Cos’è la compulsione da shopping?

“Alzo gli occhi e vedo che sono proprio di fronte a Octagon, in assoluto il mio negozio preferito. Tre piani di abbigliamento, accessori, oggetti, articoli da regalo, caffetteria, banco dei frullati, e un fioraio che ti fa venir voglia di riempire la casa di fiori. Ho la borsa con me. Solo una cosetta piccina, tanto per tirarmi un po’ su. Una T-shirt, o magari un bagnoschiuma. Ho bisogno di comperarmi qualcosa. Non spenderò molto. Mi basterà entrare e dare un’occhiata. Sto già aprendo la porta. Oh, Dio, che sollievo! Il calore, le luci…Ecco il mio ambiente, il mio habitat naturale”

Questi sono i pensieri di Becky Bloomwood protagonista del libro I Love Shopping, il primo romanzo scritto da Madeleine Wickham sotto lo pseudonimo di Sophie Kinsella.  Un libro all’apparenza leggero e scorrevole, ma che racconta un problema reale e ancora troppo sottovalutato della società contemporanea: la compulsione da shopping. Per quanto possa sembrare un disturbo legato soprattutto al semplice e mero consumismo, questa alterazione delle regolari abitudini d’acquisto si manifesta e si sviluppa come una vera e propria dipendenza, alla pari delle altre ossessioni compulsive, ovvero azioni ripetitive e inadeguate, le quali vengono messe in atto dal soggetto al fine di ridurre l’ansia e il disagio dovuti ad un’ossessione, cioè un pensiero sbagliato e costante che il soggetto ritiene inaccettabile, ma al quale non riesce a porre fine. Nel caso specifico dello shopping compulsivo, il disturbo è stato scoperto già nel diciannovesimo secolo dallo psichiatra tedesco Emil Kraepelin, il quale indentificò i primi sintomi e decise di definirlo con il termine “oniomania” (dal greco “onios” e “mania”, ossia “mania di comprare ciò che è in vendita”). Oggi viene anche chiamato “sindrome da acquisto compulsivo”, “shopping-dipendenza” e “shopaholism”.

Come si manifesta la dipendenza da shopping?

La compulsione è caratterizzata principalmente dall’irrefrenabile bisogno di acquistare nuovi oggetti, nuovi vestiti nonostante il soggetto sia consapevole della loro inutilità, arrivando addirittura a comprare eccessivamente, sfondando il limite delle proprie possibilità economiche.

La persona affetta da shopping compulsivo non compra per il piacere di fare un nuovo acquisto o per rispondere a un reale bisogno, ma sviluppa uno stato di tensione crescente per cui il desiderio di acquistare si trasforma in un impulso che non riesce a controllare. Nella maggior parte dei casi la merce acquistata viene poi messa da parte dopo averla comprata, quindi è evidente che la mente non risponda ad un essenziale bisogno primario, (“devo comprare un paio di scarpe perché si sono rotte” o “devo comprare un determinato alimento perché è basilare per il mio sostentamento“), ma da un bisogno di colmare un vuoto o di dimenticarsi della propria situazione esistenziale pensando che un vestito, per esempio, possa farla sparire per un attimo. La compulsione negli acquisti sembra infatti comparire solitamente quale sintomo di un pregresso disagio secondario a disturbi dell’umore, abuso di sostanze, scarsa autostima e depressione. Solitamente infatti lo shopping si presenta come un’attività gratificante, in quanto al momento dell’acquisto si prova generalmente euforia ed eccitazione, grazie ai neurotrasmettitori del cervello i quali rilasciano la dopamina e la serotonina, responsabili della sensazione di piacere, benessere e appagamento. Tutte queste sostanze contribuiscono a diminuire il controllo delle impulsività. Questa dipendenza, proprio come tutte le altre che appartengono a questa grande famiglia, non comporta solo sensazioni positive, ma anzi, introduce il soggetto in un circolo vizioso; non a caso al termine dell’episodio la persona che presenta una dipendenza da shopping prova spesso profondi sensi di colpa, vergogna e soprattutto ritorna a sentire un forte sentimento ansiogeno. La patologia non compare all’improvviso, ma è frutto di un processo più o meno lento.

