Quando si pensa ad alcune città, non si può fare a meno che cadere nei classici luoghi comuni: se dicessi Roma, non potrei che pensare, anche solo per una frazione di secondo, al Colosseo e al Vaticano, se dicessi Venezia, non potrei che pensare ai canali e alle gondole, e se dicessi Napoli non potrei che pensare al Vesuvio e al golfo di Posillipo. Ma se dicessi Milano? Penserei al Duomo, ai Navigli, ma certamente anche alla movida notturna. Il capoluogo meneghino ha fatto del divertimento una vera e propria parola d’ordine, con ovvie ricadute sul tessuto sociale della città stessa: matrimoni e natalità in calo, mentre a farla da padrone è la scelta di restare single il più a lungo possibile.

Monolocali, Smart e app per incontri: benvenuti a Milano, la città a misura di single. A confermare questo dato, ovviamente, non c’è solo l’esperienza fatta di movida notturna, locali strapieni e selezioni all’ingresso. Ci sono dati specifici che ne parlano e registrano questa tendenza davvero particolare: sono abbastanza recenti e decisamente attendibili. Ad occuparsi di questa stima è l’Anagrafe del Comune, che nel luglio 2018 ha restituito un’immagine feroce della situazione: a luglio dello scorso anno, infatti, i nuclei monofamiliari erano oltre 400 mila, più del doppio delle coppie (che si fermano a quota 163 mila). Le famiglie con prole (seppur minima, cioè le famiglie composte da tre persone) raggiungono a stento la soglia dei 92 mila. A sorprendere, però è un altro dato: delle 745mila famiglie presenti in città ci sono un numero considerevole di ‘GigaFamiglie’ (quasi seimila). Sono più di quattromila le famiglie composte da 6 persone, più di mille ne contano 7, mentre gli ‘Otto sotto un Tetto’ sarebbero 341 nuclei. Due famiglie contano rispettivamente 16 e 17 membri.

A mutare sono anche le abitudini del “mettere su famiglia”: il matrimonio è una scelta sempre più snobbata, come se fosse il retaggio di una società arcaica. Fra coloro che decidono di fare il grande passo, la maggior parte continua a preferire il rito civile (1260) rispetto al matrimonio religioso (533). A lievitare è anche l’età media del fatidico Sì: la sposa italiana si aggira sui 40 anni, mentre lo sposo sui 44; invece le coppie straniere continuano a preferire un matrimonio più giovane, intorno ai 35 anni.

Altra grande nota dolente è la procreazione: i dati delle nascite nel nostro Paese non sono affatto forieri di buoni auspici, tanto che diversi storici e sociologi hanno parlato di una società sempre più anziana e con le culle sempre più vuote. Anche in questo caso, Milano si presenta come leader del fenomeno: sul finire del 2016 i fiocchi rosa o azzurri della città meneghina si aggiravano intorno ai 9 mila, ben al di sotto della media nazionale. I dati sono ancor più impressionanti se paragonati a quelli degli anni precedenti: più di 12 mila nascite si erano registrate alla fine del 2015, mentre più di 17 mila se ne erano registrate dieci anni prima, nel 2006.

Le motivazioni sono le più varie: un’incertezza economica e sociale che non permette ai giovani di fare progetti a lungo termine e l’assenza di politiche sociali rivolte al sesso femminile che tutelino al massimo la libertà di poter vivere una maternità in totale serenità. Azioni di welfare, insomma, con le quali si dovrebbero sostenere battaglie di civiltà e progresso sostenibile.

Occorre però fare anche un mea culpa: spesso viviamo un’adolescenza tardiva che, volente o nolente, non si vuole abbandonare e siamo abituati ad alcune comodità da cui è difficile separarsi. Chi di noi, seguendo magari le orme dei propri genitori, vuole pensare ad accasarsi e magari ad avere dei pargoli fra i piedi, prima di potersi sentire completamente realizzato? Rinunciare ad un Erasmus, sacrificare una formazione completa e magari anteporre la vita di qualcun altro alla nostra non sembra essere nelle corde di noi Millennials.