Giovane psicologa di 27 anni, Guia Nerli è una Millennial con un obiettivo molto preciso: avvicinare le persone al mondo della psicologia. Per questo motivo, ha ideato a maggio un ciclo di quattro incontri tenuti ogni mercoledì sera presso il Madama Hostel & Bistrot di Milano con il nome di Aperi.Psi. Ogni appuntamento si focalizza su una tematica differente: il primo infatti è stato dedicato alla dipendenza da smartphone e social network, mentre il secondo all’abuso e alla dipendenza da sostanze psicotrope, trattando nello specifico alcol, droghe, psicofarmaci e antidolorifici; il terzo incontro invece ha avuto come punto cardine il rapporto con il cibo e con l’immagine corporea; infine, il quarto ed ultimo incontro si è focalizzato sulla dipendenza affettiva.

Oltre all’atmosfera rilassante, lontana anni luce dal cliché del freddo studio medico, uno dei punti di forza degli incontri è sicuramente la preparazione della relatrice. Infatti, Guia ha conseguito un corso di formazione in Clinica Psicodinamica dei Disturbi Alimentari e delle Nuove Dipendenze presso il centro ABA di Milano e un corso di formazione in PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) e Tecniche di Gestione dello Stress. Si tratta di un “nuovo” paradigma scientifico che verrà approfondito nel corso dell’intervista. Al momento, Guia si sta formando come psicoterapeuta presso l’Istituto SIPRe di Milano in Psicoanalisi della Relazione.

Come si ti sei avvicinata al mondo della psicologia?

All’epoca pensavo di essermici avvicinata “casualmente”. Dopo anni di certezze su quello che avrei fatto nella vita – io volevo fare lingue e diventare un’interprete simultanea – mi sono resa conto che in realtà fosse un mestiere nel quale non avrei potuto mettere il cuore, esprimere appieno ciò che sono. Improvvisamente, in quinta superiore mi sono crollate molte certezze e l’unica facoltà che “mi parlava”, d’istinto, era proprio Psicologia. È stata la scelta migliore della mia vita, nonostante sia stata la meno ragionata.

 Cosa ti ha convinto a creare il progetto Aperi.Psi?

Aper.Psi nella mia testa esisteva da tanto tempo, solo che per trovare il coraggio di farlo ci ho messo un po’. Sono anni che, ogni volta che posso, cerco di promuovere l’importanza e la rilevanza della psicologia e dei suoi strumenti. Dentro di me c’era da tanto la voglia di informare, di avvicinare le persone a questo mondo e anche ad aprirsi alla possibilità di una terapia, che reputo una meravigliosa opportunità per prendere in mano e dare una svolta alla propria vita. Sono tanti anni che cerco nel mio piccolo di far superare lo stigma e i pregiudizi legati al mondo della psicologia e delle terapie psicologiche. Da lì mi sono detta che al posto di aspettare che le persone venissero da me in quanto psicologa, dovessi piuttosto andare io incontro a loro. Per questo motivo nella mia testa ideare questi incontri non ha voluto dire organizzare conferenze di psicologia in una biblioteca, come sarebbe stato più usuale fare. Bensì per me ha significato andare proprio dove sarei potuta essere normalmente io di mercoledì sera. Per questo ho cercato di creare qualcosa che coniugasse un’atmosfera rilassante di convivialità con temi psicologici a me cari, su cui confrontarsi e poter riflettere aprendo interrogativi in merito a tematiche che appartengono a tutti noi.

Quindi sta avendo successo come progetto?

Sì, e ne sono molto felice. Mi scrivono addirittura persone dispiaciute perché non possono venire, anche da altre città, non me lo aspettavo. Ho visto che è il format giusto perché smuove qualcosa, non risulta troppo pesante ma al tempo stesso va a toccare corde che sembrano essere pronte a suonare. Il nostro compito come professionisti della salute penso possa essere anche andare incontro alle persone, offrire tempo e spazio dove spesso è difficile trovarne, perché non sempre si ha, o perché si ha paura o perché è oneroso occuparsi di certi aspetti della propria vita. Soprattutto l’ultimo incontro sul rapporto con il proprio corpo e con il cibo, che è anche il mio settore di specializzazione, ha avuto molto successo. Inoltre in generale ho notato che il pubblico interviene volentieri facendo molte domande, e che c’è molta più ‘fame di psicologia’ di quanto non ci si renda conto. Addirittura alcuni mi hanno mandato spunti per ideare i prossimi incontri!

I tuoi incontri trattano temi molto delicati. C’è stato un tema in particolare più difficile da gestire emotivamente?

In linea generale no. Ovviamente i disturbi alimentari, essendo “pane quotidiano” per me,  sono la tematica che mi è stata più a cuore e rispetto a cui mi sono sentita particolarmente coinvolta. In generale comunque mi sono sorpresa affezionata a tutti i temi di queste serate.

