Seduto a un tavolino, accasciato, con le braccia a penzoloni lungo i fianchi, le gambe leggermente divaricate per fare spazio alla pancia gonfia, la polo a righe rosse e azzurre tesa sulla pelle, sudata sul collo e sotto le ascelle, aspettava il nulla.

Davanti a lui erano allineate tre bottiglie marroni di birra; una stappata, già quasi a metà, le altre due ancora da stappare. In mezzo all’atrio principale del centro commerciale, non aspettava più nessuno. Lei non sarebbe tornata. Bere fino a stare male, fino a doversi precipitare in bagno portandosi dietro le bottiglie, era l’unica soluzione possibile. La gente gli passava accanto con i carrelli pieni, le borse di plastica pesanti, i manici tirati allo stremo. I bambini unti di merendine e focaccine, i pensionati in cerca di una folata dell’aria condizionata. La luce del soffitto vetrato gli cadeva addosso come un raggio divino. Era piena estate. Lei non tornava da due anni.

Il giorno in cui se n’era andata, lui era seduto in cucina. Stava bevendo una birra fresca. Ci aveva pensato tutto il pomeriggio, a quella birra ghiacciata, mentre aspirava i sedili posteriori dell’auto. Il cielo si era coperto di nuvole grigie e pesanti, il caldo era diventato opprimente, tutti avevano sperato in un temporale, “dai che arriva, dai che arriva”, “almeno poi rinfresca”. E invece niente, l’aria era rimasta immobile, elettrica, estenuante.

Non era uno a cui importasse molto delle macchine; ne aveva comprata una a caso, né piccola né grande, giusta per due persone e qualche valigia. Però quel giorno aveva deciso di pulirla, sia fuori che dentro. L’avrebbe lavata, aspirata, lucidata, poi sarebbe andato da lei e le avrebbe detto di partire per un weekend al mare.

Aveva sbattuto con foga i sedili, con i palmi delle mani aperti e rigidi, per togliere le ultime briciole, pensando alla birra fredda che avrebbe bevuto prima di fare la doccia.
Quando aveva finito, aveva chiuso con delicatezza la portiera e si era allontanato un po’ per contemplare il risultato delle sue fatiche. Soddisfatto, era entrato in casa asciugandosi il sudore della fronte pelata con il bordo della polo a righe rosse e azzurre.

La birra lo aspettava nel frigo. Aveva aperto lo sportello superiore, la luce giallina si era proiettata sul pavimento ai suoi piedi. Con una mano aveva afferrato la bottiglia di vetro marrone, ghiacciata, appannata, da 75 cl. Un sollievo. Il tizio sull’etichetta sorrideva mentre lui toglieva il tappo con un colpo solo, lasciandolo rotolare nel lavandino. La prima sorsata era stata un angolo di paradiso, un piacere indescrivibile. Aveva tirato indietro una sedia del tavolo, le gambe di legno avevano urlato contro le piastrelle, si era seduto, accasciandosi, lasciandosi cadere contro lo schienale duro.

Dov’era lei? Era al piano di sopra, a farsi una doccia? L’acqua nei tubi non scorreva. Aveva sollevato lo sguardo verso il soffitto; si era sentito meglio, ritemprato, pronto a raggiungerla, a prenderla tra le braccia, e a dirle “ti porto al mare”. Sua moglie, la sua bellissima moglie. Gliene aveva fatte tante, ma lei lo aveva sempre perdonato. Gli aveva sempre fatto trovare la cena pronta quando tornava a casa dal lavoro, stanco, distrutto, a pezzi. Gli aveva offerto i consigli più saggi, i baci più caldi e le braccia più accoglienti. A volte si chiedeva perché. Perché faceva tutto quello per lui? Per un uomo ormai non più giovane, completamente pelato, con una pancia prominente da birra, con un brutto carattere e pochi soldi. Lui l’aveva spesso tradita e lei non aveva mai fatto troppe domande.

Aveva continuato a bere la birra con sorsi avidi, direttamente dalla bottiglia.

Lei se n’era andata.
L’aveva abbandonato lì, senza una parola. Aveva preso le sue poche cose, qualche vestito e una trousse, e se n’era andata.

Quel giorno, con quel cielo grigio che prometteva uragani, cataclismi, tempeste, tragedie, lei era andata via. Non era caduta neanche una goccia di pioggia. Non si era alzato neanche un filo di vento per stemperare l’afa umida. Niente di niente.

La casa era rimasta silenziosa, la macchina immobile nel cortiletto, lui praticamente sdraiato sulla sedia, con le gambe allungate davanti a sé e la testa appoggiata contro lo schienale. Aveva continuato a bere guardando il vuoto. Finita la bottiglia che aveva stappato quando ancora credeva che sarebbero andati al mare insieme, ne aveva aperta un’altra. E poi un’altra ancora. E un’altra, fino a quando il gusto amaro della birra non gli aveva fatto venire la nausea ed era corso in giardino a vomitare.

 


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