A Chatilly, cittadina poco a nord di Parigi, i ministri dell’economia dei Paesi membri del Gruppo dei sette, tra cui anche il ministro italiano dell’economia Giovanni Tria, e i governatori delle banche centrali e di organizzazioni internazionali, quali l’OCSE e il FMI, si sono riuniti per il G7 delle finanze, per un vertice intitolato “Rendere il capitalismo più giusto”. Eppure, al di là dei risultati raggiunti o meno, questo è stato definito come il “summit più maschilista o misogino di tutti i tempi”, secondo quanto riportato da Le Figarò, perché nonostante il tema centrale del dibattito fosse la lotta alle discriminazioni di genere, il G7 di Chantilly non ha visto nessuna donna tra gli addetti ai lavori.

Tutti i partecipanti alle riunioni che si sono tenute infatti sono uomini, dato che l’unica presenza femminile prevista era quella di Christine Lagarde, fino a poche settimane fa direttrice del Fondo Monetario Internazionale, poi sostituita da David Lipton, in seguito alla neo nomina alla guida della BCE, che diventerà effettiva in autunno. Il summit è stato perciò un’esclusiva completamente maschile, in aperto ed evidente contrasto con lo spirito e la tematica leader che avrebbe dovuto guidare tutte le operazioni e gli incontri tenutisi. Come può esserci reale lotta alle discriminazioni dovute al sesso se ai vertici della politica e dell’economia mondiale abbiamo uno squilibrio di genere impressionante? Quello di Chantilly, infatti, è solamente l’ultimo caso, anche se decisamente eclatante, che mostra quanto i ruoli apicali di governi, organi statali ed organizzazioni internazionali siano spesso appannaggio degli uomini. In tutto il mondo i capi di Stato o di governo donne sono una netta minoranza, e spesso ci sono nazioni in cui non è neanche contemplata l’idea di una possibile donna come capo di Stato, come ad esempio in Iran o negli stati dell’Asia centrale, molti dei quali sono de facto delle dittature post-sovietiche. Ma oltre a questi Paesi in cui queste ingiustizie sociali e di genere sono palesi, la situazione è comunque ancora molto discutibile anche in realtà più apertamente democratiche, pur se si intravedono spiragli di cambiamenti e riforme all’orizzonte.

In tutta Europa attualmente solo undici Paesi hanno un capo di Stato o di governo donna. Tra questi in particolare in Serbia, Croazia e, recentemente, Austria, una donna ricopre per la prima volta nella storia della nazione un ruolo istituzionale apicale, mentre in altri Paesi abbiamo esempi storici e conosciuti di leader statali donne, come Angela Merkel in Germania o Margaret Thatcher e la recente dimissionaria Theresa May nel Regno Unito, in cui regna, seppur con i limitati poteri e compiti tipici delle monarchie parlamentari odierne, la monarca più longeva della storia britannica, Elisabetta II. Pur essendoci esempi virtuosi ed un lento cambiamento in atto, questi rimangono ancora solo poche esperienze politiche all’interno di un mondo che resta ancorato alla predominanza maschile. Nazioni economicamente e storicamente di primo piano come Stati Uniti, Francia, Cina, Giappone o Russia non mai stati guidati da Presidenti o Primi ministri donna, e solo nelle ultime elezioni leader politiche come Hillary Clinton o Marine Le Pen hanno avuto realistiche probabilità di vincere le elezioni presidenziali. Inoltre anche la carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite è sempre stata ricoperta solo da uomini. In Italia invece l’assenza di donne ai vertici della politica statale è storicamente assoluta, non avendo avuto Presidenti della Repubblica o del Consiglio dei Ministri donna in tutta la storia della nazione. Basti pensare che solamente nel 2018 è stata eletta per la prima volta una donna Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, mentre riguardo alla Camera dei Deputati su un totale di quindici Presidenti, senza contare tutti quelli precedenti all’istituzione della Repubblica, solamente tre donne hanno ricoperto la carica. Appaiono di buon auspicio sulla strada della parità di genere le recenti nomine delle cariche istituzionali dell’Unione Europea, che vedono Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde rispettivamente come prossima Presidente della Commissione Europea e Presidente della Banca Centrale Europea.

La società in cui viviamo esprime una manifesta maggioranza maschile nel ricoprire ruoli e cariche di alto rilievo istituzionale, mentre donne, e ancora meno leader apertamente LGBT, rimangono una piccola percentuale. Questo è dovuto a discriminazioni basate sul sesso e un malcelato atteggiamento indifendibile e intollerabile di maschilismo sociale, situazioni in cui una donna per poter emergere non deve solamente confrontarsi coi suoi avversari politici, con gli elettori o con le difficoltà che i suoi compiti istituzionali le pongono innanzi, ma anche lottare contro battute e insulti a sfondo sessuale, stereotipi di genere e campagne stampa offensive che sfociano spesso, a volte per colpa degli stessi media, in puri e semplici focolai d’odio sessista. Quante volte una politica viene giudicata dai colleghi e dall’opinione pubblica più per il suo aspetto fisico che per la correttezza delle sue idee o del suo lavoro? Per cambiare questa realtà, che inquina tanto le istituzioni nazionali quanto gli ambienti lavorativi più comuni e la routine di ogni cittadino e cittadina, non bastano solamente politiche pro quote rosa, ma un reale e generalizzato cambio di mentalità della società. Se queste discriminazioni continuano e trovano terreno fertile nell’accettazione sociale dell’utilizzo di tali mezzi di scontro politico, allora la discesa verso un baratro di primitiva ignoranza e mancanza di rispetto dei diritti umani accelera, mentre la lotta a queste iniquità si complica e si protrae.

Quando summit internazionali, riunioni tra capi di Stato e conferenze di Organizzazioni internazionali saranno svolte da uomini e donne che con il loro impegno, le loro capacità, idee e posizioni politiche hanno raggiunto tali vertici senza doversi piegare a discriminazioni di genere e quando un Presidente verrà eletto senza tener conto del sesso ma solamente delle sue esperienze e qualità personali, allora forse realmente avremo società più coese, dove i diritti fuoriescono dalle pagine delle Costituzioni e dei Trattati e modellano la vita di tutti i cittadini.