Per quanto riguarda la dipendenza da social network e smartphone, pensi sia un problema reale soltanto delle nuove generazioni o interessa anche quelle precedenti?

La risposta è complessa. Prima di tutto, bisognerebbe capire bene cosa si intende per nuove e vecchie generazioni. Solitamente mi piace guardare e parlare più delle singole persone piuttosto che di intere generazioni, che restano pur sempre fatte da un’infinità di singolarità irripetibili, pur immerse in uno stesso terreno storico-culturale. Inoltre, le stesse dinamiche che possono portare un giovane ad abusare dello smartphone possono ritrovarsi in essere anche in persone molto più grandi. Bisogna guardare oltre la punta dell’iceberg di questi fenomeni e vedere cosa ci sta sotto. Spesso si tratta di solitudini esistenziali e di malattie del legame che si possono ritrovare in tutti noi. Gli Smartphone e i Social Network sono solo strumenti, due dei tanti oggetti di dipendenza che abbiamo a disposizione; penso sia importante guardare a ciò che rimarrà oltre il contingente: i vuoti e i bisogni che questi oggetti spesso riempiono.

Molto spesso si vedono persone sui social che, tramite i post che pubblicano, danno un’idea completamente diversa di loro. A cosa pensi sia dovuto?

Anche questo è un altro tema complesso. Penso che sia il frutto di molti elementi diversi, fra cui il nuovo imperativo sociale dell’apparire piuttosto che essere. Questo può poi incontrare e intrecciarsi a vissuti personali di sofferenza, fragilità, bisogno di costruire dove non si è consolidata una più consistente dimensione identitaria. Nei miei incontri, come in questo momento, mi sta a cuore complessificare: ogni fenomeno umano è infatti irriducibilmente complesso, ha una sua componente storico-culturale, una predisposizione personologica e biologica specifica ed una determinazione ambientale data dalla vita relazionale della persona, dal momento in cui si trova e molto altro. Ogni risposta che non cerchi di prendere in considerazione ognuno di questi aspetti, rischia di far cadere in discorsi riduzionisti.

Con riferimento al tema del tuo quarto incontro, quali sono i segnali di una dipendenza affettiva all’interno di una relazione?

Banalmente, una relazione non deve far ammalare. Per ammalare intendo far soffrire, angosciare, togliere di libertà, ossessionare. Troviamo tante relazioni che vanno avanti per inerzia, con dolore e con violenze di varia natura. Vediamo persone togliersi libertà, perdere di salute e serenità pur di mantenere un rapporto. Una relazione sana rimanda piuttosto a due persone che si uniscono senza smettere di difendere e garantirsi con rispetto reciproco libertà e identità, nella consapevolezza dei fisiologici compromessi di ogni rapporto. Troppo spesso invece la paura dell’abbandono o del rifiuto fagocita ogni altra forma di desiderio.

Fra i vari problemi affrontati nei tuoi incontri, quali pensi siano quelli più sottovalutati?

Io penso che, trasversalmente, ciò che viene tendenzialmente sottovalutata sia la componente squisitamente  psicologica dei fenomeni di cui abbiamo parlato. Si tende spesso a guardare agli oggetti della dipendenza alla ricerca di capri espiatori, non prestando la giusta attenzione a carpirne le dinamiche psicologiche che vi si celano. Ad esempio, piuttosto che interrogarsi sul lato ‘demoniaco’ degli smartphone, perché non chiedersi come si sentano e chi siano le persone che ci si immergono? Ancora, assumiamo quantità esorbitanti di antidolorifici senza mai fermarci a interrogarci su che tipo di dolore si sta cercando di togliere (e dando per scontato per giunta che tale dolore vada tolto, e non interrogato!). Oppure ancora, si parla di cibo e di peso quando forse bisognerebbe focalizzarsi sulle solitudini, sul disamore, su ciò che ha fatto trauma e molto altro. Direi che l’aspetto più sottovalutato siano in definitiva proprio le persone, perse dietro alle etichette dei disturbi.

Quali sono le cose da non fare per non far vivere come uno stigma e con vergogna queste situazioni?

Dove poniamo un’etichetta psicopatologica, frequentemente vi si attacca anche uno stigma, un bagaglio di conoscenze implicite ed esplicite non sempre corrette. Mancando troppo spesso una cultura psicologica di base, gli atteggiamenti che ne derivano possono a volte condurre ad alimentare la sofferenza e l’isolamento (anche solo emotivo) che caratterizzano molti disturbi. Lo stigma, la paura, la vergogna si combattono con la relazione, con l’avvicinamento, con l’essere curiosi, con il non chiudere gli occhi e voltare le spalle. Incontrare, conoscere, informare ed informarsi, cercare di andare oltre, fino all’unicità di ogni persona. Non dimenticarsi mai che dietro ogni patologia c’è sempre una persona. Ti direi anche che è importante ricordarsi di restare umani e guardare su cosa si sta puntando il dito.

