Langston Hughes (1902-1967) è famoso per aver fatto qualcosa che molti dipingono, decantano e desiderano, ma che solo lui ha trasformato in pratica: bruciare, all’età di 21 anni, tutti i libri che aveva. Egli fu un affamato lettore di Dante, Shakespeare, Ossian, Nietzsche, Schopenhauper e Maupassant, ma cominciò a bastare a se stesso nell’istante in cui, certamente carico di un’esperienza letteraria pregiata e all’avanguardia, decise di aderire al manifesto whitmaniano-americano del nessuna leggenda, mito, romanza, eufemismo, rima. La difference della poesia del Nuovo Mondo starebbe nell’offrire una strada alternativa a quella letteratura europea che ormai ha raggiunto una soglia intollerabile di entropia e allo stesso tempo di codificazione. Alle rigide caselle e sistemi binari del mondo classico, l’invettiva di Whitman oppose sentimenti nuovi e il gesto di Hughes oppose il rifiuto della forma.

Bruciare la sua libreria non significava soltanto bruciare una non meglio denotata tradizione, ma una chiara e ben presente cultura bianca. Quella stessa cultura che lo aveva spinto a leggere, scrivere e viaggiare, ora diventava la stanza dietro quella soglia morta d’oppressione che era il Vecchio Mondo. Un’oppressione da trattare con ironia: Hughes presenta il male, ma poi ritrae subito la mano, fa finta di fingere.

It’s such a

Bore

Being always

Poor.

(L.J. Hughes, blues e poesie, “Ennui”)

Il rifiuto della forma porta in Hughes ad una forma scarna, ad una possibilità poetica per la cultura nera che sia allo stesso tempo possibilità comunicativa. Con Hughes la “cultura nera” si fa discorso all’interno della “poesia universale”. L’universalità era proprio un attributo che, nel bene o nel male, gli veniva spesso accostato: i bianchi lo apprezzavano definendolo “universale”, i neri lo deridevano perché, se qualcosa è universale, lascia intendere che di fatto non smuove in particolare la coscienza di nessuno, e per questo piace ai bianchi.

Ma Hughes non va considerato, almeno in prima istanza, come un poeta impegnato. Egli è il rappresentate più noto di quella black poetry che, tra le due guerre, ha caratterizzato la letteratura americana, fuggendo ogni influenza intellettualistica e rifugiandosi nel dialetto di Harlem. Il blues, il ghetto, il gospel: una tradizione essenzialmente orale che assume “letteralità”. La vivace guerriglia politica di Hughes, il suo orgoglio afroamericano e il suo disdegno del pietismo non vanno confusi con l’interesse primario della sua opera, che può essere declinato solo in un secondo momento nel pertinente ambito socio-politco. L’essenza di Hughes è nel richiamo alle radici africane, nella sua spontanea interpretazione del mondo circostante e nella sua passione per appartenenza al blues, che si trasforma nel più originale impegno blues-poetico del secolo scorso.

Così suona la poesia Evil:

Looks like what drives me crazy

Don’t have no effect on you –

But I’m gonna keep on at it

Till it drives you crazy, too.

Un semplice disimpegno letterario da leggere al volo, da canticchiare, volendo, vista la sua divertente ma esperta connotazione lirica. Qui, come in molti altri componimenti, ritorna un suono e, perché no, un’intenzione emotiva simile a quella di “Old Walt”, il vecchio Whitman, a cui è dedicata un’onesta dichiarazione di affiliazione estetica:

Old Walt Whitman

Went finding and seeking,

Finding less than sought

Seeking more than found,

Every detail minding

Of the seeking or the finding.

Pleasured equally

In seeking and finding,

Each detail minding,

Old Walt went seeking

And finding.

La lezione di Whitman è tanto lirica quanto pragmatica: non conta solo cogliere il dettaglio armonico della natura e dell’ambiente sociale, ma anche tradurre il proprio poetare, il poeta stesso, in viaggio, vale a dire azione.

Hughes, quando bruciò i suoi libri, partì per l’Africa. Imparare è vedere.

Se il blues è originariamente musica campata, letteralizzarlo vuol dire in qualche modo renderlo fonte di sapienza, di richiamo, di esperienza. La poesia che vede, agisce e provvede non è semplice poesia interventista, impegnata nell’occasione, ma vero e proprio manifesto d’intervento. E per questo, nonostante la poesia di Hughes sia autonoma dalla sua azione politica, comunque pone le basi tipicamente occidentali che servono da requisiti per l’espressione di idee, vale a dire quelle del discorso. Solo nel discorso, in Occidente, ci si riesce ad esprimere; solo con l’ermeneutica, in Europa, si interpretano le espressioni e le impressioni. È questo ciò che resta a Hughes della lezione del Vecchio mondo: non le metafore, non le voluttà estetiche, ma l’affidamento alla poesia scritta, allo scritto in generale (fu anche giornalista), per cristallizzare il sentimento, per lasciar traccia di un sentimento.

Così ogni sensazione, ogni passione e ogni protesta diviene rintracciabile: scrivendola. La poesia di Hughes non è un improbabile adattamento della cultura orale nera ai canoni di lettura occidentali, ma un consapevole sfruttamento di “ciò che per un occidentale vale la pena di leggere” a fini afroamericani. Fini estetici, fini etici e fini politici.

I went to ma daddy,

Says Daddy I have got the blues.

Went to ma daddy,

Says Daddy I have got the blues.

Ma daddy says, Honey,

Can’t you bring no better news?

I cried on his shoulders but

He turned his back on me.

Cried on his shoulders but

He turned his back on me.

He said a woman’s cyin’s

Never gonna bother me.

I wish I had wings to

Fly like the eagle flies.

Wish I had wings to

Fly like the eagle flies.

I’d fly on ma man an’

I’d scratch out both his eyes.

Hughes sembra quasi ignorare i rapporti di conflittualità tra bianchi e neri. Per lui a contare, in prima battuta, sono i tratti definitori della cultura nera. Il ritorno alla blackness si basa sulla creazione di un micro-mondo in cui, tra le altre cose, prendono spazio pure i conflitti, che restano però circoscritti nell’ambito della blackness stessa: la lotta donna-uomo, la menzogna, l’instabilità incerta. Hughes racconta la sua alterità dal bianco ignorando il bianco. Riconosce del vittimismo, della debolezza, dell’umile richiesta di pietà nel riconoscersi come parte conflittuale nella lotta col bianco. L’esibizione della propria diversità non sta nell’offerta di un’alternativa, ma nella presentazione di un’essenza a sé stante.


FONTI
L.J. Hughes, blues e poesie, Newton Compton, Roma, 1979

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Copertina: del redattore