“Don’t close your eyes” di Cristina Giuntini è il racconto primo classificato nel concorso letterario “La voce dei Millennials – Distopie di genere”.

 

“Mary,ti prego di spegnere quell’arnese. Non mi sembra il caso, sono le tre di notte.”
Harold era apparso sulla soglia del soggiorno, avvolto nel suo pigiama di seta a righe. Era spettinato, barba e capelli avevano bisogno di un’urgente regolata. Mary, che si era voltata di scatto al suono della sua voce seccata, lo guardò per un attimo. Ogni volta che lo vedeva in quelle condizioni, non poteva impedirsi di ripensare al loro primo incontro, a quanto lo avesse trovato affascinante e seducente, e a come quella prima impressione si fosse rivelata illusoria dopo solo due mesi di matrimonio.
Lo sguardo gelido di lui si fece più scuro, e Mary finalmente reagì, premendo il pulsante dell’aspirapolvere. “Perdonami, caro” scandì, con voce meccanica, “non avevo pensato che tu potessi sentirlo, dalla camera.” Harold arricciò il naso. “Non prendermi per stupido, Mary” le rispose. “Non sei certo un’oca giuliva tale da prendere un abbaglio del genere.” Mary dovette stringere i denti e ricordarsi che frasi del genere, per suo marito, rappresentavano un complimento. “Molto probabilmente sei solo leggermente esaurita. Fortunatamente domani è Venerdì, e potrai prendere nuovamente la pillola. A che ora è l’appuntamento?”
“Alle dieci” rispose Mary, reprimendo un sospiro. “Bene!” concluse lui. “Adesso ti prego di fare meno rumore e concedere a me e ai nostri figli il meritato riposo.” Mary accennò una timida risposta, ma Harold si adombrò nuovamente. “Ti faccio notare che ho usato l’espressione “ti prego”, Mary” le disse, con voce tagliente. “Pensa a quelle tue amiche i cui mariti passano direttamente alle mani. Potrei farlo, lo sai.”
Mary abbassò gli occhi. Harold, accennando un sorriso soddisfatto, si voltò per tornare in camera. “Buonanotte, Mary” le disse.
Mary non raccolse l’ironia. Prese un cencio, e iniziò a spolverare gli scaffali.