Fasi della compulsione da shopping

Fase di tolleranza: è la fase in cui il soggetto inizia ad incrementare sempre di più i propri acquisti, investendo tempo e denaro. È il momento in cui l’oggetto acquisisce un significato simbolico. La compulsione da shopping non risponde ad un bisogno primario, ma a una debolezza emotiva. Il soggetto compra oggetti in moda da poter mostrare all’esterno la propria personalità ed identità. La mente fa scattare un meccanismo che fa credere al compratore compulsivo che l’unico modo per essere socialmente accettati, in quanto esseri vincenti, sia circondarsi di oggetti. Non a caso, spesso si tratta di prodotti appena usciti sul mercato o eccessivamente costosi. Alcuni studi effettuati hanno osservato la ripetitività d’acquisto di alcuni prodotti, proprio come se mancasse sempre un pezzo per sentirsi ed essere completi, non solo di fronte agli altri, ma anche per se stessi. Sempre nella prima fase, i compratori sperimentano sensazioni di corteggiamento da parte dei prodotti, nei casi più gravi gli oggetti vengono percepiti come esseri  capaci di ipnotizzare con il loro movimento ipnotico tanto da far scattare la convinzione irrazionale di non poter farsi sfuggire una determinata occasione. L’attrazione viene descritta come una sensazione viscerale, profonda e addirittura fisica, in quanto può provocare brividi, vampate di calore, ma anche eccitazione, agitazione, energia che circola o persino perdita di controllo di sé.

Stato di “craving”: l’intensificazione dei primi vissuti avviene nella seconda fase, la più emotiva. In questa fase le emozioni incidono sull’incapacità di controllare i propri impulsi a causa di un blocco cognitivo. La percezione del tempo è infatti azzerata. Il soggetto si trova in uno stato dissociativo della mente, il quale però può non essere costante, così da intervallare momenti di massima felicità a momenti di forti sensi di colpa e dispiacere per il fatto di non riuscire a controllarsi. È l’occasione in cui la dipendenza si attorciglia alla mente del compratore compulsivo persistentemente, trasformando lo shopping  nell’unico modo per potere alleviare la propria sofferenza e il proprio vuoto interiore.

Astinenza: è la fase in cui il soggetto è impossibilitato a fare acquisti per motivi lavorativi, logistici o familiari, oppure nel caso si trovasse già in terapia. Questa fase produce un grande malessere nello shopper compulsivo, in quanto l’astinenza è caratterizzata da patologie molto simili a quelle che si possono riscontrare nelle dipendenze da sostanze, come alcolici e droghe. I dipendenti provano delle vere e proprie crisi di astinenza, durante le quali provano rabbia, depressione, odio verso le persone che cercano di aiutarle e una forte sensazione di incomprensione. Altri elementi tipici delle dipendenze sono la tendenza a nascondere gli acquisti, proprio come i tossicodipendenti e gli alcolizzati, e ovviamente la negazione del problema con l’inevitabile allontanamento dalla società. Alcuni studiosi del compulsive buying hanno descritto questa dipendenza, questo vincolo all’acquisto, come una dipendenza senza oggetto in cui l’attività sostituisce un oggetto da cui dipendere.

Perdita del controllo: nella terza fase il soggetto si lascia completamente controllare dalle proprie pulsioni, senza cercare di porre resistenza. La giustificazione è assolutamente essenziale affinché non si ricada nella seconda fase. La pulsione vince sulla resistenza del soggetto, che giustificherà l’acquisto di un oggetto come necessario, utile e indispensabile.

Difficoltà di diagnosi

Soprattutto nella prima fase, è molto difficile distinguere il comportamento della persona da normale e quotidiano a pericolosamente compulsivo, questo la rende una patologia ardua da riconoscere e quindi quasi impossibile da diagnosticare. L’ambiguità del comportamento del compratore è strettamente legata alla realtà consumistica in cui si immerge. La cultura dell’acquisto è fortemente radicata nella società contemporanea, tanto che soddisfare i propri desideri, anche i più piccoli, diventa una normalità. Dover possedere sempre il nuovo modello di Iphone o la nuova collezione di una famosa marca di vestiti viene accostato a una passione e non a un problema compulsivo.  Proprio per questo consumismo sfrenato lo shopping compulsivo è stato definito “eccessoressia”. I primi allarmi di squilibri può essere semplicemente quello di comprare un oggetto al di fuori delle proprie possibilità economiche sporadicamente, così da non attirare troppo l’attenzione degli altri o suscitare preoccupazioni interiori. La diagnosi viene posta solo dopo molto tempo, a volta anche troppo tardi, dato che come ogni dipendenza può addirittura portare al suicidio.

Come distinguere la compulsione da shopping dal semplice consumismo?

