Palazzo Merulana a Roma ha ospitato lo scorso 4 giugno l’evento pubblico organizzato da Amnesty International-Italia: “Donne che combattono per i diritti umani.

L’incontro è stato introdotto e mediato dal Direttore de L’Espresso, Marco Damilano, e ha visto protagoniste due coraggiose donne provenienti da due paesi e continenti diversi, ma accumunate da un’unica grande missione: dare giustizia alla propria persona cara, alla quale sono stati privati arbitrariamente i diritti umani. Queste due eroine – come sono state definite più volte nel corso della serata – sono: Monica Benicio e Vida Mehrannia. La prima era la compagna di Marielle Franco, assassinata la notte tra il 14 e il 15 marzo 2018 a Rio De Janeiro, dopo essere stata eletta democraticamente consigliere comunale di Rio, con il più alto numero si voti: Marielle era inoltre nota per le sue lotte e l’impegno nei confronti dei diritti LBGTQ.

Brasile: Marielle e le sue battaglie per le minoranze

Monica si batte instancabilmente contro il governo brasiliano che, tra un’iniziale incapacità diventata poi sistematica inerzia, non fa giustizia su quanto accaduto. Sono ormai passati 447 giorni dall’omicidio di Marielle, e più passa il tempo e più la necessità di scoprire la verità viene sminuita. Monica grida all’omicidio politico e sono i fatti stessi a darne il sospetto. A seguito di una riunione femminista, Marielle è stata uccisa da 14 colpi di mitraglietta da parte di un commando di sicari esperti, che le si è avvicinato a bordo di un’auto.

“Il Brasile è il quinto paese al mondo per femminicidi”.

Parallelamente, Monica continua a portare avanti con tenacia e caparbietà le lotte iniziate da Marielle a favore di un’uguaglianza formale e sostanziale della popolazione LBGTQ, una minoranza tutt’ora discriminata, tanto in Brasile quanto nel resto del mondo. Marielle aveva 38 anni quando è stata assassinata ed era una nota militante lesbica e attivista per i diritti umani: dalle lotte contro il razzismo nei confronti delle donne nere in Brasile, fino ai giovani emarginati sociali delle Favelas. Monica, durante il suo intervento, sottolinea come il Brasile stia vivendo una “svolta politica preoccupante” dal punto di vista dei diritti fondamentali e della democrazia, a seguito dell’elezione del Presidente Bolsonaro.

Proprio le minoranze – che siano gli omosessuali in Brasile o i Rom e i migranti in Italia – vengono usate come capro espiatorio di un malcontento generale, per sostenere una propaganda che ignora la cultura, i diritti e l’inclusione sociale. Un vento che sta soffiando anche su tutte le democrazie occidentali, a partire dall’America sino alla nostra Italia, come sottolinea il direttore de L’Espresso. Le conquiste delle generazioni precedenti sono superficialmente viste come irreversibili, tanto da far adagiare le nuove generazioni, che restano immobili di fronte le ingiustizie. Paradossalmente, in Europa, questi venti minacciosamente antidemocratici di cui siamo spettatori, sono nati proprio nel letto della democrazia, che ha permesso la libertà di espressione e di pensiero illimitatamente. A detta di Marco Damilano la democrazia così come la conosciamo sta subendo una quotidiana strumentalizzazione e viene calpestata al fine di piegarla al servizio di valori che dopo la seconda guerra mondiale avevamo promesso di bandire.

“La democrazia è un processo di conquista, un cammino che non si ferma mai”.

dice Damilano.

Queste due testimonianze mostrano quanto i diritti siano un percorso di progresso, ma anche di regresso.

L’Iran della pena di morte e della giustizia sommaria

La seconda ospite, Vida Mehrannia, è la moglie di Ahmadreza Djalali, ricercatore medico presso l’Università di Novara, condannato a morte in Iran con l’accusa di spionaggio. Egli non vede i suoi figli da ben 37 mesi di prigionia, lamentando di non aver ricevuto un equo processo. Inoltre il detenuto dichiara di non aver accesso alle cure mediche necessarie. Un medico che in prigione non ha accesso neppure alle cure mediche di base suona come un vero paradosso. La moglie racconta che le condizioni di salute del marito non fanno che peggiorare e a nulla stanno servendo i solleciti di presa in carico della pratica. In carcere il marito è tenuto in isolamento e non gli è permesso ricevere alcuna visita, neppure dei familiari più stretti. Ahmadreza ha a casa un figlio e una figlia, che da anni stanno aspettando il padre, pensando per ora che egli è all’estero per lavoro; prima o poi Vida dovrà raccontare loro la triste realtà. Vida ha illustrato al pubblico come Amnesty International stia agendo da anni come mediatore con i governi europei ed occidentali perché sposino e aiutino la sua causa e perché venga cancellata la condanna a morte del marito.

 “I diritti umani stanno sparendo dalle priorità nell’agenda internazionale”.

Sul finale Gianni Rufini, direttore di Amnesty International- Italia, esorta la platea a diventare, ognuno nel proprio piccolo, portavoce di un mondo più inclusivo e rispettoso, in un periodo in cui “non troviamo più riferimento nel mondo della politica, e sempre meno nel mondo della cultura”. Il direttore saluta con un motto caro ad Amnesty:

“Per cambiare tutto c’è bisogno di tutti”.


FONTI

Evento: “Donne che combattono per i diritti umani”, Roma Palazzo Merulana, 4.6.19

repubblica.it

amnesty.it

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