Alle otto in punto, come ogni mattina, Harold, Carl e Jason uscirono di casa, diretti al lavoro e all’università. Mary iniziò meccanicamente a sparecchiare la tavola della colazione, dispose i piatti e le tazze nella lavastoviglie, scosse la tovaglia per terra e spazzò via le briciole dal pavimento. Poi si diresse verso le camere da letto.
Rifare i letti di Carl e Jason le prese più tempo del previsto: quei benedetti ragazzi avevano il sonno agitato, e lenzuola e coperte erano ridotte in un ben misero stato. Pazienza, si disse: non era tardi.
Dopo avere rassettato le loro stanze, entrò, come ogni mattina, nella camera matrimoniale. Si diresse, come al solito, verso il letto, ma d’improvviso si arrestò, come se quella vista, di per sé così usuale, le si stesse parando davanti agli occhi per la prima volta.
Proprio in quel momento, la radiosveglia sul comodino iniziò a cantare. “Don’t close your eyes baby, don’t sleep, you need no rest…” Quella canzone, per quanto fosse da anni in cima alla classifica delle vendite, le provocava sempre un senso di malessere. Si avvicinò all’apparecchio e lo spense con un gesto secco, poi rivolse di nuovo la propria attenzione al letto.
Avvicinatasi, sfiorò con la mano la coperta, le lenzuola di seta. Lentamente, con circospezione, provò ad alzarle, come a volervi entrare dentro. Si chinò, avvicinandosi quanto più le era possibile, abbandonandosi al folle pensiero di distendersi fra quella moltitudine di pieghe e onde. Stava quasi per cedere a quell’insano impulso, quando il suono del campanello la fece sobbalzare.
“Ciao, Mary!” Julia, la sua vicina, le sorrise non appena aprì la porta. “Ho giusto i miei dieci minuti di pausa caffè: che ne diresti di unirla alla tua?” Mary le sorrise debolmente, e si scostò per lasciarla entrare. Julia, senza fare complimenti, si sedette tranquillamente al tavolo della cucina, e attese che Mary preparasse la macchinetta.
“Ti vedo un poco scarica, Mary” le disse, dopo qualche secondo di silenzio. “Devi ancora prendere la pillola?”
“Sì” sospirò Mary. “Ho appuntamento alle dieci.”
“Ah, allora capisco.” Julia alzò le spalle. “Te lo dico sempre, che dovresti prendere appuntamento di mattina presto: io torno adesso, e guarda come sono pimpante!”
“Non posso prendere appuntamento alle otto. Harold e i ragazzi escono tardi.” Mary mise davanti a Julia un vassoio con sopra due tazzine fumanti, e per qualche minuto le due vicine non parlarono, limitandosi a sorbire il caffè cercando di non scottarsi le lingue.
“Che stavi facendo, di bello?” chiese infine Julia, giusto per dire qualcosa.
“Stavo per rifare il letto di Harold” rispose Mary, guardandola attentamente.
“Ah! Che noia!” sospirò Julia. “Rifare i letti è una delle attività che odio di più.”
“Come mai?” chiese Mary, sempre guardandola. “Non c’è un motivo particolare, è solo noioso” fu la risposta. Mary si morse le labbra.
“Io, invece, lo detesto per un’altra ragione” ribatté d’impulso. “Detesto dover rassettare qualcosa che non mi spetta, dover rimettere a posto un luogo sacro nel quale io non sono ammessa.”
“Ma che dici?” esclamò Julia, scandalizzata. “Vuoi dire che tuo marito non vuole più…?”
“Non parlavo di quello. Da quel punto di vista è tutto regolare, grazie” fece Mary, con una leggera punta d’ironia nella voce, rendendosi conto che lo scenario prospettato da Julia non l’avrebbe disturbata più di tanto, anzi. “Parlavo del dormire, o del concedersi almeno una mezz’oretta di riposo.”
“Cosa?” Lo stupore e il disgusto di Julia aumentarono. “Non dirlo neppure per scherzo! Lo sai che cosa ti succederebbe se ci provassi, e venissi colta in flagrante dalla Polizia Imperiale?”
“Certo che lo so, non sono così ingenua” ribatté Mary. “Conosco le regole, ma questo non vuol dire che le ritenga giuste. Anzi, a volte mi chiedo che senso abbiano.”
“Senso? Quale senso? Sono semplicemente cose naturali” rispose Julia, con voce evidente. “Il riposo serve agli uomini, che lavorano duramente fuori casa. Le donne sono fatte per servire e per accertarsi che la casa sia lucida e tirata a specchio in ogni momento. Con tutto quello che c’è da fare! Ti immagini cosa succederebbe, se anche noi pretendessimo di riposarci come gli uomini? Non ce la faremmo, a pulire tutto da cima a fondo ogni giorno! La polvere si accumulerebbe negli angoli più remoti, e i nostri uomini rischierebbero allergie e disturbi.”
Mary scosse la testa. “Le nostre bisnonne non facevano la nostra stessa vita: lavoravano in casa di giorno, di notte riposavano come gli uomini, e non mi risulta che il quadro fosse così tragico… Molte lavoravano addirittura fuori casa, e i mariti davano una mano con i mestieri.”
Julia si irrigidì. “Chi ti ha raccontato storie del genere?”
“Mia nonna, quando ero bambina. Me lo ripeteva sempre.” Tralasciò di precisare che questi racconti le venivano fatti rigorosamente a bassa voce, quando lei e la nonna restavano sole in casa, lontane da orecchie indiscrete, e con la raccomandazione di non riferirli mai a nessuno.
“Sicuramente ti ricordi male, oppure era lei che già non ci stava gran che con la testa.”
“Mi ricordo benissimo, e mia nonna era più che lucida…”
“Ti sbagli” fece Julia, scattando in piedi. “Il riposo non è cosa da donne, non lo è mai stato. Il letto serve ai nostri mariti, e ad accoglierci quando hanno voglia di esigere il dovere coniugale. Sei solo esaurita, Mary” sentenziò, come aveva fatto Harold poche ore prima. “Ti consiglio di affrettarti a prendere la pillola. Scusami, adesso, ma i dieci minuti di pausa sono finiti. Corro a lavare i pavimenti.” Un breve cenno della mano, e la vicina si chiuse la porta alle spalle.
Mary si diresse verso il bagno, si fermò davanti allo specchio e prese a spazzolarsi i capelli. Una nuova, inspiegabile inquietudine si era impadronita di lei.