Oltre alla quantità e alla qualità degli acquisti è necessario distinguere il modo in cui il comportamento d’acquisto si differenzia. Come accennato in precedenza, normalmente l’acquisto viene innescato per bisogni primari, ma anche da scelte ponderate, spesso per investimenti molto grandi. Gli acquisti sono tutti effettuati in base alle proprie preferenze personali, al massimo sotto consiglio di parenti o amici. Il consumatore acquista consapevolmente e lucidamente, solo ciò che desidera. Nella sindrome da shopping i fattori che guidano il comportamento d’acquisto si organizzano in modo differente. Gli impulsi, oltre ad essere persistenti e pressanti, sono suscitati dal bisogno di costruire su se stessi l’identità che la società richiede, ci si convince che altrimenti non si possa essere accettati. L’acquisto non è più personale, ma alimentato da scelte che il consumatore ritiene vincenti all’occhio della società.

Il ruolo della famiglia nell’acquisto patologico

È stato dimostrato che il disturbo di acquisto patologico, presente soprattutto nella popolazione femminile dai 20 ai 30 anni, non compare all’improvviso in prossimità della fascia d’età interessata, ma è già presenta nel soggetto in forma latente da diversi anni. L’origine della compulsione può risalire infatti a problematiche evolutive strettamente collegate con l’educazione genitoriale la quale può causare danni quando raggiunge due estremi, ossia l’eccessiva permissività e l’estrema iperprotettività. Le abitudine familiari hanno permesso di sottolineare dei fattori che possono contribuire alla psicodinamica evolutiva del problema. Le esperienze negative infantili e in generale le problematiche incontrate nel periodo dello sviluppo sono alla base dall’analisi psicoanalitica del disturbo compulsivo. Il comportamento di acquisto incontrollato, da questo punto di vista, è interpretato come un tentativo di rivivere sentimenti negativi o fisiologici infantili, come l’impotenza, la vergogna e la colpa, al fine di tentare di controllarlo ad ogni nuovo episodio di acquisto coatto. Lo shopping compulsivo inoltre è una compensazione, ossia sembra inoltre rappresentare un tentativo di compensare alcuni desideri infantili repressi, mettendo in atto un comportamento socialmente sostenuto e accettato. Può capitare per esempio che il compratore di getti sull’acquisto di libri, capaci di dargli la conoscenza e le informazioni che i genitori non sono riusciti a fornirgli, creando in questo modo un genitore sostitutivo. L’elemento infantile è visibile anche nella tendenza del soggetto a cercare un genitore reale o simbolico in grado di sostenerlo economicamente, annullando in questo modo ogni responsabilità tipica degli adulti con un proprio potere economico. Spesso, infatti le persone propense al consumo compulsivo sono cresciute con dei genitori che hanno sempre manifestato il loro affetto mediante attenzioni materiali, le quali vengono ricercate sia nell’acquisto ripetuto, che nelle richieste di aiuto per riparare ai debiti contratti a fronte dell’esasperata attività di shopping.

Terapia e principali ostacoli

Per poter superare questa disturbo psicologico è necessario affidarsi a uno psicologo o psichiatra specializzato. La terapia per essere efficace deve essere graduale, in modo tale da poter tornare a poco a poco ad essere padroni dei propri impulsi. Durante le sedute il paziente deve instaurare un nuovo modo di vedere gli oggetti, deve riconquistare la capacità di gestire il proprio denaro, imponendosi un budget e soprattutto poter tornare a passare del tempo sano nei negozi senza l’impellente desiderio di dover possedere ogni oggetto in vendita. Lo scarso controllo di sé rappresenta un elemento fondamentale che alimenta la probabilità che l’abitudine negativa all’acquisto si riproponga. Il paziente non deve avere convinzioni negative sulla propria capacità di controllare volontariamente il proprio comportamento di acquisto. Una delle principali dimensioni su cui riflettere per superare il problema è quella relativa alle false idee, ossia il desiderio di avvicinarsi simbolicamente ad un modello mentale, ma illusorio, per potere in questo modo compensare le proprie insicurezze. Queste illusioni finiscono per peggiorare ad ogni fallimento nel controllo comportamentale. Durante e dopo il percorso di guarigione è facile cedere alla propria dipendenza, a causa delle continue campagne pubblicitarie che bombardano inevitabilmente la quotidianità, le quali alimentano il sentimento di acquistare oggetti inutili, creando così un falso bisogno e dunque la “consumopatia”.


Fonte 3