Un rametto, poi un altro. Un altro ancora. Un fruscio, un battito convulso di ali, un altro ramo. Uno dopo l’altro, avevo guardato per tutta la mattina quelle due tortore grigie che dall’alba si affaccendavano intorno all’albero davanti alla finestra della mia camera. Nel sonno tormentato e faticoso avevo sentito il loro tubare sommesso, quasi un sussurro nel silenzio della casa addormentata.

«È nato il figlio dei nostri vicini, lo sapevi?»

«Non doveva nascere tra due settimane?»

«È un po’ in anticipo, nulla di che.»

Era già buio quando avevamo acceso le candele di citronella; mio padre si era versato un bicchiere di Armagnac ed eravamo rimasti seduti sul balcone in silenzio. Lui aveva iniziato a parlare di bambini immersi nel liquido amniotico, del mio braccio piegato sopra alla testa che era costato a mia madre un cesareo d’urgenza.

«È faticoso nascere.»

Io avevo annuito guardando il buio.

Mia madre aveva tolto la tovaglia con uno svolazzo.

«Davvero faticoso.»

«L’importante è che stia bene.»

Avevano una striscia bianca intorno al collo sottile, come un collarino, un nastro annodato stretto senza fiocco. Si infiltravano tra le fronde dell’albero, posavano i rametti, volavano di nuovo via, senza pace, senza tregua, tornavano poco dopo col becco di nuovo aguzzo di legno. Facevano il rumore del vento mentre l’aria era ferma, calda e soffocante.

Quanto sarebbe durato quel nido? Quanto sarebbe stato resistente ai violenti temporali estivi? La grandine sarebbe arrivata, chicchi di ghiaccio grossi e duri, implacabili. I tuoni e i fulmini, così rapidi, improvvisi, giusto un paio di minuti, giusto il tempo di distruggere tutto. Le uova sarebbero cadute nel prato? Avrebbero dovuto rifare tutto da capo? Mi ero immaginata tanti piccoli pulcini grigi, spennacchiati e ciechi al mondo. Il becco della madre nel loro, un verme a testa, fresco di terra umida.

 

«Sono all’ospedale?! Come mai?!»

«Ieri sera ha smesso di mangiare, di attaccarsi al seno, di piangere. Ha smesso di fare qualsiasi cosa.»

Cinque giorni al mondo gli erano bastati, evidentemente. Mio padre mi aveva sorriso dall’altra parte della tavola.

«Sono sicuro che non è niente. Anche tu eri diventata gialla e avevi smesso di piangere qualche giorno dopo essere nata. Evidentemente avevi già capito tutto.»

Un bambino di una settimana che non piange più. Quante storie avevo sentito, quante leggende sul primo pianto, il primo vagito, il primo respiro, il primo istante nel mondo.

Mia madre torna a sedersi con aria corrucciata.

«Speriamo non sia niente di grave»

Io ripenso alle tortore e al loro nido fragile e pericolante. La porta al piano di sotto si chiude, Chicco apre l’acqua e la sentiamo scorrere nei tubi, poi dalla finestra della cucina sale il profumo del caffè mescolato all’odore della sigaretta.

Le uova si erano schiuse prima del previsto, qualcosa era andato storto, il nido non era stato pronto in tempo. Il frammento di un guscio sottile e quasi trasparente, una piccola piuma soffice e leggermente umida, il cielo grigio e arancione, l’aria che aveva lasciato il temporale appena passato. Un diluvio. I rametti del nido erano stati portati via, sparsi ai quattro angoli del giardino.

Quel giorno Stefania era tornata a casa, pallida ed emaciata, con Flavio tra le braccia. Aveva sorriso stancamente a mia madre e l’aveva salutata mentre apriva il cancelletto di casa.

«Sta meglio?»

«Sì, anche se nessuno ha idea di cosa sia successo.»

Avevo guardato quegli occhi grigi e spalancati sul mondo.

«Che cosa hai visto, che cosa hai visto.»

I pianti acuti, lancinanti, estenuanti, infiniti non ci avrebbero più abbandonati; nel cuore della notte, all’alba, al pomeriggio, a metà mattina, sarebbero passati tra il nostro pavimento e il loro soffitto.

E quelle tortore non sarebbero mai più tornate.

«Quanta violenza.»

«Quanta fatica.»

«E tu avevi smesso di piangere.»

 


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