“Mi sembra sciupata, Mary.” La Dottoressa Colgan si sfilò gli occhiali e la guardò negli occhi. “Come se fosse più stanca, dall’ultima volta che l’ho vista. Ed è passata solo una settimana, come da regola.” Fece una pausa, riflettendo. “Mi sto chiedendo se non sia il caso di aumentare il dosaggio della pillola.”
“E’ stata una settimana molto impegnativa, Dottoressa” si affrettò a rispondere Mary. Mio marito ha organizzato due cene di lavoro in casa nostra, e ho dovuto correre più del solito affinché tutto fosse impeccabile.”
“Non deve affaticarsi più del dovuto, Mary” rispose la Dottoressa, con aria severa. “Il nostro Presidente non ama gli eccessi, e non vuole certo che le donne si ammazzino di lavoro. La pillola settimanale che viene somministrata permette di reggere per ventiquattr’ore al giorno, ma a un ritmo regolare: il superlavoro non è previsto, non è auspicabile e non è permesso!”
“Mi spiace, Dottoressa” fece Mary, un poco umiliata. “E’ stata un’eccezione, non succederà più.”
“Lo spero bene” rispose la Dottoressa, scrivendo qualcosa su di un foglio, che porse poi a Mary. “Ecco, lo porti a suo marito: sono le mie raccomandazioni. Non più di una cena di lavoro a settimana. Il ritmo deve essere costante ma non eccessivo: glielo faccia presente.”
Mary le rivolse un debole sorriso, inghiottì la pillola che la Dottoressa le porgeva, vi bevve dietro un bicchiere colmo d’acqua e, infine, si accomiatò. Nella sua testa, insieme a un vago senso di malessere, frullavano ancora le note e le parole di quella canzone: “Don’t close your eyes baby, don’t sleep, you need no rest…”

