Avere, in un impercettibile prima, l’immagine, poi il linguaggio, che si fa, in una perfetta aderenza all’immaginario. È forse questo il segreto della poesia, che si rivela nel libro di Isidora Tesic, Come fiume alla tua sponda, edito da Zephyro Edizioni nel 2017. Classe 1996, di echi balcanici e di alba italiana, Isidora Tesic è una giovane poetessa talentuosa che con Come fiume alla tua sponda svela una rara e preziosa maturità linguistica, facendo premonire feconde stagioni poetiche.

Definirlo una raccolta di racconti è forse riduttivo, perché Come fiume alla tua sponda richiama a sé un insieme di storie dai margini – tracciati da una prosa poetica raffinatissima – sfumati e compenetrati. Un libro di certo non facile, dalle atmosfere oniriche sfuggenti, che non pone paletti, non impone letture di genere ma offre una direzione di passo nell’ingranaggio di incontri e di lasciti; eteree narrazioni che si spalancano al lettore, libero di trovarvi senso e sostanza.

La soglia come principio e come fine: Come fiume alla tua sponda si apre con un incontro, l’inaspettato che valica il limine ed entra; e si conclude con un distacco, un passo oltre la soglia in direzione del mondo. Si narra di una notte bianca, crocevia di affetti mancati, ritrovamenti sperati, attese che sopravvivono. Le vite degli altri si incrociano e si sovrappongono creando un unico filo narrativo scandito in quattro capitoli.

Partiamo allora dalla soglia, dal principio, anche con l’autrice, Isidora Tesic.

Il tuo esordio letterario è avvenuto nel 2014, quando eri molto giovane, appena maggiorenne, e un tuo progetto è stato selezionato al festival di Mantova. Ti e ci ricordi com’era, cosa sentiva e cosa vedeva nel futuro, quell’Isidora?

Tutti abbiamo lealtà – diversa dalla fedeltà – nei confronti di chi eravamo, prima di diventare. Nella vita nasciamo tutte le volte che ci è necessario. Lasciamo lungo il percorso tante isoforme di noi, che differiscono per quel più o quel meno, perché in un certo luogo a un certo tempo abbiamo compiuto una scelta e, di ciò che eravamo, abbiamo finito per portare solo l’inevitabile.

Penso che il dialogo tra queste isoforme abbia, però, dei tempi completamente a sé stanti: gli anni che trascorrono sono solo un tempo narrativo, una forma cronologica. È solamente alla fine di una percorrenza che ci si può voltare ed essere riconoscenti all’inizio.

Nasci poetessa, con le liriche brevi Canti ad ombre rare, raccolta inedita del 2016. Com’è stato il passaggio dalla poesia alla prosa poetica? Sono per te due scritture complementari, che convivono e si nutrono l’una dell’altra, o c’è uno scarto, una scissione?

Nella poesia l’uomo assomiglia sempre a un uomo e il luogo è, alla fine, un luogo. Si costruisce la poesia sugli articoli indeterminativi. È un’architettura precisa e limpida, in cui abitiamo tutti, senza esclusione. La trasparenza ci permette di riconoscerci: tutti abbiamo abbandonato un luogo o vi siamo diretti, tutti un amore, tutti un dolore. È un canto planetario. Le storie e gli articoli determinativi, invece, costruiscono la narrazione. Trasformano un luogo proprio in quel luogo, danno coordinate e scandiscono le paci e i saccheggi. Lo rendono inabitabile, lo popolano. Proprio per questo, entrambe si prendono cura dell’uomo.

In Come fiume alla tua sponda i tuoi personaggi hanno in cuore solitudine e speranza; la necessità di non fermarsi e l’anelata impossibilità di radicarsi. Non ci sono parole, definizioni precise – non credo ce ne siano – per descrivere le trame della narrazione; quello che si avverte sono immagini e sentimenti familiari. Paure di abbandono, desideri di amore; bisogni di restare e perciò andare; una costante e infaticabile ricerca nel mondo; una speranza, fievole vampa, che non muore. Sono visibili tanti tratti, criticità e complessità, proprie della nostra epoca e generazione. È così?

