È la prima volta che sento le campane suonare in questa piazza. Non ci avevo mai fatto caso, forse per le cuffie sempre nelle orecchie o perché sempre troppo distratta dai rumori nella mia testa. Ma ora lo sento, quel suono lontano e ovattato portato dal vento di una giornata di sole.

Cammino lentamente nella luce del mattino. Anche oggi l’alba è arrivata. Anche oggi il giorno è iniziato, la gente si è alzata, si è vestita, è uscita di casa per andarsi a sedere intorno ai tavolini di metallo sotto ai portici. Gli Spritz arancioni e rossi brillano, il ghiaccio tintinna nei bicchieri trasparenti, i raggi della luce si scompongono in mille rifrazioni. Il marmo bianco dei marciapiedi sporchi luccica e le volte annerite dal tempo e le arcate dei portici sembrano immacolate, come se fossero appena state ridipinte.

Anche oggi la vita ha ripreso il suo corso regolare. Le vetrine dei negozi sono invase da fiori finti e uova di pasqua di ogni grandezza e colore, ma in mezzo a quel tripudio di primavera vedo una piccola donna anziana seduta dietro a un bancone. È un negozio abbastanza grande e quasi completamente vuoto. “Pasta fresca fatta a mano”, l’insegna scritta in rosso su un pannello bianco.
La vetrina spoglia mette in mostra cinque o sei vassoi bassi, coperti da asciugamani di lino, pieni di pasta tirata a mano, lunghi fili di pasta gialla, tagliatelle, spaghetti, linguine, fettuccine. E la piccola donna se ne sta seduta davanti a una parete di legno, una di quelle che si usavano una volta nei negozi di alimentari.

Alle sue spalle troneggia qualche bottiglia d’acqua e qualche lattina di sugo di pomodoro; sembra che tutto sia rivestito da un sottile e impalpabile strato di farina, quella che la signora doveva aver sparso sull’asse di legno per non far attaccare la pasta all’uovo. È seduta immobile, con le braccia intrecciate contro il petto, in silenzio; non ha nulla da dire, non ha nessuno con cui parlare.

Rallento il passo, le sorrido, indugio, le do un piccolo spazio nella mia memoria, mi siedo sul bordo di un muretto e chiudo gli occhi. Lascio che i raggi del sole mi attraversino le palpebre; sento le campane, poi la voce di un uomo poco distante da me.

Mi giro, lo guardo; è in piedi, malfermo sulle gambe, con la schiena curva, concentrato sui polpastrelli delle sue dita. Parla a nessuno e a se stesso, un concitato e veloce monologo che quasi non gli permette di prendere fiato. Parliamo allo stesso modo quando siamo feriti, quando abbiamo bisogno di dimostrare che abbiamo ragione, abbiamo ragione noi. Ha ragione lui e non il suo avversario, non i suoi polpastrelli. È una conversazione a tutti gli effetti.
Lo guardo per un paio di minuti, con gli occhi socchiusi per proteggermi dalla luce, in silenzio. Quando non si ha più nessuno con cui parlare, si parla con se stessi. Quando l’unica persona con cui vorremmo parlare è ormai solo nella nostra testa, nella nostra memoria, tra i nostri ricordi, si parla con se stessi. La gente che gli passa accanto lo guarda arricciando la fronte e accelera.

Richiudo le palpebre e rimango ad ascoltarlo, cercando di afferrare qualche brandello di parola, ma le frasi sono sconnesse e spezzate, per me quasi prive di senso; l’uomo e il suo interlocutore si stanno comprendendo invece, ne sono sicura. È che ognuno di noi ha un sistema soggettivo di parole, mi dico. Deve essere quello il motivo dell’eterna incomprensione, dell’eterno senso di sconforto e di tristezza di fronte all’essenziale incomunicabilità tra le persone. Parlare la stessa lingua non vuol dire capirsi, è quello il problema. Ci vuole di più, molto di più.

Sollevo gli occhi cercando un punto di fuga per lo sguardo. La luce del sole si sta facendo pesante e i palazzi che circondano la piazza soffocanti. Un punto di fuga, un’apertura azzurra senza nuvole sopra alla mia testa. Le campane, alla fine, non le sento più.


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