Se ho visto un po’ più lontano, è perché poggiavo sulle spalle dei Giganti” è un’affermazione di Isaac Newton rivolta ad uno scienziato del suo tempo, che voleva cogliere l’idea del progresso scientifico come processo cumulativo in cui ciascuna generazione di scienziati edifica sulle scoperte dei suoi predecessori. Nel cammino metodico e inarrestabile verso una comprensione delle leggi che governano l’universo, lo sbarco sulla luna ha di fatto rappresentato uno straordinario salto da quelle spalle.

In un’afosa notte di luglio di cinquant’anni fa il mondo ha visto infrangersi la barriera a una possibilità e il realizzarsi di un sogno nato con le nostre origini. Sbarcati dal loro modulo LEM, gli astronauti Neil Amstrong per primo, seguito da Buzz Aldrin, toccarono la superficie lunare nel Mare della Tranquillità mentre il terzo compagno Mike Collins li osservava dalla navicella di comando Columbia nell’orbita lunare. La missione Apollo 11 li aveva portati sul nostro satellite per una passeggiata storica di circa due ore e mezzo che ha lasciato le loro orme impresse nello strato di polvere che ricopre le rocce lunari; esse rimarranno pressoché intatte per un tempo indefinito.

In quelle stesse ore, sulla terra, milioni di persone persero il sonno davanti alle TV, per la maggior parte ancora in bianco e nero, in attesa di quel primo passo. Donne e uomini impazienti e ipnotizzati da una telecronaca fatta di suoni e voci distorte e di immagini sgranate che nel silenzio magico e notturno entravano dai monitor nelle case e nei bar ancora aperti ed affollati, in cui si condensava l’euforia elettrica di un momento storico.

Immagini confuse (e poco attraenti se paragonate alle tecnologie a cui oggi siamo abituati)  riflettevano simbolicamente il senso del sublime di quell’evento, insieme alle parole che i giornalisti e i tecnici della NASA pronunciarono in quell’attimo: “ecco ha toccato… è sbarcato…“. Anche le prime parole di Neil Amstrong mentre poggiava un piede sul suolo lunare lasciarono il loro segno per diventare un’icona: “Un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità”.

Fu anche l’avverarsi di una profezia e di una visione di volontà dichiarata solo pochi anni prima dal presidente americano J.F. Kennedy che volle a tutti i costi il realizzarsi di quel progetto. Sicuramente anche grazie allo sfrontato orgoglio politico americano ed alla competizione coi sovietici si giunse a quel risultato in cui la tecnologia dell’uomo aveva superato i suoi limiti. Si è trattato comunque di un percorso estremo, costellato da problemi enormi, grandi insuccessi, imponenti sacrifici economici, ma anche in termini di vite umane, e di profondi cambiamenti di mentalità e approcci scientifici che alla fine hanno consentito un risultato così straordinario.

Forse ora per un evento di simile portata dovremmo ormai aspettare lo sbarco su Marte per rompere un altro paradigma delle possibilità e compiere il salto tra scienza ordinaria e straordinaria. Un’aspettativa che richiama la teoria di uno storico della scienza come Thomas S. Kuhn (1922-1996) che nel suo libro del 1962, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, ha elaborato una concezione epistemologica dello sviluppo scientifico a “salti ed exploit”.

Si tratta di una visione del progresso irregolare ed intermittente, in base alla quale le nuove e significative teorie scientifiche sorgono quando un paradigma o un modello accettato universalmente viene sostituito da un altro paradigma. Secondo Kuhn, infatti, in un periodo di “scienza normale” una comunità di scienziati opera con le stesse idee, metodi e pratiche condivise, che si tramandano anche per generazioni di menti in continuità progressiva. Tale paradigma va in crisi quando viene sottoposto allo stress di un limite apparentemente insuperabile tale da creare un’enorme quantità di problemi, anomalie e rompicapo che cominciano a sfidare il paradigma esistente. Da questi stimoli d’impotenza, apparentemente negativi, nasce la necessità che spinge alcuni a superare la cornice concettuale prestabilita, cominciando così a ideare un nuovo paradigma verso il quale orientarsi.

Kuhn porta degli esempi classici per la sua teoria come quello della traumatica transizione dalla concezione tolemaica del mondo a quella eliocentrica di Copernico o, come esempio più recente, il passaggio dalla meccanica newtoniana soppiantata all’inizio del XX secolo dalla fisica quantistica e relativistica. La stessa modalità si applica alle scoperte scientifiche quando un obiettivo da raggiungere fa saltare il paradigma di risoluzione abituale, e, in termini più ampi, viene spazzata via l’idea di un progresso basato su un’unica verità scientifica.

Sono indubbiamente questi “balzi tecnologici” che di fatto conducono la nostra evoluzione planetaria pur nella considerazione delle atroci contraddizioni che portano con sé. Tutta la tecnologia spaziale, per esempio, si è originata dagli studi missilistici dell’ingegnere tedesco Wernher von Braun creatore delle bombe volanti V2, che avevano l’obiettivo di essere delle macchine di morte e distruzione. Così come gli uomini che crearono la bomba atomica, uccidendo centinaia di migliaia di esseri umani, la sviluppano fino al limite del potenziale olocausto totale dell’umanità, e poi usarono la stessa tecnologia per andare sulla luna e sicuramente in futuro per conquistare altri pianeti.

È in questo dilemma universale, se il fine può giustificare i mezzi, che si pone sul piano filosofico uno spartiacque etico tra consequenzialismo e deontologia. È più opportuno valutare se un’azione sia giusta o sbagliata solo in base alle sue conseguenze e in misura della sua efficacia nel raggiungimento di un fine desiderabile? Oppure dobbiamo considerare le azioni e le decisioni come giuste o sbagliate in sé stesse, presupponendo un intrinseco valore da rispettare? Utilità o dovere? Jeremy Bentham o Immanuel Kant? Scienza o coscienza?

Ogni rottura di paradigma e soluzione scientificamente innovativa presuppone sempre e comunque la necessità di affrontare la dinamica di una scelta a questi quesiti e considerazioni filosofiche.

Ma il sogno della luna, che va oltre la scienza e oltre i più biechi scopi politici e utilitaristici, porta con sé anche un profondo bisogno poetico di guardare il cielo verso quel corpo celeste così enigmatico che esprime il desiderio, intessuto nella mitologia e nella storia da milioni di uomini che ci hanno preceduto, di poterci andare un giorno, nonostante tutto.

FONTI:

  • Oriana Fallaci, Quel giorno sulla luna, BUR Rizzoli, Milano, 2014.
  • Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, trad. di A. Carugo, Einaudi, Torino, 2009.
  • Roberto Mussapi, Il sogno della luna, Adriano Salani editore, Milano, 2019.