Se si dovessero elencare i bisogni primari dell’uomo, di certo inseriremmo in questa lista il cibo, l’acqua e il sonno. Ma cosa si ottiene quando un bisogno, nella sua forma più artificiosa, diventa un vizio? Stiamo parlando dell’acqua minerale, ovvero l’acqua in bottiglia. Con il miglioramento della condizione economica e con il terrore dovuto agli agenti inquinanti, sempre più famiglie italiane hanno deciso di placare la propria sete con l’acqua in bottiglia: vette di alte montagne e neonati che sorridono felici sono così comparsi sui fardelli di plastica che ogni settimana vengono ritirati nei supermercati.

Ma perché accade questo? Quella che arriva dal rubinetto, l’acqua del sindaco per intenderci, è tanto velenosa o pericolosa? La risposta, senza ombra di dubbio, è no! A giocare una grande parte, in questa storia, sono le dicerie e le fake news, foraggiate da una grande dose di disinformazione. Da una parte si dice che l’acqua del rubinetto faccia venire i calcoli, che abbia un gusto cattivo, che contenga sostanze pericolose ed altri stereotipi simili. Dall’altra, ci sono acque minerali che promettono effetti terapeutici al limite del miracoloso. Secondo i più recenti dati Istat sul consumo di acqua in Italia nel 2018, il 29% delle famiglie non si fida di bere dal rubinetto: circa 7,5 milioni di persone. Come liberarsi da quello che sembra un vero circolo vizioso? Con l’informazione, innanzitutto.

L’Italia è il quinto paese europeo per bontà dell’acqua: meglio di noi solo Austria, Svezia, Irlanda e Ungheria. L’acqua del rubinetto non è di certo piovana: proviene da fiumi, laghi e soprattutto da falde acquifere (circa l’80%). La grande presenza di falde sotterranee, con acque decisamente più pure e incontaminate di quelle di superficie, arricchisce l’acqua di sali minerali disciolti. Nonostante ciò, l’Italia è il primo paese europeo e addirittura il terzo al mondo per consumo di acqua minerale: con i 208 litri annui pro capite ottiene la medaglia di bronzo mondiale, superata solo dalla Thailandia, con 246 litri, e dal Messico, con 264. Ma tutto questo spreco di denaro (circa 200-300€ annui a famiglia), ma soprattutto di plastica (si calcola che, eliminando le bottiglie di acqua, verrebbe consumata circa il 17% di plastica in meno), è davvero necessario? Ancora una volta la risposta è no.

Innanzitutto occorre pensare che l’acqua che giunge ai nostri rubinetti è stata controllata in diverse fasi: i gestori dell’acquedotto garantiscono quotidianamente qualità e sicurezza dell’acqua potabile fino al contatore, rimuovendo eventuali inquinanti e trattandola con disinfettanti, mentre il lavoro di controllo viene ripetuto periodicamente dalle Ausl competenti. L’acqua potabile deve rispettare i limiti su oltre 35 parametri chimici e microbiologici imposti dalla legge italiana, che si rifà a quanto stabilito dall’Oms e dalla Commissione europea: basti pensare che deve essere ottimale per categorie più a rischio, come anziani, bambini e malati. Certo, è necessario sottolineare che l’acqua rispetta le norme quando viene prelevata dalle falde e mentre viaggia negli acquedotti, mentre diventa un ‘affare privato’ quando entra nel circuito domestico o condominiale.  Quello che accade nel tratto finale, ossia fino al rubinetto di casa, dipende molto dalle condizioni delle tubature e delle autoclavi, nonché dalla corretta manutenzione degli impianti condominiali: è superfluo dire che se le condizioni sono ottimali, l’acqua non ne risentirà in alcun modo.

Così si esprime Vito Felice Uricchio, direttore dell’istituto del Cnr che si occupa dell’acqua, l’Irsa:

Possiamo bere l’acqua del rubinetto tranquillamente. Molte volte è migliore delle acque minerali. È molto controllata, ci sono prelievi su tutta la filiera, dalla captazione alle tubazioni che arrivano nelle nostre case. E poi i limiti di legge per le sostanze disciolte sono più rigidi per l’acqua potabile che per quelle minerali”.

Ma se la scelta dell’acqua minerale fosse dovuta alla personale predilezione per le bollicine, si potrebbe optare per dei gasatori domestici: una spesa affrontabile e velocemente ammortizzabile, rispetto ai costi dei fardelli di plastica. Oppure si potrebbe valutare l’installazione di un depuratore domestico, con dei costi più elevati ma con la possibilità di coniugare sicurezza alimentare e rispetto per l’ambiente. Inoltre, stanno prendendo sempre più piede nelle nostre città le cosiddette Case dell’acqua, un servizio di erogazione di acqua pubblica potabile di qualità, naturale o frizzante, refrigerata o a temperatura ambiente, tramite apposite strutture.

Le soluzioni ci sono e sono a portata di mano: occorrerebbe educarsi ed educare alla sostenibilità, anche per un bisogno primario come il bere.

 

FONTI:

  • tg24.sky.it
  • Minna Beba, La verità sull’acqua in Inchieste, n°337, giugno ’19.