“Dunque, la Dottoressa non ha ritenuto necessario aumentare la dose?” chiese nuovamente Harold, girando il cucchiaio nella minestra.
Mary scosse la testa. “L’hai letto tu stesso” rispose, pacata, ma non abbastanza da non provocare, in Harold, un leggero scatto di nervosismo. “Sì, certo” le rispose, sbrigativo. “Credo di non avere altra scelta se non seguire le sue prescrizioni: non vorrei incappare in qualche episodio spiacevole. Solo due settimane fa i Poliziotti sono andati a disturbare quel poveretto del mio collega Robert: e pensare che non aveva fatto altro che chiedere alla moglie di rinunciare a una pausa di dieci minuti affinché potesse lucidargli le scarpe buone! Dove andremo a finire?”
“Mi sembra che il Presidente, ultimamente, esageri con queste concessioni alle donne” interloquì Carl, mordendo svogliatamente una fetta di pane.
“Esatto” incalzò Jason. “Di questo passo, permetterà loro di dormire come gli uomini!” Iniziò a ridere, ma si zittì immediatamente nel momento in cui incrociò gli sguardi gelidi del padre e del fratello. Decisamente, la sua battuta non era stata felice.
Mary finì di caricare la lavastoviglie, tolse la tovaglia e spazzò le briciole: i soliti gesti meccanici di ogni sera. Sapeva a memoria quello che l’aspettava: pulizia a fondo delle librerie, tomo per tomo, in modo che non rimanesse neppure un granello di polvere. E in silenzio, per non disturbare il prezioso sonno degli uomini. Per fortuna, l’effetto della pillola ingerita il giorno stesso si sarebbe fatto particolarmente sentire. Era per quello che le donne erano obbligate a prendere le pillole, no? Per cancellare completamente il bisogno del sonno e permettere loro di dedicarsi ai lavori domestici senza distrazioni. Era un peccato che l’effetto durasse solo una settimana, ma erano già allo studio pillole più sofisticate da ingerire soltanto una volta al mese, col vantaggio di sprecare meno tempo dal dottore: tempo che sarebbe stato più convenientemente utilizzato in ulteriori pulizie.
“Mary.” La voce di suo marito la chiamò, vedendola passare fuori dalla porta della camera. Mary comprese immediatamente, ed entrò, avvicinandosi al letto. “Brava la mia mogliettina” sorrise soddisfatto Harold, prima di aprirle le lenzuola.
Muovendosi meccanicamente sopra di lui, Mary allungò distrattamente la mano. Harold, preso da se stesso e dalla propria soddisfazione, non notò e non sentì le sue dita che sfioravano le lenzuola di seta, abbandonandosi al brivido di piacere che dava loro l’accarezzarle, e alla fantasia più indecente che la mente femminile potesse concepire.
“Dormire… Finalmente dormire… Distendersi e dormire…” Mary cercò di farsi cullare da quel pensiero così seducente, ma, nel fondo della sua mente, quelle note e quelle parole continuavano a risuonare.

“Don’t close your eyes baby, don’t sleep, you need no rest…”

“La vedo pensierosa, Mary. Si sente bene?”
La Dottoressa Colgan aveva alzato gli occhi dal suo taccuino, e la scrutava come a volerle leggere nel pensiero. Mary accennò un debole sorriso.
“Sto benissimo, Dottoressa Colgan. Mio marito si è attenuto alle sue istruzioni: ha organizzato una sola cena di lavoro, questa settimana.”
La Dottoressa annuì. “In effetti, i parametri risultano regolari.” Fece una pausa, si tolse gli occhiali e li appoggiò di lato. “E allora, cosa c’è, Mary? Non la vedo in forma. E’ come se qualche pensiero molesto la stesse disturbando.”
Mary distolse lo sguardo. “Preoccupazioni generiche. Problemi finanziari, qualche piccolo malanno di stagione…” Esitò: anche senza guardarla, poteva percepire chiaramente che la Dottoressa non credeva alle sue giustificazioni.
“Vede, Mary, a volte ci sono impulsi che ci colgono a tradimento, si insinuano nella nostra mente, e non c’è modo di combatterli se non cedere.” Mary sentì che la voce della Dottoressa aveva preso un colore diverso, meno tagliente. “A lei non capita mai, Mary?”
Mary si voltò a guardare la Dottoressa negli occhi. “Non saprei” rispose. “Che tipo di impulso, per esempio?”
“Per esempio, l’impulso di imitare gli uomini. Riposare. Dormire. Chiudere gli occhi.”
A Mary mancò il respiro per un attimo. Guardò la Dottoressa come si guarda un mostro a tre teste. Nella sua mente, prepotenti e martellanti, ripresero a risuonare le note della canzone.

