Rogoredo è un quartiere della periferia di Milano, incluso amministrativamente nel Municipio 4, distante 7 km dal centro. Il termine Rogoredo deriva dal latino tardomedievale robur, rovere, a significare “bosco di roveri”, per la sua macchia verde che ne caratterizza l’identità.

Rogoredo era il quartiere industriale, dedito al lavoro e agli operai, lontano dal centro e collegato a Pavia e Piacenza: per anni è rimasto un “villaggio indipendente” in una grande città. A cavallo tra il 2008 e il 2010, Rogoredo si è liberata da quella bolla che la distanziava dal centro.

Oggi questo quartiere è famoso in tutta Italia per il famigerato boschetto della droga, un decimo girone dell’inferno che abbraccia i ragazzi dell’hinterland milanese dai 14 ai 24 anni. Il boschetto della droga nasce negli anni 80, quando le droghe illegali lasciavano uno strascico di morti. L’eroina era la sostanza che bruciava più vite, circolava tra i giovani, era una moda violenta, ingiusta e letale. Il boom del consumo di stupefacenti si è poi fortificato, ed è cresciuto esponenzialmente: uno studio condotto dall’European Drug Report 2019 ha confermato che i consumatori principali rientrano nella fascia di età 15-34 anni.

Il 20.9 % degli adulti fra i 15 e i 34 anni consuma cannabis. Inoltre il 41% segue un percorso di disintossicazione da eroina, il 33% si disintossica dalla cocaina, il 22% da cannabis. Stando a quanto dichiarato dalla Garante al Governo Filomena Albano, alla Conferenza delle Regioni e a quella Stato-Città, in Italia l’allarme droga si è esteso ai ragazzi fra i 10 e i 14.

Ed è proprio la generazione Z l’ultima vittima del boschetto di Rogoredo. Purtroppo il Parco Gino Cassinis  vede ogni giorno l’affermazione e la diffusione della nuova moda: centinaia di ragazzini, di età che varia dai 12 ai 14 anni  (ma comprendendo anche le fasce di età successive), entrano nel bosco della droga.

Ciò che accade all’interno del parco Cassinis è stato oggetto di studio della dottoressa Sonia Bergamo che, per la sua tesi di dottorato in Sociologia presso l’Università Bicocca, ha vissuto nel boschetto per un anno.
La sua tesi di laurea è un’analisi approfondita e dettagliata di un fenomeno sociale estremamente negativo. Infatti Sonia Bergamo ha seguito le diverse dinamiche che si realizzano nel boschetto, spaccio-violenza-prostituzione, indistintamente legate alla criminalità.

Come è organizzata la società del boschetto? Innanzitutto bisogna parlare di società perché il boschetto è un mondo a sé stante dove le persone vivono in una dimensione parallela e subalterna alla vita reale.

Il problema è che alcuni lì ci vivono: si accampano tra gli alberi ed escono soltanto per andare a mendicare in stazione o a comprare qualcosa da mangiare. “Là dentro è un mondo a parte, quando esco devo riabituarmi alla vita civile,” mi ha detto una volta un consumatore che ho incrociato al supermercato di zona con la faccia sporca di sangue. Si era ferito alla testa, ma non si era accorto del sangue, e non aveva avuto modo di lavarsi né di farsi medicare.

Il boschetto detiene un primato: si vendono dosi minime con prezzi minimi. 0,1 grammi di eroina costano meno di cinque euro, mentre il prezzo di un grammo gira intorno ai 20-30 euro. Il prezzo della cocaina oscilla invece tra i 60 e gli 80 euro al grammo. Ovviamente è dal prezzo della droga che parte il ciclo spaccio-prostituzione-violenza.

Possiamo dividere la società del boschetto in diverse sezioni:

  1. I consumatori di droga
  2. Gli spacciatori
  3.  I clienti che sfruttano la facile tendenza alla prostituzione
  4. I migranti

I consumatori di droga sono suddivisibili per età: al primo gruppo si inseriscono quelli datati, i cinquantenni che negli anni 80′ hanno iniziato il loro viaggio nella droga; al secondo gruppo appartengono i giovani adulti, tra i 25 e i 35 anni, riconosciuti dai servizi SerT. Infine, al terzo gruppo, appartengono i ragazzini. Tutti iniziano fumando eroina e sniffando coca. Sono spesso anonimi al SerT, e quasi tutti non sanno neanche di cosa si tratti.

Gli spacciatori si servono delle vedette per scappare dalle continue incursioni delle forze dell’ordine, nascondo la droga, e utilizzano ogni arma a loro disposizione, dalle percosse allo stupro, per ottenere i soldi non dati in precedenza.

