Esiste un brano di Luigi Tenco, sfortunato cantautore italiano attivo negli anni Sessanta del secolo scorso, che somiglia a un rimprovero pacato ma allo stesso tempo severo verso coloro che si dichiarano a favore dell’uguaglianza sociale ma che, in fin dei conti, non la praticano. Si tratta di un brano contenuto in un album del 1962 che porta il nome del cantautore stesso.

Il testo

Il testo è piuttosto breve e il titolo del brano ci potrebbe ricordare una lettera d’infanzia. In effetti, Cara Maestra contiene sì dei ricordi d’infanzia, ma rielaborati dalla mente di un uomo ormai adulto che ha avuto il tempo di interrogarsi sul perché di alcune azioni che un tempo vedeva come banali o addirittura automatiche.

Cara maestra

Il brano è una sorta di lettera aperta, rivolta a una generica “maestra”, probabilmente la stessa che aveva insegnato l’alfabeto e le tabelline al piccolo Luigi, ma che potrebbe essere una figura presente nelle vite di chiunque in ascolto.

Non si tratta di un attacco mirato alla categoria dei docenti: Tenco si serve di questa figura per portare l’esempio di come alcune consuetudini socialmente accettate e addirittura incoraggiate siano frutto di un profondo senso di disuguaglianza sociale che, da sempre, pervade le relazioni umane.

Questo senso di disuguaglianza viene spesso condannato, anche in ambiente scolastico. Di fatto però è stato del tutto sdoganato, ed è lo stesso che ci suggerisce che una persona occupante un determinato ruolo nella società sia più degna del nostro rispetto al posti di qualcuno che ricopre un ruolo considerato “inferiore”. Per capire meglio di cosa parliamo, riportiamo qui sotto la prima strofa del brano in questione:

Cara maestra, un giorno m’insegnavi
Che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali;
ma quando entrava in classe il direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,

e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di stare seduti.

Dunque il direttore è visto come un’autorità perfino dalla maestra, che infatti insegna ai suoi alunni ad alzarsi in piedi come segno di rispetto quando si trovano in sua presenza. Contrariamente, il bidello, considerato un ruolo di livello inferiore rispetto al direttore e alla maestra nella gerarchia scolastica, non meriterebbe simili attenzioni. Nonostante questa palese differenziazione però, la stessa maestra continua a professare l’uguaglianza di ogni categoria sociale in presenza dei suoi alunni non rendendosi conto, forse, che lei per prima è vittima di convenzioni sociali che rivelano tutt’altro.

Mio buon curato

Inizia così la seconda strofa del brano. La lettera di Tenco ha ora un nuovo destinatario, un curato, anche in questo caso generico e probabilmente lo stesso che celebrava messa in qualche parrocchia di Cassine, paesino in provincia di Alessandria in cui Tenco nacque, oppure di Genova, dove il cantautore si trasferì a soli dieci anni con la mamma e il fratello maggiore.

Questa strofa contiene riferimenti, ancora attuali, al mancato compimento del voto di povertà, critica più volte portata all’attenzione del clero.

Tenco si rivolge a questo curato che, probabilmente durante le proprie omelie, professa la sua devozione nei confronti dei poveri e di chi si trova in ristrettezze economiche. L’altare dal quale parla però è ricoperto di ricchezze che non dovrebbero essere congrue con lo stile di vita di una persona che si sia privata di ogni cosa materiale. Così, dice Tenco, i poveri che entrano in chiesa per trovare conforto non riescono a sentirsi come se fossero a casa loro.

Mio buon curato, dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri, della povera gente;
però hai rivestito la tua chiesa
di tende d’oro e marmi colorati;
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?

Anche in questo caso Tenco esamina una categoria piuttosto controversa – il clero – e, senza attaccarla direttamente, porta un esempio di come ciò che viene professato e la realtà non coincidano.

Egregio sindaco

Ecco che arriviamo alla terza e ultima strofa della canzone. Tenco parla direttamente con un sindaco, che somiglia molto a diversi uomini politici, figure autoritarie che con il loro carisma sono state (e sono tutt’ora) in grado di guidare i propri elettori verso scopi che non sempre tengono conto del bene comune.

In questa strofa Tenco risulta più duro perché in gioco non ci sono solo delle convenzioni sociali, ma c’è anche un certo grado di abuso di potere che porta coloro che sanno di avere un forte ascendente sul prossimo a sfruttare questo vantaggio senza curarsi dei risultati e delle conseguenze negative a cui il loro comportamento potrebbe portare.

Questi individui si pongono al di sopra delle masse (in questo caso formate da elettori poiché si parla di politica) e, sapendo di poterle guidare, cercano di fare il loro gioco a discapito di coloro che, inconsapevolmente, ne sono influenzati.

Egregio sindaco, m’hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente: vincere o morire!
Ora vorrei sapere come mai

vinto non hai eppure non sei morto,
e al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere, né morire.

Epilogo

Come molti sapranno, Tenco morì molto giovane. Si pensa che il cantautore si sia tolto la vita, ma la causa della morte non è certa. Ciò che invece è noto è il suo malessere, del quale parla in diversi brani e in alcuni scritti, e che è legato anche alla sua costante sensazione di non essere compreso. Un esempio di fraintendimento fu proprio legato al brano sopracitato che gli costò l’allontanamento dalle trasmissioni RAI per due anni, forse perché ritenuto troppo sprezzante nei confronti delle autorità e perché il messaggio positivo contenuto non fu recepito appieno, ma venne ritenuto accusatorio nei confronti delle categorie citate nelle tre diverse strofe.

I testi di Tenco sono stati rivalutati solo dopo la sua morte, sicuramente troppo tardi. Oggi, però, abbiamo ancora la possibilità di ascoltare i suoi brani, siamo ancora in tempo per lasciare che la grande sensibilità del cantautore ci insegni qualcosa, per fare in modo che le sue parole non rimangano inascoltate.