“Don’t close your eyes baby, don’t sleep, you need no rest…”

Fece per aprire la bocca, poi si bloccò. La paura e la diffidenza le sussurrarono all’orecchio di non fidarsi: poteva essere una trappola. Strinse le labbra, trasformando la propria espressione da sbalordita a scandalizzata.
“Ma cosa dice, Dottoressa? Non mi permetterei mai! Dormire non è naturale, per una donna!”
“Si sbaglia, Mary.” Lo sguardo della Dottoressa si fece più penetrante. “Una volta non era assolutamente così. Non posso pensare che lei non abbia avuto una nonna che le abbia raccontato di come le donne vivevano fino a pochi anni prima della nostra generazione. Non posso pensare che non sappia di come le donne lavorassero anche fuori casa, ricevessero l’aiuto domestico degli uomini, e soprattutto…” fece una pausa a effetto, “dormissero! Dormissero esattamente come loro!”
Quest’ultima frase paralizzò Mary, che rimase inerte, incapace di reagire per alcuni secondi. Fu a fatica che riuscì ad articolare un debole accenno di frase. “Ma, Dottoressa, lei…”
“Io sono un membro della Resistenza delle Donne, Mary.”
“La Resistenza delle Donne? Che cos’è?”
“Il nostro movimento segreto. Stiamo preparando la più grande rivoluzione mai esistita, quella che sovvertirà l’ordine costituito e restituirà alle donne i loro pieni diritti, a cominciare da quello al sonno! Un diritto sacrosanto, che ci è stato tolto con violenza da dittatori uomini, e con il preciso scopo di renderci ancora più schiave e sottomesse di quanto non siamo mai state. E, mi creda, ce ne voleva per superare i livelli che erano stati già raggiunti, in questo senso. Ma tutto ciò, adesso, sta per finire. Sta per iniziare la nostra lotta!” Le sue labbra si aprirono in un sorriso. “Immagini, Mary, che cosa succederà nel momento in cui tutte, tutte le donne della Terra si concederanno anche solo mezz’ora di meritato riposo. Potranno arrestarci tutte? Non credo proprio. Saranno costretti a capitolare e a concederci le nostre rivendicazioni. Ci libereremo, Mary, e faremo la Storia!”
Mary non riusciva a parlare. Si limitava a guardare la Dottoressa e ad ascoltare il proprio cuore che aveva preso a tremare.
“Non le è mai capitato, Mary? Non si è mai chiesta come sarebbe, poter dormire?”
Mary prese un respiro, scrollò le spalle e decise di fidarsi. “Certo, Dottoressa. Centinaia, migliaia di volte! Ogni volta che rifaccio il letto matrimoniale accarezzo quelle lenzuola, mi piego fin quasi a sfiorarle con il viso, e mi chiedo che sensazione potrebbe dare entrare fra quelle pieghe non solo per compiere il dovere coniugale, ma anche per chiudere gli occhi e finalmente concedersi qualche ora di oblio del mondo! Sì, esattamente come fanno i nostri mariti e i nostri figli. Ma come fare? Non ho il coraggio, e sono sicura che non ne sarei neppure capace, a causa dell’effetto della pillola…”
“Niente di più facile, Mary.” Il sorriso della Dottoressa si fece sornione. “Posso aiutarla.”
“E come?”
“Basterà che io non le somministri la pillola, e tutte le sue resistenze cadranno. Domani, una volta che gli uomini saranno usciti di casa, lei potrà tranquillamente cedere al suo impulso. Potrà così realizzare il suo desiderio, e dare una mano alla nostra Resistenza!”
“Ma, se se ne accorgesse qualcuno?”
“Non succederà. Firmerò la liberatoria come se lei avesse preso la pillola. Chi verrà a bussare alla sua casa in pieno giorno? E, se succedesse, potrà sempre far finta di essere uscita per fare la spesa.”
Mary esitò nuovamente. Doveva fidarsi? Che cosa sarebbe successo se…? Fu solo un attimo, prima che la sua incoscienza e il suo desiderio insoddisfatto prendessero il sopravvento. Per un breve, flebile istante, in un angolo della sua mente, quell’insopportabile canzone riprese il suo lamento.

