplodere nelle strade (e la guerra tra poveri in tutta Europa ce lo sta dimostrando ampiamente), la verità è che non potremmo mai sapere il perché e il modo in cui queste cose vengono attuate. Ultimamente ad esempio Alessandro Pascale, un intellettuale marxista davvero in gamba, segnalava come da un pezzo tentava di promuovere la vendita del suo libro (peraltro molto bello, consigliato!) “In difesa del socialismo reale”, e Facebook glielo impediva. Insomma, possiamo discutere all’infinito sull’applicabilità nel XXI secolo del marxismo-leninismo del secolo precedente, ma questa è una valutazione che dobbiamo fare noi con gli strumenti intellettuali, non la può fare un anonimo dipendente di una multinazionale, o ancora peggio un algoritmo.


FONTI
Intervista dell’autrice a Orazio Maria Gnerre
CREDITS
Copertina: Lo Sbuffo
Immagine 1: dall’account Facebook di Orazio Maria Gnerre