La storia dei Greta Van Fleet comincia in Michigan, nel piccolo comune di Frankenmuth. I gemelli Josh e Jake Kiszka, il loro fratello minore Sam e l’amico Kyle Hauck fondano nel 2012 una loro band. Il nome si ispira a quello di una residente del paese: una certa Gretna Van Fleet, oggi arzilla ottantasettenne. Non è difficile immaginare quale sia il sogno dei quattro adolescenti cresciuti a pane e chitarre elettriche: abbandonare il prima possibile i banchi del liceo e gli scantinati per solcare i palchi internazionali.

Eppure sono pochi, almeno nel campo musicale, i passi che lasciano fin da subito solide impronte. La prima impronta targata Van Fleet si chiama Highway Tune. Registrata nel 2013, viene cancellata dal mercato discografico per riaffiorare un po’ di anni dopo, nel 2017, con un esclusivo videoclip, un contratto con Lava Records e un nuovo batterista al posto di Hauck: l’amico d’infanzia Daniel Wagner.

L’energia dei quattro adolescenti americani è contagiosa e il successo non tarda a sopraggiungere: un EP nel 2017, Black Smoke Rising e un altro poco dopo, From the Fires: che vince il Grammy Award come miglior album rock nel febbraio 2019.

From the Fires, 2017

Otto tracce per From the Fires, che trasforma il rock in un canto attorno al fuoco, di quelli un po’ surreali, psichedelici, e a loro modo nostalgici. Che ci sia nostalgia nelle canzoni dei Greta Van Fleet è innegabile, come è innegabile il rimando ai Led Zeppelin, che emerge in qualunque critica (positiva o negativa) si possa rintracciare in rete. La voce di Josh Kiszka, frontman della band, assomiglia davvero a quella di Robert Plant, e quest’ultimo è a tutti gli effetti un modello dichiarato più volte dalla band.

Che a vent’anni si abbia un modello è quanto di più naturale ci si possa aspettare da una band emergente. Led Zeppelin vuol dire nostalgia di anni mai vissuti, ma allo stesso tempo vertiginosamente affascinanti agli occhi di noi Millennials o dei fratelli Kiszka. Gli anni del rock nella sua età d’oro.
Il rock degli anni ’70 scorre infatti nelle vene dei Greta Van Fleet, che si sforzano di ridipingere ciò che sarebbe ora irripetibile.

Ah mama what you gonna do
With all that love in your heart
Ah mama what you gonna say
About that love in your heart
Oh mama when you walk this way
Why don’t you give some lovin’

Nostalgia? Puro tributo e omaggio ai Led Zeppelin (che, parliamoci chiaro, non sarebbe comunque un male)?

In Safari Song intravediamo la risposta. Giovane, esplosiva. L’urlo della chitarra si accompagna a quello vocale di Josh Kiszka – che fa proprio lo stile di Plant – per proseguire però autonomamente, con un carisma e un entusiasmo che non si erano mai visti. È questa la sfida dei Greta Van Fleet: portare il rock negli anni Duemila, con il suo ritmo ripetitivo, i riff di chitarra elettrica hard-blues e gli acuti. L’idea che ci possa essere ancora qualcosa da dire.

Certo, il flower power è una critica stilistica che non si può non muovere. Cantare e suonare con una collana di fiori al collo fa sorridere per quanto è anacronistico. Concediamo ai quattro ragazzi dall’entusiasmo da vendere il tempo per trovare la propria voce.

Anthem of the Peaceful Army, 2018

19 ottobre 2018. Primo album in studio, Anthem of the Peaceful Army. Il disco è una prova del nove: chi sono davvero i Greta Van Fleet? 46 minuti di ascolto, non uno di più, non uno di meno, sono la misura adatta per provare a rispondere e dire che quello che abbiamo ascoltato non è una copia e non è una rivoluzione: è un inizio.

La traccia di apertura, Age of Man, è la marcia dell’armata pacifica, il consiglio – un po’ di tolkieniana memoria – dell’uomo saggio che illumina la via. Di una dolcezza e una lentezza insolita per un inno, il brano evoca atmosfere melodiche, intime. Chi l’ha detto che il rock è solo potenza e aggressività?

And as we came into the clear
To find ourselves where we are here
Who is the wiser to help us steer
And will we know when the end is near 

The Cold Wind e When the Curtain Falls suonano invece più tradizionali, meno innovativi, ma comunque completi e ben strutturati. Certo che c’è la nostalgia, certo che c’è il riferimento. Ma la forza dei Greta Van Fleet sta nel saper riarrangiare e riproporre, unendo al rock atmosfere magiche e sound psichedelici, ballate acustiche (la dolcissima You’re the One ne è il perfetto esempio) e anche un po’ di blues. Ascoltate Mountain of the Sun e provate a stare fermi. Impossibile.

La title track è la degna conclusione di un disco decisamente godibile, che piace più nella forma che nel contenuto. Anthem, un messaggio pacifista che invita a tenere la mente aperta e a unire le forze, non colpisce per l’originalità del testo, quanto per la bellezza della chitarra acustica, dei cori e di un tamburello.

Forse con i Greta Van Fleet non vedremo compiersi la storia del rock, ma di sicuro assisteremo a una ventata di freschezza, di giovinezza e di voglia di fare. I fratelli Kiszka ci insegnano che, per fare musica, non bisogna avere timore di pescare nel passato per costruire il proprio presente.

 

CREDITS

Copertina di Troy Larson

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