Un chiesa che brucia. Il fuoco, elemento che distrugge e purifica. La croce avvolta dalle fiamme era anche il simbolo del Ku Klux Klan, organizzazione nata a seguito della guerra di secessione per perseguire il mito della supremazia bianca. “Mississippi Burning” (1988) rappresenta un punto di riferimento cinematografico per chi intende approfondire il tema della segregazione e dell’odio razziale in America. La prospettiva adottata è estremamente cruda e intende far luce su un caso di cronaca reale che è intrecciato con le coscienze di tutti noi.

La vicenda prende piede nella contea di Nashuba, nel Mississippi, nel 1964, epoca in cui gli Stati Uniti del presidente Lyndon Johnson stavano intensificando i loro forzi nel Vietnam e in cui ci si apprestava ad assistere a grandi stravolgimenti culturali. Il profondo sud degli Stati Uniti, il cuore dell’America confederata, registra gravi episodi di violenza in quegli anni. Erano ancora attive le leggi Jim Crow che, dal 1876 al momento della loro abolizione nel 1965 con il Voting Rights Act, disciplinavano giuridicamente la segregazione razziale tra bianchi e neri.

L’agente Henderson e l’agente speciale Alan Ward arrivano sul luogo per indagare su un caso di cronaca, l’omicidio di tre giovani facenti parte del movimento per i diritti civili. Nella cittadina il loro primo punto di riferimento è la giustizia locale che li accoglie in maniera fredda e sprezzante. Il vice sceriffo definisce l’Fbi “Federal Boureau Of Integration”, mentre lo sceriffo collega l’omicidio ad un enorme montatura propagandistica portata avanti da Martin Luther King Kong. È chiaro fin da subito che non avrebbero avuto alcun supporto da parte loro. In realtà tutta la popolazione è avvolta dalla corruzione, dal razzismo e dalla complicità attiva o passiva.

I sospetti vertono subito su alcune figure, tra cui quella del vice sceriffo, il cui alibi della sera degli omicidi è inattaccabile ad eccezione di cinquanta minuti che afferma di aver trascorso con la moglie. Si scopre anche che egli fa parte del Ku Klux Klan. Infatti in paese il potere è nelle mani dei suprematisti. Si tengono comizi in cui i cittadini applaudono estasiati di fronte al giuramento di lottare affinché  l’integrazione non tocchi le loro terre. L’integrazione è adatta per il nord del paese, quello ateo, comunista e senza valori. Il Mississipi è diverso, un perfetto esempio di segregazione riuscita.

Mentre l’Fbi conduce le proprie indagini, Il Klan intensifica la propria violenza incendiando chiese, dimore, picchiando e intimorendo i neri. Il loro marchio, la croce infuocata, è esposto alla fine di ogni loro scorribanda. La figura che può dare una svolta al caso è proprio la moglie del vice sceriffo, l’unica che sembra avere un po’ di cuore in mezzo all’indifferenza generale. L’agente Henderson cerca di entrare in confidenza grazie alla gentilezza e alla bontà, aspetti che sembrano mancare nella vita della donna.

La moglie, dopo l’ennesimo episodio cruento, confessa che il marito ha partecipato agli omicidi quella notte e rivela anche dove si trovano i corpi dei tre giovani. L’odio non è un valore con cui nasci, ma viene inculcato. Allo stesso modo nelle scuole del sud si insegna che la segregazione è giusta e si trova nella Bibbia. In paese anche i muri hanno le orecchie e il vice sceriffo, venuto a sapere della confessione, picchia la moglie riducendola in gravi condizioni.

Ward ed Henderson concordano: è necessario discostarsi dai metodi tradizionali per risolvere il caso. Assumendo professionisti poco avvezzi alle regole, riescono ad estorcere i nomi degli assassini. Uno dopo l’altro riescono ad arrestare i membri del Ku Klux Klan e il sindaco della cittadina viene trovato impiccato in casa sua, nonostante nessun capo di imputazione pendeva su di lui in quanto non coinvolto negli omicidi. Ma, come afferma Ward, fingere di non sapere vuol dire essere colpevoli. E forse lo siamo tutti.

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