Le forme artistiche hanno da sempre come ambizione quella di rappresentare il mondo, o uno dei mondi possibili. Che sia una resa realistica, una visione soggettiva o un’interpretazione personale, l’arte, in ogni sua declinazione, fornisce a suo modo uno specchio della realtà. Uno dei soggetti privilegiati della rappresentazione artistica, che questa sia letteraria o intesa come arte visiva e pittorica, è senza ombra di dubbio l’uomo. Certamente l’arte nel corso dei secoli ha subito dei cambiamenti, ha attraversato diverse epoche e sono molti i movimenti artistici che si sono succeduti.

Non solo è mutata la percezione che l’umanità ha dell’arte, ma si assiste anche all’evoluzione di come l’artista vede l’uomo e, di conseguenza, di come questo viene rappresentato. Per quanto riguarda l’ambito letterario, sin dalle origini gli autori hanno utilizzato la scrittura come strumento di indagine per capire e interpretare l’uomo in ogni sua sfaccettatura. Si è infatti preso in analisi l’essere umano declinato in ogni contesto: in quello sociale, antropologico, sentimentale, psicologico etc… Ma il modo di scriverne e di considerarlo è tutt’oggi in continua evoluzione.

In una prospettiva diacronica è possibile delineare una linea temporale che descrive il percorso evolutivo della rappresentazione letteraria dell’uomo e dunque anche del personaggio, giungendo infine all’elaborazione di una sorta di tipologia storica. Il primo iniziale mutamento del personaggio all’interno del romanzo deriva sicuramente dall’influenza che il mondo cristiano ha avuto in prima battuta sulla società e di conseguenza anche sulle forme letterarie.

Le prime grandi rappresentazioni letterarie, ovvero quelle omeriche, presentano un personaggio monolitico e determinato da fattori a lui esterni, come il fato o il volere divino. L’introspezione psicologica e l’indagine sull’interiorità sono elementi introdotti successivamente proprio dal cristianesimo: il rapporto che l’uomo crea con Dio è intimo e privato, proprio per questo la letteratura tende poi a ricreare un legame di questo tipo anche con altri aspetti della vita, non solo con quelli strettamente connessi alla sfera religiosa. Si hanno infatti personaggi maggiormente approfonditi per quanto riguarda l’interiorità, un mutamento in parte anticipato da autori latini come Ovidio, Apollonio Rodio e Virgilio.

Un’altra svolta significativa per la rappresentazione del personaggio nella letteratura si ha verso la fine del Medioevo con Boccaccio. Si impone infatti un personaggio con una personalità storica e contingente, che agisce sostenuto dal proprio ingegno e non sospinto da forze provvidenziali. Questo tipo di uomo, con una sua morale indipendente, diventa poi il modello principale di individuo romanzesco, che predomina lungo tutta l’età moderna e caratterizza la narrativa successiva sino a oggi.

La prima fase del romanzo moderno è caratterizzata dal Bildungsroman – ovvero il romanzo di formazione – che ha come nucleo narrativo il conflitto tra l’identità del soggetto rappresentato e l’immagine che di lui hanno gli altri. Questo tipo di personaggio è generalmente sicuro di sé, fiducioso e mosso dal desiderio di ottenere qualcosa, volto dunque all’autodeterminazione. Nella seconda metà dell’Ottocento si ha però un cambio radicale: l’uomo rappresentato nel romanzo perde la sua capacità di incidere sul reale o di dare una sua interpretazione di ciò che avviene. Questo processo raggiungerà poi il suo apice e la sua massima realizzazione nel Novecento.

All’inizio del XX secolo infatti, in seguito anche alla grande influenza esercitata dalla psicoanalisi sulla narrativa, il personaggio tende a dissolversi e si riduce a  un “succedersi di atomi psicologici, dotati di una straordinaria autonomia”, come ricorda Debenedetti. Questa tipologia di personaggio è quello messo in scena da autori come Pirandello, Svevo, Proust e Kafka. In questo momento storico compaiono personaggi come Zeno Cosini o Mattia Pascal, uomini in conflitto con se stessi in primis, ma anche con il mondo che li circonda, incapaci di trovare il proprio posto nel mondo e di vivere armonicamente con la comunità.

Il processo di disgregazione della personalità e l’avanzata delle incertezze raggiungono il loro culmine nel romanzo postmoderno, sviluppatosi tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta dello scorso secolo. In questo periodo il personaggio appare privo di un’identità definita, giunto ormai alla completa disgregazione del sé. La situazione sembra invece svoltare nuovamente nel romanzo contemporaneo.

L’uomo è raffigurato a 360 gradi, viene resa tutta la complessità del soggetto senza eccessive semplificazioni. Si nota infatti una tendenza generale all’individualismo, un codice di traducibilità che permette al personaggio di rivestire ruoli e identità differenti. Insomma, nella contemporaneità si assiste a un ulteriore sbiadire del personaggio che da una parte è diverso dalle rappresentazioni romanzesche precedenti in quanto profondamente consapevole di se stesso, dall’altra però depressione e vuoto esistenziale prendono il posto che la lotta con la società aveva avuto nel muovere le fila del romanzo, soprattutto in quello realista.

