Se un dipinto riesce veramente a scavarsi la via sino al tuo cuore e a cambiare il modo in cui vedi il mondo, e lo pensi, e lo senti, non ti viene da dire, “oh, amo questo dipinto perché è universale”, “amo questo dipinto perché riesce a parlare con l’umanità intera.” Non è questa la ragione per la quale le persone amano un’opera d’arte. È un sussuro segreto in un vicolo. Psss, tu. Hey ragazzino. Sì, tu. […] Tu vedi un dipinto, io ne vedo un altro, il libro di arte lo pone sotto ancora un’altra luce; la signora che compra la cartolina di benvenuto al negozio del museo vede ancora qualcosa di completamente diverso, senza neanche contare le persone che sono separate da noi attraverso il tempo – quattrocento anni prima di noi, quattrocento anni dopo che ce ne saremo andati – esso non colpirà mai nessuno nello stesso modo e la maggior parte delle persone non ne verrà mai toccata in modo veramente profondo, ma un dipinto davvero grande è abbastanza fluido da lavorarsi la propria via nella mente e nel cuore attraverso infiniti angoli, in modi che sono sempre unici e assolutamente particolari. Tuo, tuo. Io sono stato dipinto per te.

– The Goldfinch, Donna Tartt.

Copertina originale di The Goldfinch.

Se venisse domandato a chiunque nel nostro paese di elencare i più grandi scrittori contemporanei, raramente si sentirebbe includere il nome di Donna Tartt nell’illustrissima lista. Pluriacclamata autrice oltreoceano, vincitrice di numerosi premi, tra cui il prestigioso Pulitzer, diventata fenomeno internazionale in giovanissima età col suo primo capolavoro risalente agli anni del college, The Secret History, in Italia è praticamente sconosciuta, fatta eccezione per rari palati poliglotti che non si spaventano facilmente alla vista di enormi volumi in lingua originale.

Probabilmente il motivo dello scarso interesse del Bel Paese nei confronti di un tale prezioso talento dipende proprio da questo: tradurre efficacemente il suo inglese sagace ed elegante, crudo, eppure impregnato di una sensibilità a tratti terrificante, si è dimostrata un’impresa praticamente impossibile anche per i linguisti più capaci; non si tratta di un difetto di forma, né di scarsa professionalità: semplicemente, perfino l’italiano, la lingua musicale per eccellenza, poco si presta a fare da eco a un ritmo antico, strappato via dall’età dell’oro ellenica, eppure al medesimo tempo così freddamente urban come solo l’americano, specialmente in così abili mani, è in grado di essere. Il risultato, purtroppo, è che ogni libro della Tartt immancabilmente perde ogni sua magia appena un traduttore prova a trasferirne l’incantesimo in un’altra lingua. Le nostre versioni di The Secret History, per esempio, diventato per noi il noisissimo Un Dio di Illusioni, ne sono la triste e più lampante conferma. Chiunque si trovasse tra le mani una di queste opere in traduzione, si chiederebbe certamente dove in esse possa mai risiedere il genio.

È necessario dunque precisare che Donna Tartt, prima di tutto, è l’esempio lampante dell’enorme potere che la scrittura, sola, strappata di ogni altro abito o scusante, è in grado di possedere.

La prima cosa da capire sulle sue opere è questa. Non si leggono i suoi libri per la trama – nonostante la trama sia sempre efficacissima e avvincente; non si leggono i suoi libri per i personaggi – nonostante essi siano sempre dipinti viventi di un’umanità talmente sconvolgente da rivaleggiare con quelli di Proust o Dostoevskij; Donna Tartt si legge primariamente per la sua maestria con le parole, maestria che è sempre in grado di trascendere tutto il resto e di lasciare il lettore avido, ipnotizzato e tremendamente invidioso a supplicare solo di poterne avere ancora.

Nessuno dei tre romanzi della scrittrice (The Secret History, The Little Friend, The Goldfinch) è al di sotto delle cinquecento pagine. E se esse rappresentano migliaia e migliaia di lettere d’agonia in altre lingue, in originale sono un dono che ha fine sempre troppo presto.

E Il Cardellino, o come noi preferiamo chiamarlo, The Goldfinch, non è da meno.

I futuri lettori sono quindi avvisati: leggere questo capolavoro in una lingua che non sia quella originale significa subire un’enorme perdita artistica, estetica, umana, intellettuale, rispetto ai mondi che esso – e la scrittura che vi è racchiusa – sarebbe senza dubbio in grado di donare.

Donna Tartt, servizio fotografico per The Goldfinch.