I clienti della prostituzione: come hanno confermato lo studio e l’analisi della Bergamo, arrivano ogni giorno nuovi ragazzi e ragazze giovanissime che si prostituiscono per pochissimi euro, spesso pari al prezzo del punto di nera, cioè la dose minima di eroina, che ha un costo di cinque euro.

Qualche volta mi è capitato di essere avvicinata perché pensavano che fossi lì a prostituirmi. Mi agganciavano con frasi tipo, “Che ci fai qui? Posso offrirti un caffè?” Quando dicevo che in realtà mi trovavo lì per un lavoro di ricerca, era facilissimo farli parlare della loro esperienza. Contrariamente ai consumatori, che sono molto diffidenti, i clienti della prostituzione pensano di non avere niente da nascondere. Raccontano con naturalezza il motivo per cui sono lì, spesso si lamentano anche per la “qualità dell’offerta”, disprezzando le ragazze dal punto di vista estetico.

Infine ci sono i migranti, esclusi dalla società, reietti e probabilmente già abili consumatori, che si ritrovano risucchiati e protetti dal boschetto della droga.

Ma quali sono i motivi che spingono i ragazzi a cercare il boschetto?

Innanzitutto è importante riconoscere che a Rogoredo si recano, secondo i dati rintracciati dalla Bergamo, oltre 500 persone al giorno. La maggior parte dei ragazzi che entra nel bosco è attratta dall’aria proibita e letale che emana. Molti provengono dall’hinterland milanese e da altre città nordiche, come Pavia o Padova.

Ore in treno per giungere il boschetto e vivere lo scenario spaventoso di gente il cui unico scopo è bucarsi. La curiosità, la moda adolescenziale, l’emarginazione sociale rientrano tra i motivi principali. Quotidianamente il boschetto è attraversato dagli operatori della croce rossa che aiutano i consumatori che versano in precarie condizioni psico-fisiche. Per questa missione di soccorso, entra in gioco anche la cooperativa Lotta per l’emarginazione, che si preoccupa di aiutare e sostenere psicologicamente le persone intrappolate in questo circolo vizioso.

La società del bosco è chiusa ed esclusa: l’ultimo fatto di cronaca ha visto una giovane donna ucraina di ventotto anni partorire al Parco senza cure né assistenza. Non ha mai controllato la sua gravidanza da un ginecologo e per nove mesi si è iniettata eroina. Infatti il bambino, partorito a Maggio,  è nato in crisi di astinenza. A prendersi cura del neonato è stata la clinica Mangiagalli che in collaborazione con il Tribunale di Milano assicurerà al bambino condizioni di vita migliori.

L’emigrazione in centro dei consumatori

Un fenomeno centrifugo che parte da Rogoredo e si dirama per la città di Milano è l’appostamento dei consumatori nella Milano Bene. Piazza Duomo è la meta più gettonata: illuminata, ricca di turisti, immensa, con l’allungamento di San Babila, è il luogo ideale per guadagnarsi qualche spiccio.

L’elemosina è un lavoro: chi viene da Rogoredo è riconoscibile. Tutti sdraiati su cartoni, dalla pelle consumata, cosparsa di ematomi, verruche, abrasioni, sono abbracciati a cani e lenzuola. Piangono, si lamentano, dormono. Riescono in media ad ottenere più di cento euro al giorno, guadagno ottimo per l’acquisto delle dosi.

La vita dei consumatori oscilla tra l’elemosina e il consumo, tra le fermate della metro Duomo-Rogoredo. La città è pervasa da questi spettri, ignorati o compatiti dalla società reale.

Possibili soluzioni: dalla bonifica allo sportello per dipendenze

Come ha dichiarato Sonia Bergamo in una lunga intervista per Vice, l’amministrazione milanese non dedica il tempo necessario alla questione droga di Milano Rogoredo.

Non credo ci sia un modo per risolvere questa situazione così critica nel senso che molti vorrebbero. Un eventuale sgombero del boschetto servirebbe soltanto a frammentare i consumatori. La “redenzione” in comunità che alcuni propongono, invece, è più un mito obsoleto che una soluzione. Chi è senza casa, senza lavoro e ha una quotidianità legata all’acquisto della sua dose non può smettere da un momento all’altro. Il modo più sensato per migliorare le cose è entrare in contatto con i consumatori, e farlo senza giudizio su di loro e sul motivo per cui si trovano lì, cioè sul consumo.

I presidi della polizia all’interno del bosco non mancano mai. Vi sono incursioni, arresti, piantonamenti e continui interventi che non costituiscono però una soluzione a lungo termine a causa dell’afflusso continuo di persone che si presenta. Già nel dicembre del 2018, il sindaco Sala ha richiesto un presidio costante nel parco. Ma non basta.

