«Vorrei incoraggiare tutti voi a spingere oltre i confini della scienza, anche se a prima vista potrebbero sembrare misteriosi come un buco nero».

Queste sono state le parole pronunciate da Katie Bouman in occasione di un discorso al TED del 2016, anno in cui insieme al suo team aveva creato il software grazie al quale è stato possibile catturare l’immagine del secolo.

La millennial Katie Bouman è l’informatica statunitense che, a soli 29 anni, è tra i protagonisti della prima foto della zona del buco nero: un’immagine del tutto inaspettata e che passerà alla storia. Una foto da 50 milioni di dollari, forniti dal National Science Foundation americano e dall’European Research Council. Dietro a quest’immagine, oltre a Katie, ci sono almeno 200 astronomi, tecnici, ingegneri e matematici, ognuno con un proprio ruolo.

Katie è una dottoranda in Informatica e Intelligenza Artificiale all’MIT: per chi non lo conoscesse si tratta del Massachusetts Institute of Technology a Boston, una delle più importanti università del mondo per quanto riguarda la ricerca tecnico-scientifica. Katie tre anni fa, appena laureata, si è unita al progetto ed ha iniziato a lavorare all’algoritmo alla base di questa foto. Sembra che il suo ruolo sia stato determinante.

Insieme al suo team, Katie ha creato un software che potesse unire le masse di dati raccolti dal telescopio Event Horizon (EHT), mettendo in rete gli otto radiotelescopi posizionati ognuno in una posizione specifica nel mondo (in Antartide, in Spagna, in Cile, …), in modo tale che insieme gli otto radiotelescopi formassero un unico strumento grande come la Terra. Ogni radiotelescopio previsto per il progetto possiede enormi antenne paraboliche alte fino a 64 metri. Il team ha lavorato ai dati ricavati nello stesso momento dagli 8 radiotelescopi nella zona del cielo al centro della galassia vicina M87, facendo in modo che ciascun radiotelescopio osservasse, nello stesso istante, la sorgente in cui si ipotizzava la presenza del black hole, servendosi di una lunghezza d’onda cortissima che non venisse intercettata da nubi di polvere e gas che si trovano tra noi e il nucleo di M87. Si sarebbe raggiunto lo scopo solamente correlando perfettamente i miliardi di dati ricavati dalle otto postazioni del globo. Quel giorno le condizioni atmosferiche erano perfette e ogni radiotelescopio ha preso una quantità di dati incredibile, equivalente ad un milione di gigabyte.

Mercoledì 10 aprile, più veloce dei grandi siti di diffusione delle notizie, Katie ha pubblicato una foto sul suo profilo Facebook –in poco tempo arrivata a 30.000 condivisioni– in cui si mostra stupita ed emozionata, mentre sullo schermo del computer retrostante si materializzava l’immagine “storica” del buco nero.

La pagina Twitter dell’MIT ha pubblicato una foto mentre mostra, gioiosa e compiaciuta, le pile di cassette contenenti i miliardi di byte degli otto radiotelescopi utilizzati per lo scopo; a fianco, con un efficace paragone, ha inserito l’immagine di Margaret Hamilton, la donna che cinquant’anni fa scrisse il software che avrebbe condotto l’uomo sulla luna.

In un post su Faceook, Katie ha sottolineato l’importanza dell’unione tra ricercatori:

«Nessun algoritmo o persona ha creato questa immagine: c’è stato bisogno del sorprendente talento di un team di scienziati di tutto il mondo di e anni di duro lavoro per sviluppare lo strumento, l’elaborazione dei dati, i metodi di imaging e le tecniche di analisi necessarie per portare a termine quest’impresa apparentemente impossibile. È stato davvero un onore, e sono stata così fortunata ad aver avuto l’opportunità di lavorare con tutti voi».

Katie è una millennial, ed è anche una donna. Non sono mancatele critiche di chi la accusa di essersi intestata la scoperta, mentre al progetto ha collaborato all’interno di un team di 200 persone. Vignette ironiche si sono diffuse sul web con l’intento di screditare l’impresa. L’immagine che la ritrae sul web mentre ansiosa mostra l’immagine storica è stata diffusa da tutte le testate giornalistiche, il che ha reso la Bouman il simbolo dell’impresa: per questo la accusano di essersi messa in mostra. Inoltre, molti hanno iniziato ad individuare il vero determinante della scoperta non tanto nel lavoro di Katie, quanto in quello del giovane dottorando in fisica Chael. Questo ha dato origine anche ad una serie di numerosi commenti sessisti e offensivi, per cui lo stesso Chael si è sentito in dovere di difendere la collega e amica e congratulandosi con lei.

“Apprezzo i complimenti per un risultato ottenuto, per cui ho lavorato duramente per anni, ma non posso essere altrettanto orgoglioso delle lusinghe nei miei confronti mosse solo per far dispetto a Katie. Chi si rende responsabile di commenti del genere dovrebbe riconsiderare le proprie priorità”.

Aggiungendo:

“Trovo tutto ciò quanto mai ironico, essendo un astronomo dichiaratamente omosessuale”.

Il lavoro di Katie Bouman, ad ogni modo, è stato fondamentale per il contributo alla scoperta ed è l’ennesima ottima risposta del mondo femminile alle discriminazioni misogine che subiscono le scienziate (ve ne abbiamo parlato QUI), e il fatto che sia una giovane millennial getta luce e speranza per il futuro di tutti noi.