The Goldfinch dunque, vincitore del Premio Pulitzer 2014, prende il nome dall’omonimo dipinto del pittore olandese Carel Fabritius, uno dei più promettenti tra gli allievi di Rembrandt – opera che figura sulla stessa copertina del romanzo, appena intravista dietro un pezzo di cartone squarciato, posticcia protezione per qualcosa di fragile tanto quanto può esserlo solo il cuore umano. Non è un caso. Ma non vogliamo qui svelare particolari della trama che è fondamentale che il lettore districhi da sé.

Un enorme dolore, e uno che sto solo cominciando a capire: non ci è dato scegliere i nostri cuori. Non possiamo obbligarci a volere quello che ci farebbe bene o quello lo farebbe ad altri. Non ci è dato scegliere le persone che siamo.

La trama, quindi, verrà qui appena abbozzata: il romanzo segue dieci anni della vita di Theo Decker, prima sensibile ragazzino newyorkese di appena tredici anni e poi tormentato giovane uomo, segnato da un’incontenibile tragedia che lo porterà, per citare la giornalista di «The Guardian» Kamila Shamsie, a perdere sua madre, e ottenerne in cambio un dipinto. La tela del Cardellino in catene di Fabritius diventerà il perno e il simbolo di tutta la vicenda, unico punto fermo e inalienabile in un mondo turbinoso e senza alcuna pietà, eppure colmo di così tanta bellezza da togliere letteralmente il fiato. Tra i labirinti di ferro e velluto di Manhattan, nella crudeltà dei suoi musei, lungo le polverose e soffocanti strade sterrate di Las Vegas, nell’universo ovattato e ligneo di una bottega di antiquariato e dietro ai riccioli rossi di una sconosciuta, Theo continuerà a perdere e ritrovare se stesso, sino a che lo stesso Cardellino non sarà la chiave della sua maliconica, seppur tanto meritata, rinascita.

Ma The Goldfinch è a stento un romanzo che parla del proprio protagonista – così come a stento smette mai veramente di parlare a chi lo ha letto. È un’esperienza profonda, impietosamente personale. Il viaggio di Theo, il suo dolore, il suo estremo amore per una vita che non ha mai fatto altro che torturarlo, è in realtà un viaggio attraverso noi stessi, un viaggio che sfiora, con tenerezza, con sadismo, ogni più piccola parte nascosta di noi, tutto ciò che abbiamo mai amato, tutto ciò che temiamo di più, solo per poi restituircelo con una nuova solennità, con nuovo colore, in qualche modo rivelato nel suo scopo; è un romanzo interamente costruito sulla e per la disperazione, ma quella particolare disperazione che è necessaria a donarci il sollievo di cui tanto avevamo bisogno e del quale non abbiamo mai osato metterci alla ricerca. In qualche strano modo, quelle parole possono condurci al sicuro, salvarci, dimostrarci che è possibile essere in pace con i nostri pezzi devastati, con le rovine del nostro spirito, perché in fondo è questo e solo questo che potrebbe mai renderlo un’opera d’arte. L’arte, come noi, non si compone di perfezione, di completezza, ma di difetti magnifici, di puntini di sospensione, di errori imperdonabili.

Questo romanzo ci mostra spietatamente, maternamente, che siamo noi a essere quel Cardellino in catene, fiero, stanco, intrappolato, e che, nonostante tutto questo, mai abbasserà il capo, mai si arrenderà, mai perderà la propria bellezza e la propria dignità – e che è stato dipinto immortale da Fabritius proprio per questo motivo. Non importa la gabbia, non importano le ferite o quel viaggio spettacolare da cui non si può tornare incolumi che è la vita: nonostante e proprio grazie a questo, noi continuiamo a essere infinitamente coraggiosi, infinitamente grati, infinitamente pieni di luce.

Di questo, alla fine, ci parla The Goldfinch, di come sia possibile imparare a guarirci, di come le vie per farlo possano sembrare folli a tutti gli altri, di come comunque la bellezza del mondo non sia dettata dalla sua perfezione, ma da quella particolare incrinatura dentro di noi che sa piangere, che è in grado di bramare e struggersi, e che continua incessantemente a lottare contro le proprie catene, anche se sa perfettamente che non potranno mai essere spezzate – ma che, forse, possono essere indossate come gioielli.

Esso parla di me, parla di voi. È quel proverbiale sussurro in un vicolo che ipnotizza a sé e che vuole salvarvi.

Hey, tu. Sì, ragazzino. Tu. Io sono stato scritto per te.

L’adattamento cinematografico di The Goldfinch sarà nelle sale il prossimo 13 settembre.

 


FONTI
The Goldfinch, Donna Tartt
The Goldfinch by Donna Tartt – a review, Kamila Shamsie

CREDITS
Immagine di copertina
Immagine 12