Trovarsi di fronte tante informazioni e tanto diverse destabilizza. Ed è quello che succede ogni volta che sblocchiamo lo schermo del nostro smartphone, accendiamo la tv o il computer. Da qualche anno si parla addirittura di post-verità, per una realtà complessa che vede il surplus informativo cavalcare l’onda della scarsità di certezze. Come difendersi? Come affrontare la situazione senza cadere nel bipensiero orwelliano e resistere anche alla tentazione del nichilismo? 

Post-verità

Relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali.

Non si tratta di un fenomeno completamente nuovo: da sempre si fa leva su istinti ed emozioni delle persone per la diffusione di un pensiero, sfruttando questo mezzo anche con fini poco corretti. Ma l’avvento dell’internet 2.0 ha amplificato le cose, con il risultato che la verità sembra invisibile, irraggiungibile, o addirittura non esistere più. Online è possibile trovare di tutto, ma si fa fatica in questo “tutto” a distinguere ciò che è vero o utile. Così, la verità finisce per perdere d’importanza, e quel prefisso post che le sta davanti indica proprio questo: se non puoi trovarla, devi farne a meno, andare oltre e convenire che, se proprio dovesse esserci, sarebbe irrilevante.

Un cartello per la campagna pro-Brexit che espone informazioni errate sulle spese del Regno Unito per l’UE, esempio di post-verità in politica

Il problema non riguarda solo il mondo dell’informazione, in relazione al quale il termine post-verità si è diffuso negli ultimi anni: anzi, la questione si complica negli ambiti che richiedono competenze settoriali, naturalmente meno diffuse. È il caso, ad esempio, del mondo scientifico: al di là delle assai note polemiche sui vaccini, vi sono questioni in cui il limite tra verità e fantasia può rivelarsi molto più sottile e difficile da individuare, vuoi per l’argomento spinoso, vuoi per la scaltrezza di alcuni comunicatori. Dire la propria opinione è certamente un diritto, ma bisogna ricordare anche che su alcune cose non si può dare un’opinione, bensì solo attenersi ai dati, agli studi, alle fonti, ai fatti.

Responsabilità

Non bisogna mai dimenticare, infatti, che dietro alle fake news (e affini) ci sono delle persone in carne ed ossa. La responsabilità della loro produzione e condivisione non va cercata solo negli inarrestabili meccanismi della rete e nell’ingenuità degli utenti. Sono stati evidenziati casi di giornalisti ed altre figure (divulgatori, politici, persone comuni, e così via) perfettamente consapevoli dell’imprecisione – se non della palese erroneità – di quanto pubblicato. Inoltre, non si può certo dire che distrazione o incompetenza siano scusanti valide.

Comportamenti di questo genere sarebbero riconosciuti come scorretti anche al di fuori dell’universo digitale. E, anzi, anche se operati nel virtuale, sono perfettamente reali e nel mondo reale hanno conseguenze. Non bisogna, quindi, pensare di scaricare le colpe sul mezzo quando è chi lo usa a farlo male. Quanto più il volume di questo abuso cresce, tanto più centrale si fa il recupero di un atteggiamento attento e positivo da parte della platea degli utenti, perché sappiano utilizzare bene uno strumento così diffuso e al contempo potente.

Porsi il dubbio come certezza

Ognuno di noi può avere il giornale di riferimento, lo specialista di fiducia, il divulgatore piacevole ed interessante da ascoltare, ma sembra non salvarsi nessuno dalla possibilità di cadere nelle trappole della rete. Quando comportamenti scorretti diventano sempre più frequenti anche da parte di persone o gruppi di persone che l’utente ritiene competenti e corrette, va da sé che ne consegua diffidenza. Una diffidenza che, tra l’altro, finisce per toccare anche chi in quella trappola non ci è ancora caduto: la possibilità è dietro l’angolo.

Che fare allora? Non fidarsi di nessuno? Non informarsi, non cercare, non curiosare, non desiderare di saperne di più non può essere la soluzione. Piuttosto, si può sfruttare quella diffidenza a proprio vantaggio.

[Noi lettori e consumatori] dobbiamo imparare a verificare, le nostre antenne devono diventare sempre più sensibili. Nessuno è immune da errori in buona o cattiva fede (certo il modo in cui poi si affrontano gli errori fa la differenza), un sano scetticismo – che non deve diventare cinismo – rispetto all’informazione che riceviamo può aiutarci a contribuire in modo positivo e consapevole all’ecosistema informativo che è il nostro vivere digitale quotidiano.

Con queste parole la giornalista Arianna Ciccone pone l’accento sulla necessità di un utente costantemente vigile, soprattutto di fronte alle troppe certezze che, proprio perché rassicuranti, finiscono per condurre in errore. Sono, insomma, ancora vere quelle parole di Norberto Bobbio, quando affermava che

Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.

Vigilanza e interesse per la verità

Come ogni sforzo, per farlo bisogna trovare la giusta motivazione. Mettere costantemente in dubbio, tenere le orecchie tese e magari fare un po’ di fact-checking: perché mai farlo, se altri dovrebbero controllare e garantire una dimensione più corretta? Per interesse verso la verità.

Proprio quando la verità non interessa più, e le si preferisce quello che fa più comodo o piacere, si ricade nella post-verità, ne si è complici. Il professor Lee McIntyre, ricercatore al Centro di filosofia e storia della scienza all’Università di Boston e docente di etica all’Harvard Extension School, evidenzia questo aspetto:

Quando si mente, si cerca di convincere qualcuno che quel che si sostiene è vero. Con la post-verità, tutto questo è irrilevante. Non occorre sforzarsi di ingannare nessuno. Non si devono costruire prove false. Quel che conta è avere la forza di imporre la propria versione, indipendentemente dai fatti. Basta ripetere concetti semplici e accattivanti, anche se infondati, perché a nessuno conviene verificarli. […] La post-verità è questo: preferiamo credere alle cose che si accordano alla nostra mentalità, ai nostri valori o pregiudizi, senza preoccuparci che siano fondate o no.

Meglio, insomma, non adagiarsi sugli allori e affrontare la post-verità a colpi di saggia e sana diffidenza.