Siamo programmati principalmente per la sopravvivenza e la riproduzione e tendenzialmente tutto quello che facciamo ne consegue, anche le innumerevoli volte che non ce ne rendiamo conto. In pratica, tra le tante motivazioni che possono orientare il comportamento umano, molte sono riconducibili al bisogno inestirpabile che abbiamo di salvaguardare la sopravvivenza della nostra specie.

Cosa ci dice questo del nostro funzionamento mentale?

Tanto per cominciare, che la mente interpreta le informazioni elaborate dal cervello innanzitutto per tenerci in allerta rispetto ai pericoli, e poi per cercare costantemente modi di agire che incrementino le possibilità di essere al sicuro, mangiare, procreare. Ne consegue che sia normale avere frequenti livelli di preoccupazione e una tendenza di fondo all’insoddisfazione, tradotto: cerchiamo di evitare di morire (e a questo ci serve l’emozione della paura rispetto a un pericolo presente e una lieve, sana, ansia rispetto alle minacce future) e vogliamo sempre di più e meglio. Ecco perché abbiamo desideri, ecco perché raggiunto un obiettivo siamo quasi subito, nuovamente, insoddisfatti e pronti a cercarne un altro: stancarci di ciò che abbiamo, volere di più e di meglio, ci aiuta ad alzare le possibilità di sopravvivenza.

Inoltre, per millenni abbiamo vissuto in piccole tribù nelle quali la vita era vincolata ad una forte integrazione nel gruppo di appartenenza; così è nato il confronto sociale, e la vergogna si è rivelata un’emozione utile: essere esclusi significava morire, provare vergogna era un modo potente per far passare la voglia di essere stravaganti. A distanza di migliaia di anni, il nostro cervello di homo sapiens è rimasto lo stesso, la mente funziona come funzionava prima, ma il contesto è radicalmente cambiato: i rischi di morte imminente – dovuti ad animali affamati, carestie e liti tribali – sono quasi scomparsi; permanendo lo stato di allerta, finiamo per preoccuparci non per pericoli immediati, ma rispetto a rischi indefiniti nel tempo, che in genere cominciano con un “e se…”: “…e se perdessi il lavoro? Se non lo trovassi? Se non trovassi la persona giusta? Se mi lasciasse?”.

La frustrazione dovuta all’insoddisfazione di cui sopra è anch’essa rimasta, ma in un mondo iper-competitivo viene esasperata; il confronto sociale che nelle tribù serviva a capire come integrarsi è anch’esso rimasto, ma in un mondo in cui i social network creano l’illusione di essere circondati da persone più ricche, belle, interessanti, potenti… Dovrebbe essere chiaro, quindi, che se la condizione di base dell’uomo è sempre stata una fisiologica, lieve ansia vigile, un po’ d’insoddisfazione e attitudine al confronto sociale, tutto questo vale anche oggi, ma la società in cui viviamo solletica l’ingigantimento di questi stati d’animo.

Date tutte queste premesse, l’errore più grande che possiamo fare quindi è credere che la condizione naturale dell’uomo sia quella di essere felice e appagato, quantomeno nel senso in cui intendiamo normalmente queste cose: avere uno stato d’animo costantemente medio-alto e positivo. Non è mai stato così. Non potrà mai esserlo perché significherebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza della nostra specie. Eppure spesso la cultura prova a convincerci che soffrire sia strano, anormale, con la conseguenza di farci sentire inadeguati perché non siamo sempre al famigerato top.

Ancora, viviamo in una cultura che spesso condanna, esplicitamente o implicitamente, le emozioni e i pensieri negativi, suggerendo che siano sbagliati, e che dovremmo poter controllare ciò che pensiamo e sentiamo: questo è il modo perfetto per incrementare stupidamente il nostro malessere.

Come neutralizzare queste dannose credenze?

Tanto per cominciare, sarebbe abbastanza semplice fare una buona psicoeducazione su quelle che sono le influenze evolutive e culturali sopradescritte, insegnando già alle scuole superiori a riconoscerle e a capire come si influenzano reciprocamente.

E ancora: tutti possiamo imparare a riconoscere che i pensieri (piacevoli, spiacevoli, ansiosi, ottimisti, pessimisti, realisti…) vanno e vengono continuamente e sta a noi scegliere di volta in volta quanta importanza dargli, senza cercare di scacciarli quando sono fastidiosi né dargli necessariamente importanza quando crediamo di dovergliela dare. Tutti possiamo imparare che le emozioni ci comunicano informazioni a volte corrette e a volte no, e ci motivano ad agire in determinati modi, ma che questi modi e le emozioni sottese possono non di rado essere non il frutto di una utile lettura della realtà, ma la conseguenza di interpretazioni vecchie e della pigrizia cognitiva (intesa come tendenza a pensare/sentire sempre allo stesso modo per risparmiare l’energia mentale che richiede farlo ogni volta daccapo).

Anche se moltissimo deve essere ancora fatto per comprendere adeguatamente il nostro funzionamento psicologico, più di un secolo di ricerca scientifica a riguardo ci mette nelle condizioni di dare a tutti le basi per orientarsi meglio e vivere una vita consapevole e in equilibrio con la condizione umana.


FONTI
Harris R. (2010), La trappola della felicità, Trento, Erickson