Gli scrittori, si sa, sono personaggi particolari, pieni di fisse, manie e rituali. Una grande opera – contrariamente a ciò che si è soliti credere – non è frutto della casualità o dell’ispirazione momentanea, o almeno, non solo. Tutti i grandi autori, sebbene non tutti lo ammettano apertamente, compiono piccoli o grandi riti, più o meno lunghi. Questa serie di gesti quotidiani costituisce una gabbia dorata, un guscio protettivo che, con il suo involucro fatto di ripetitività, è in grado di garantire a chi scrive una certa sicurezza e libertà di movimento. E più si va avanti nell’attività letteraria, più sembra che questi riti si moltiplichino, aumentando così di libro in libro.

Ma non sempre questi innocenti rituali rimangono tali. Ci sono infatti casi in cui il comportamento ossessivo supera il limite di ciò che si è soliti reputare “normale”. Determinati atteggiamenti o abitudini possono infatti arrivare a originare delle vere e proprie fobie. A tal proposito spicca la figura di Marcel Proust, autore di opere che tutt’oggi sono ritenute essenziali nel panorama letterario, dei veri e propri capisaldi della letteratura mondiale. Tra questi, impossibile non citare Alla ricerca del tempo perduto, noto a molti come la Recherche. Il romanzo segue una lunga gestazione di ben tredici anni, dal 1909 al 1922, e viene pubblicato in sette volumi.

Questi anni sono segnati non solo da una profonda riflessione e un minuzioso lavoro letterario ma anche da un aggravarsi delle condizioni di salute, già precarie, di Marcel. In questo periodo, infatti, lo scrittore si rinchiude volontariamente nella sua abitazione di Boulevard Haussmann per agevolare la sua concentrazione ma non solo. Con il peggioramento del suo stato cagionevole, crescono i suoi comportamenti ossessivi: richiede, per esempio, di foderare la propria stanza con del sughero, per aumentare l’isolamento acustico e, inevitabilmente, l’isolamento dal mondo esterno. Si tratta di un segnale proprio di quei comportamenti che oggi classifichiamo come ossessivo-compulsivi e che, probabilmente, derivano da una grande paura del mondo esterno, sino a sfociare in manie fobiche.

L’origine di questo comportamento, come si è già detto, è sicuramente da ricercare nel suo stato di salute precario. Proust soffriva di asma e proprio a partire da questo disturbo inizia a sviluppare alcune ansie e fobie che con gli anni si acuiranno sempre più. Ciò che ne scaturì fu una sorta di ipocondria paranoica, derivata da paure e precauzioni molto spesso inutili ma sicuramente correlate al timore di nuocere alla sua stessa salute.

Un esempio di quanto le sue paure fossero in realtà irrazionali e immotivate è dato dal suo comportamento durante il cambio delle stagioni: era convinto che la primavera, con i suoi fiori e i suoi pollini, peggiorasse il suo stato di salute tanto che durante questa stagione si chiudeva in casa, sostenendo che questo lo aiutasse a stare meglio. La sua domestica Celeste però, che è stata con lui lungo tutta la sua vita, ha dichiarato di non aver mai assistito a un effettivo peggioramento del suo stato di salute in questo periodo dell’anno.

L’avanzare della malattia con il passare del tempo non fece altro che far peggiorare la sua ipocondria ansiosa e i suoi atteggiamenti fobici. Temeva la luce che filtrava dalle porte, dalle finestre e anche l’aria stessa proveniente dall’esterno. Traslocando pretese addirittura che tutti i mobili e gli oggetti della vecchia casa fossero portati in quella nuova perché convinto che questo lo aiutasse in qualche modo a stare meglio. Sebbene in gioventù Proust avesse condotto una vita mondana, con il peggiorare della malattia e delle convinzioni fobiche a essa correlate, finì per chiudersi in casa, tagliando così i rapporti con il mondo esterno. Rapporti che mantenne soltanto attraverso ricordi come foto e lettere, che teneva avidamente chiuse in cassetti ai quali nessuno aveva accesso, eccetto lui.

Sempre a causa di queste sue paranoie non voleva fiori in casa e si rifiutava di accogliere ospiti che indossassero una dose eccessiva di profumo, come la principessa Marthe Bibesco, convinto che questo potesse aumentare i sintomi della sua asma. Lo disturbava anche l’odore dei detersivi dell’epoca, che reputava troppo forti, quello delle candele e dei fiammiferi.

Ma perché questo comportamento, qual era la reale paura di Proust e perché questa fobia nei confronti della sua asma? Si potrebbe pensare che il timore sia correlato alla malattia stessa e che questa abbia contribuito allo sviluppo di una fobia sociale. In realtà non è così. La paura di Marcel Proust non era quella di morire a causa della sua malattia ma di morire prima di aver portato a compimento la sua opera, la Recherche. Proprio a questo sono legate tutte le sue fobie, al suo essere scrittore, ma non uno scrittore qualunque. Voleva essere un grande scrittore e il timore che l’opera a cui ha dedicato molti anni della sua vita e altrettante energie rimanesse incompiuta lo ha condannato a uno stato perenne di paranoia.

 


FONTI

Wikipedia

Monsier Proust, Celeste Albaret, SE, 2017