“Don’t close your eyes baby, don’t sleep, you need no rest…”

Mary la zittì. Guardò la Dottoressa e sorrise.

“Bene, cara, ci vediamo stasera.” La porta si chiuse dietro ad Harold. Carl e Jason erano già usciti da mezz’ora: avevano fretta, quella mattina. Mary si appoggiò alla porta e attese, trattenendo il fiato, fino a che non fu sicura che anche suo marito si fosse allontanato.
Lentamente, con circospezione, si diresse verso la camera da letto. Le lenzuola erano ancora sfatte dal “dovere coniugale” della sera precedente, e Mary provò per un attimo l’impulso di cambiarle, prima di esercitare la propria ribellione. Si trattenne: le avrebbe lavate dopo, per non lasciare la minima traccia. Del resto, non ce la faceva ad attendere nemmeno un minuto più del necessario.
Si chinò, come ogni mattina, sul letto, sfiorò la seta e la stropicciò fra le dita, pregustando il momento come un tuffatore in piedi sul trampolino, un attimo prima di saltare in acqua. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente, poi si sedette sul letto.
Di botto, prendendo il coraggio a quattro mani, si tuffò dentro le lenzuola, affondando il viso nel cuscino. Non pensò a togliersi i vestiti, e, del resto, non possedeva un pigiama. Scalciò via le pantofole e immerse i piedi sotto le coperte, stringendo ancora più forte la federa tra le mani. Poi chiuse gli occhi.
All’inizio non successe niente. Passò una buona mezz’ora, e Mary cominciò a farsi assalire dai dubbi. La Dottoressa l’aveva presa in giro? Forse, in realtà l’effetto della pillola durava ben più di una settimana. O forse era lei che si era talmente disabituata al sonno da non sapere più neppure come si facesse a dormire. D’un tratto, però, una strana confusione si impossessò della sua mente, e fu come se un tampone imbottito di cloroformio le fosse stato posato su bocca e naso. Scivolò nell’oblio nel modo più naturale e sorprendente, mentre la sua mente, ancora in preda a una debole resistenza, le riecheggiava da lontano quelle note incessanti.

“Don’t close your eyes baby, don’t sleep, you need no rest…”

“Polizia Imperiale!”
L’urlo lacerò il suo sonno senza sogni, tagliandole il fiato a metà. La luce le entrò come una lama negli occhi, mentre una sensazione metallica si stringeva intorno ai suoi polsi. Mary non riuscì a emettere suono.
“Sollevatela!”
Mary percepì il proprio corpo come un macigno, mentre veniva strappata al letto matrimoniale e issata in piedi. Nel suo campo visivo, che pian piano acquistava nitidezza, apparvero Harold, Carl e Jason, oltre a tre agenti dall’aspetto decisamente poco amichevole.
“Andiamo!” disse quello che, da quello che Mary poté intuire, era il capo. Harold lo bloccò.
“Come funziona, in questi casi?” chiese. “Immagino vi rendiate conto che, in questo momento, mi trovo in uno stato di estremo bisogno.”
“Non si preoccupi” fu la secca risposta. “Entro un’ora le manderemo una sostituzione. Potrà tenerla o fare reclamo entro due settimane, nel caso in cui non fosse soddisfacente.”
Harold annuì. Con lui annuirono anche Carl e Jason.
Mary seguì gli agenti senza parlare, senza bisogno di un comando. I suoi occhi erano bassi, ma aperti.
Varcarono la soglia di casa ed entrarono nella volante. Poco distante, la tendina di una finestra si richiuse.
Julia si allontanò dalla finestra, raggiunse il corridoio, sollevò il telefono e formò un numero.
“Dottoressa Colgan?” Attese la risposta con un sorriso soddisfatto. “Missione compiuta: ne abbiamo incastrata un’altra.”

“Don’t close your eyes baby, don’t sleep, you need no rest…”