Quali possono essere le soluzioni per migliorare la situazione del Parco Cassinis? La bonifica del parco consisterebbe nel disfacimento delle diverse abitazioni arrangiate tra i rami nel parco.

Come suggerisce la Bergamo, una delle soluzioni più efficaci che potrebbe ridimensionare il fenomeno della dipendenza è l’apertura di uno sportello gestito da operatori esperti nelle droghe, che tutelino igienicamente e psicologicamente gli assistiti. In Italia questa pratica è stata messa in atto a Collegno, a Torino. Il servizio che viene offerto si preoccupa non solo di garantire cibo e assistenza ai consumatori, ma mette a disposizione una camera igienicamente conforme dove i tossicodipendenti possono usufruire delle droghe, controllati dal personale. Questo esperimento potrebbe giungere alla diminuzione del degrado umano e civile della periferia sud di Milano.

Un altro intervento importante è l’investimento nelle numerose associazioni, come Lotta all’emarginazione. Lo stato dovrebbe incentivare e finanziare il lavoro dei volontari, mettendo a disposizione fondi, tempo e investimenti per un intervenire tempestivamente sulla vita dei giovanissimi che si affacciano al mondo della droga.

Gli stessi SerT, i Servizi per le tossicodipendenze, sono sconosciuti ai ragazzi. Questi servizi attuano interventi di informazione, prevenzione, riduzione del danno, sostegno, orientamento, e cura delle dipendenze sia dei pazienti che dei loro congiunti. Controllano lo stato di salute psicofisica del soggetto, definendo programmi terapeutici individuali da realizzare nelle comunità di recupero sociale, e monitorano i miglioramenti o i peggioramenti delle persone esaminate.

Ciò che si suggerisce è anche la chiusura del boschetto, lo smembramento delle “abitazioni” e la reclusione nelle comunità. Ma per la Bergamo, che ha costruito un’indagine dettagliata di Rogoredo, la reclusione in comunità sarebbe un metodo che non riscontrerebbe il successo procrastinato.

Le storie dello zoo di Rogoredo

Sono tante le storie delle persone che vivono nello zoo del quartiere della droga. Alcune di queste storie sono state raccolte dal Corriere della Sera che ha costruito un massiccio reportage della situazione delle persone rinchiuse nel parco.

Oltre la storia della giovane donna ucraina che ha messo al mondo un bambino in una bettola improvvisata, ci sono delle storie strazianti di famiglie che combattono per riprendersi i loro figli dalle grinfie della tossicodipendenza. Ed è la storia di un uomo, operaio, padre di due figli, che ha scoperto la tossicodipendenza del figlio all’età di 17 anni. Lo ha seguito nel bosco degli spettri, ha constatato con i suoi occhi l’orrore della dipendenza e ha agito. Come? In modo intelligente, affidandosi ad un operatore.

Protagonista di un’altra storia è Simone, operatore che agisce nel boschetto: ha salvato una quindicenne dall’eroina spingendola al ricovero e a farsi aiutare, agendo di astuzia e intelligenza. L’ha avvicinata, ha creato un legame, le ha parlato. Le ha dimostrato quanto la vita reale sia migliore, come possa essere realmente il mondo e quanto nel profondo sia diversa dagli eroinomani datati.

Anonimi, confinati e abbondatati: gli spettri dello zoo del parco della droga sono difficili da agganciare, riconoscere e curare. Vivono la loro vita senza uno scopo, anzi l’unica fonte di benessere per loro è proprio l’uso di stupefacenti. Il ciclo elemosina e prostituzione è in realtà essenziale per raggiungere il fine comune: drogarsi.

Come si evolverà il bosco di Rogoredo è tutto ancora da analizzare e scoprire. Auspicare ad un miglioramento e ad una soluzione razionale ed efficiente è ciò che si augura anche Sonia Bergamo che afferma in una lunga intervista per Vice:

La speranza è che si possa arrivare attrezzati per la prossima Rogoredo. Nelle scene aperte del consumo come questa i più marginalizzati sono continuamente sottoposti a una forma di violenza che impedisce loro di cambiare le proprie traiettorie di vita. Per violenza non intendo solo quella fisica, ma quella “invisibile” dettata dai rapporti di potere e che coinvolge media, cittadini, forze dell’ordine e istituzioni. È necessario che le politiche sulle droghe diano forza a interventi di tipo ambientale, incluse le stanze del consumo, per minimizzare questa violenza e i rischi potenziali che corrono i consumatori, soprattutto quelli ad alta vulnerabilità.