Attraverso il nostro modo di pensare possiamo favorire il benessere psicologico, o quantomeno minimizzare il malessere, oppure darci la zappa sui piedi e aggravare la condizione emotiva in cui ci troviamo, spesso attivando comportamenti dannosi che peggiorano ulteriormente la situazione. Albert Ellis è stato uno dei padri della terapia cognitivo-comportamentale, in particolare è conosciuto per la sua elaborazione della terapia razionale-emotiva, che iniziò a usare tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, quando decise di abbandonare progressivamente il modello psicoanalitico in cui si era formato, dando il via a una piccola rivoluzione nel mondo della psicoterapia.

Un caposaldo di questo approccio, molto filosofico, è che non sono tanto le cose che ci succedono ma il modo in cui le interpretiamo a determinare l’effetto che esse hanno su di noi, e che il modo in cui interpretiamo gli eventi dipende a sua volta dalle credenze di fondo che abbiamo. Le credenze irrazionali sono quelle che fanno precipitare inutilmente l’umore e possono provocare quindi un profondo malessere psicologico.

Ecco qualche esempio di credenza irrazionale, che può essere usato anche a mo’ di test semiserio da chi legge, in quante più frasi ci si riconosce, tanto più è facile sentirsi emotivamente giù:

  • Esistono scelte perfette e io devo compierle perché devo a tutti i costi essere perfetto
  • E’ possibile e anche auspicabile controllare tutto o quasi
  • Il mondo deve essere giusto con me, e se non lo è o non lo è stato dovrà risarcirmi prima o poi
  • Le emozioni negative sono intollerabili
  • Non dovrei provare emozioni negative
  • Fallire è spaventoso e inaccettabile
  • Bisogna essere incondizionatamente approvati da tutti

Prendiamo l’ultima credenza, ad esempio. Come sarebbe possibile essere approvati da tutti? Probabilmente l’unico modo sarebbe rinunciare a seguire i propri interessi, manifestare le proprie preferenze ed esprimere i propri valori, modificandoli di volta in volta in base all’interlocutore. Un atteggiamento condiscendente può essere giustificato solo da una situazione di pericolo reale (una minaccia all’integrità fisica o anche al futuro professionale – ad esempio davanti a un capo ostile può essere utile, in alcuni casi, tenere per se le proprie considerazioni per non rischiare di essere licenziati), mentre in tutti gli altri casi, è utile ricordare che non abbiamo bisogno dell’approvazione degli altri e che facciamo molto meglio a investire in azioni e relazioni coerenti con ciò che vogliamo davvero. Sembra ovvio, eppure quanto spesso ci si sente davvero autonomi nelle proprie scelte e azioni?

Nei suoi libri, Ellis esplora una quantità enorme di credenze irrazionali. Uno psicologo e coach americano, Robert Biswas-Diener, ritiene che tutte queste credenze possano essere ricondotte a 3 categorie: la prima è che ci sia un obbligo di risultato in quello che facciamo (sempre o quasi per essere approvati dagli altri), la seconda è che se gli altri non si comportano come vorremmo allora essi sono sicuramente in torto (o peggio persone sgradevoli, sicuramente cattive, egoiste, etc…), la terza è che la vita deve essere semplice e senza inconvenienti (altrimenti diventa intollerabile). In altre parole, sono le credenze di fondo su come dovremmo essere noi, gli altri, il mondo. Queste credenze disfunzionali, è facile notarlo, hanno in comune il fatto di sottointendere un dover essere delle cose che ci irrigidisce in maniera tossica e provoca disagio emotivo.

Da dove arrivano le nostre credenze?

Esse si formano nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza e sono in buona parte frutto delle influenze del contesto: genitori e altri adulti significativi attraverso i loro atteggiamenti e comportamenti trasmettono, spesso involontariamente, i messaggi che determinano il formarsi delle credenze. Pensiamo a un genitore che cerca a tutti i costi, sempre, di celare uno stato d’animo negativo: la credenza tossica che potrebbe trasmettere al figlio è che non si devono manifestare (forse non si dovrebbero nemmeno provare) stati d’animo negativi.

Anche la cultura attraverso i mass-media dà il suo contributo al formarsi delle credenze: quanti film, o cartoni animati, abbiamo visto nei quali il protagonista inizia deriso e frustrato e solo dopo aver raggiunto un qualche traguardo diventa soddisfatto e rispettato? Sembra abbastanza normale, ma la credenza di fondo che storie del genere trasmettono è che il valore e la rispettabilità di una persona dipenda dal soddisfacimento di qualche parametro di performance, o dal dimostrare di aver maturato una certa qualità (sportiva, estetica, intellettuale, creativa…).

In uno dei suoi capolavori, Ragione ed emozione in psicoterapia, Ellis sottolinea con forza il fascismo implicito in questo tipo di ragionamento: pensare che ci siano vari livelli di rispettabilità di una persona e che il valore di ciascuno sia dato dalle sue prestazioni o qualità specifiche, è fascista tanto quanto credere che per essere rispettabili si debba appartenere a una certa etnia, a una certa classe, a una certa categoria di persone. Avete presenti alcune vicende politiche attuali?


FONTI

Ellis A., Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio Ubaldini