Cosa pensi sia necessario fare per aumentare la consapevolezza delle persone riguardo questi disturbi?

Quello che provo a fare ogni giorno. Chi fa questo mestiere dovrebbe sempre ritagliarsi una parte di tempo da dedicare alla partecipazione sociale. Stare chiusi nei nostri studi non aiuta le persone e non permette nemmeno a noi di farlo fino in fondo. Chi ha i mezzi dovrebbe continuare a spendersi per creare informazione e promuovere una migliore e più capillare cultura psicologica. Questo penso debba avvenire necessariamente imparando a parlare alle persone con il loro linguaggio. Non può essere un linguaggio settoriale, tecnico, pomposo, quindi autoreferenziale. Per esempio, la mia passione più grande è la Psicoanalisi, ma penso che soprattutto di fronte al grande pubblico abbia bisogno di essere svecchiata, ripresentata nella sua veste moderna e al passo con i tempi, perché più persone possibile possano fruirne, Scendere dal trono e rendersi comprensibili. Spero e credo in una società in cui la psicoanalisi diventi uno strumento alla portata di tutti, di cui il tessuto sociale possa beneficiare appieno.

Quindi una sorta di divulgazione psicologica?

Sì, esatto. Bisogna stare con le persone, osservarle, ascoltarle e soprattutto rispondere con voglia, passione e con il desiderio di aprire interrogativi, stimolare riflessioni, combattere l’inerzia. Tengo molto anche a ridefinire un nuovo e più ampio concetto di salute. Nel nostro paese c’è una visione troppo medicalizzata della salute, che non può più prescindere invece da un’adeguata igiene psicologica.

Hai eseguito un corso formativo in PNEI. Cosa ti affascina di più di questo paradigma?

Mi affascina l’ottica della complessità insita in questo paradigma scientifico. Il paradigma PNEI è nato circa 40 anni fa ed è molto interessante perché supera la vecchia ottica dicotomica mente/corpo. Cerca di andare oltre al riduzionismo, all’iperspecializzazione della ricerca e della clinica degli ultimi anni con cui si è un po’ perso di vista l’individuo nella sua complessità e nella sua interezza e interazione fra le diverse parti. Il paradigma PNEI ci ricorda che non c’è una mente che non sia “incarnata” e viceversa. Studia infatti nel complesso come i vari sistemi del corpo (neurologico, endocrino e immunologico) interagiscono fra loro e dialogano con la parte psicologica, emotiva. Quest’ultime hanno una componente ovviamente biologica e fisiologica. Con questo nuovo approccio è possibile recuperare una visione più integrata e sfaccettata del concetto di salute. Quello che io mi auguro è che si comprenda che non può più bastare andare solo dal medico di base, interessandosi solo al corpo biologico. Ormai sappiamo che il corpo è anche psicologico, e che la salute mentale è altrettanto importante e inscindibile da quella fisica.

Avresti voglia di fare qualche esempio pratico?

Certo! Ad esempio, una persona emotivamente molto provata, potrà verosimilmente pagarne le conseguenze su molti altri sistemi, come ad esempio il sistema immunitario. Molto spesso le difese immunitarie possono diventare la cartina tornasole della nostra salute emotiva. Questo perché le nostre emozioni sono anche corpo e, in quanto tali, lo influenzano. O ancora mi vengono in mente persone che, sottoposte a diete ferree, prendono peso invece che perderlo: questo può succedere perché lo stress che può comportare un regime alimentare per una determinata persona contribuisce a disequilibrare ancora di più un corpo probabilmente già in disequilibrio, che dunque potrebbe finire per ‘lavorare’ ancora peggio! Senza contare che ad esempio il cibo non può essere considerato solo come apporto energetico, bensì assume per le persone infiniti altri significati altrettanto importanti (simbolici, emotivi, culturali…).

Pensi sia necessario allargare i concetti base di questo paradigma al grande pubblico e quindi far conoscere la visione PNEI?

Sarebbe bello perché aprirebbe a una prospettiva nuova di cui le persone hanno bisogno. Infatti, spesso il corpo parla dove non c’è la parola. Se le persone, anche grazie alla visione PNEI, recuperassero un’attenzione ed un ascolto diverso rispetto al proprio corpo, se si dessero una possibilità in più per fermarsi a riflettere, interrogarsi, conoscersi, questo costituirebbe un’inestimabile conquista, a maggior ragione in un momento storico-culturale come il nostro, dove il narcisismo, l’accelerazione, la prestazione e il subdolo imperativo di rimozione del dolore fanno da tiranni. E noi altrimenti ne paghiamo il prezzo!

FONTI:

Intervista di Marta Arrighetti

CREDITS:

Copertina Lo Sbuffo