È proprio così. Penso che nel nostro tempo la più difficile delle arti sia quella del vedere. È un’arte povera, dove contano i minimi termini, lo scarto, l’ennesimo, il meno, perché è da ciò che è crepato, imperfetto, che esplode la vita. Solo dal meccanismo che ha ceduto, ci si può aspettare la poesia di un secondo tempo e poi di un terzo e così via.

In questi meccanismi riusciamo a riconoscerci perché sono familiari, prossimi. Ciò che cede, recupera, ciò che è fallato, è aggiustabile, c’è sempre un movimento di riscatto. Ed è per questo che, credo e spero, i volti di Come fiume alla tua sponda, invece che gradi di separazione, hanno gradi di vicinanza. Tra di loro, con noi, con qualcuno che ancora non conosciamo. Indipendentemente dalle contingenze, che cambiano per ognuno, l’unico grande denominatore comune, che ci rende tutti pari, è questa capacità del tutto umana di edificare rialzi.

È quest’esercizio di premura nei confronti delle ricostruzioni di ognuno, di prestarvi ascolto e di riconoscerle come opera collettiva, l’aspirazione del libro.

Il tuo cognome rivela un intreccio geografico. La Serbia, Belgrado, la luce dell’est che porta ancora tinte belliche e malinconia. Compare anche tra le pagine del tuo libro:

Con le mani strette contro il petto, Marta guarda Belgrado dalla finestra più grande che ha: per meglio vederla, per meglio amarla, la sua città travolta e mille volte rialzata. […]

Non pioverà nulla, dal cielo sopra Belgrado. Ma anche senza vederli lei sa che in terra ancora ci sono, i muri sventrati.

Li conta e trema.

Questa doppia origine ha un’influenza letteraria sulla tua produzione? Quale?

Spesso mi rendo conto che nella mia semantica dei sentimenti e delle cose, traccio più cartografie che altro. Scrivo di luoghi e spazi e viaggi, di movimenti e stasi e penso per coordinate, sento per latitudini e longitudini. Nascendo da un dislocamento, credo in un’educazione geografica – secondo la quale conoscere i confini, è solo la premessa per oltrepassarli.

È così che la vita diventa un luogo, che portiamo nel mondo, sul quale esercitiamo il diritto più puro: il diritto d’appartenenza.

In un’intervista per Brescia Oggi uscita a luglio 2018 dici: «La scrittura si adeguerà, si adatterà alla vita». Proviamo ora a ribaltare per un attimo la prospettiva. Lessi anni fa un libro, A possible life di A. Faulks, e mi colpì molto questo passaggio:

Why would you look for pain? –

I already know I wanted to be an artist of some kind. If you are going to draw on your own life, you need to be authentic –

So you wanted pain to write about it? –

No, I wanted pain to get it out of the way. So I could see more clearly what I was and what path I should take… I meant I took decisions for my life on the basis of what they meant for music. –

Quanto le tue scelte di vita, forse anche inconsciamente, sono state condizionate dalla scrittura? Hai mai pensato alla possibilità di adattare la tua vita alla e in funzione della scrittura?

Credo che ognuno di noi abbia una vita cutanea e una vita sotterranea, che alternano momenti di aderenza a momenti di distacco. La prima usa il tempo come unità di misura, la seconda la profondità o l’altezza, a seconda di che tipo di paesaggio interiore abitiamo.

Io sono convinta che la scrittura abbia accesso a entrambe le mie vite, perché è una forma di contagioso allargamento e perché rende possibile ciò che, in fondo, desideriamo fin da quando il raccontare storia ha avuto inizio: che in un processo ad alto fuoco, la vita vissuta si trasformi – senza limiti – in tutte le nostre vite possibili.

 


FONTI

Isidora Tesic, Come fiume alla tua sponda, Zephyro Edizioni, 2017.

CREDITS

Copertina

FOTO 1

Foto concessa dall’autrice