Per quanto riguarda invece le arti figurative, nel corso dei secoli si assiste a una totale evoluzione nel modo di dipingere e in particolare nella stessa idea di ciò che significhi fare arte, così com’è avvenuto per il romanzo. Su queste tematiche si sofferma l’opera L’eclissi del volto, di Itzhak Goldberg, professore di storia dell’arte all’Università di Saint-Étienne, edito per Marietti 1820 e pubblicato nel maggio 2019. Si tratta di un breve saggio, tratto dal volume dello stesso autore L’art du vide, che ripercorre il cambiamento nell’arte che si verifica lungo il XX secolo: in questo periodo si assiste in merito al soggetto a una tendenza insolita, quella in direzione dell’anonimato piuttosto che della specificità e del dettaglio  minuzioso.

La metamorfosi della figura umana la porta dall’essere ampiamente rappresentata alla semplice apparizione. I tratti che hanno caratterizzato quello che viene definito il “periodo d’oro” della pittura – il Rinascimento – come l’attenzione all’espressività e alla trasmissione dell’aspetto psicologico di ciascuna figura, vengono ora meno. In questo processo di climax discendente che ha inizio a partire da Goya, il volto si svuota del suo contenuto e diventa una mera facciata. Tutto ciò, secondo l’autore del saggio, non è altro che l’emblema di quello che accade anche all’interno della società. Si assiste infatti al vacillare delle strutture sociali e al predominare dell’anonimato e dell’alienazione. Questo mutamento delle condizioni nelle quali vive l’uomo si riflette anche nell’arte.

In apertura si trova un’interessante prefazione, a opera di Jean Luc Nancy, filosofo francese considerato tra i più illustri esponenti del decostruzionismo – indirizzo filosofico e critico che manifesta la tendenza a rilevare contraddizioni e lacune nei testi filosofici e letterari, negando ogni oggettività ai metodi razionali d’interpetazione – a livello internazionale. Nancy espone una complessa, ma utile ai fini dell’interpretazione dell’opera, riflessione riguardante il concetto di vuoto. Il filosofo spinge il lettore a rivalutare l’idea che ha del niente. Tendenzialmente, infatti, alla parola “niente” si è soliti associare la mancanza di qualcosa, la stessa cosa vale per “nessuno”.

A differenza di tutti i contenitori, o di tutti gli involucri non vuoti, il vuoto designa se stesso sia come involucro sia come contenente contenuto in sé medesimo e a esclusione di ogni altra cosa se non questa cosa stessa, in sé, che si dà a se stessa. (…) Quando è possibile entrare in un luogo, è perché non è vuoto: è occupato dalla possibilità che ci si entri. Ma il vuoto pieno di niente non è penetrabile: al contrario è lui che penetra e ci attraversa.

Con queste parole Nancy cerca di rendere chiaro un concetto che forse chiaro non è, o almeno non nell’immediato. Ciò che si è soliti definire “vuoto” non è propriamente l’assenza di qualcosa ma la possibilità di riempire questo vuoto con qualcosa d’altro. Ed è proprio questo concetto, applicato all’ambito artistico, che Goldberg cerca di spiegare.

Il luogo in cui il vuoto si può esprimere nel migliore dei modi è proprio il volto; da qui, appunto, il titolo del libro. Un libro che di per sé non è molto voluminoso – appena una sessantina di pagine – ma che al suo interno racchiude una riflessione articolata sulla tematica. L’autore non solo presenta l’argomento in modo chiaro e facilmente comprensibile, pur trattandosi di una tematica filosofica e perciò non semplice da comprendere, ma cerca anche di delineare un percorso temporale dell’evoluzione della rappresentazione del volto e dei suoi significati.

Si trovano nel libro numerosi esempi e immagini, utilizzate proprio per rendere il più possibile chiaro il pensiero dell’autore e il percorso che svolge. Tra le pagine si possono scorgere quadri come Deux hommes en pied di Degas, Capriccio n. 6 di Goya, I giocatori di carte di Cezanne e molti altri. Ovviamente, sono tutti accomunati dal fatto di mettere in scena volti che, per la forte espressività o per la totale assenza di essa, sono significativi per il percorso delineato.

Sebbene l’opera di Goldberg possa sembrare una sterile digressione storica su una specifica tematica artistica, non è così. Infatti, attraverso questa riflessione, l’autore mette in risalto come

questi volti sono un’arma artistica nelle mani di autori che criticano una società il cui volto ha perso ogni traccia umana, una società inquietante con De Chirico, rivoltante con Grosz o Hausmann.

Tuttavia, esiste un’equivalente positivo di questa visione, che non è completamente demonizzante nei confronti della società. Nella trasformazione delle forme artistiche si può notare l’emergere di un uomo nuovo, che rappresenta la modernità. Ovviamente, la questione ha in sé mille sfaccettature, che si possono cogliere leggendo l’opera e osservando attentamente le immagini che vengono riportate come esempi. Goldberg prende dunque per mano il lettore e lo accompagna in un viaggio attraverso le arti figurative, alla scoperta di come l’uomo, la società e la percezione di questi siano cambiati nel corso del tempo.

 


FONTI

L’eclissi del volto, I. Goldberg, Marietti 1820, 2019

La comunicazione narrativa, Dalla letteratura alla quotidianità, S. Calabrese, Bruno Mondadori, 2010