Essere sepolti vivi è senza dubbio il più terribile tra gli orrori estremi che siano mai toccati in sorte ai semplici mortali.

Tra le fobie più antiche e diffuse, protagonista di innumerevoli leggende e resoconti a metà tra incubo e fantasia, vi è la Tafofobia: la paura di essere sepolti vivi. Ne soffriva lo stesso Edgar Allan Poe, maestro della letteratura dell’orrore che nel 1844 scrisse al riguardo il racconto The Premature Burial. Timore solo all’apparenza irrazionale, questo ha in realtà profonde radici storiche che risalgono all’antica Persia, nella quale la sepoltura prematura era praticata come offerta sacrificale alle divinità infere. Nel corso dei secoli è stata spesso usata come barbaro metodo di esecuzione, anche se l’aura di agghiacciante terrore che la circonda deriva piuttosto dai casi, veri o presunti, di sepolture erronee a seguito di morti apparenti, una paura che ha raggiunto il suo apice nei secoli precedenti l’avvento della medicina moderna.

Senza dubbio, però, il tema della sepoltura prematura appartiene, più che alla storia, all’invenzione fantastica. Poeti, scrittori e pittori sono stati da sempre affascinati dall’argomento e dalla carica di angoscia e sgomento quasi sovrannaturale che lo accompagna. Più di recente, anche il cinema si è cimentato nella sua rappresentazione; esempio degno di nota, per le particolari caratteristiche di realizzazione, è Buried.

Buried - Sepolto

Un uomo si risveglia nell’oscurità di una cassa. Ha le mani legate e un bavaglio alla bocca; dopo qualche interminabile istante riesce a liberarsi e a illuminare il buio con la fiamma di un accendino, solo per scoprire una terribile verità: è stato sepolto vivo. Mentre la storia procede scopriamo qualcosa in più sul suo conto: si chiama Paul Conroy, è un civile che ha lasciato la propria famiglia in America per andare a lavorare come camionista in Iraq per conto di un’azienda privata. Il convoglio di cui faceva parte è stato assalito da un gruppo di terroristi che lo hanno rapito e rinchiuso lì sotto e, ora, ha soltanto una manciata di ore per uscirne vivo. A disposizione ha pochi oggetti: l’accendino, una penna, e soprattutto il cellulare attraverso il quale il rapitore lo contatta per fornirgli le istruzioni del riscatto: 5 milioni entro sera dall’ambasciata americana, o non avrebbe più rivisto la luce del sole.

Inizia allora una concitata lotta contro il tempo per Paul, che dopo una frenetica girandola di chiamate riesce a contattare Dan Brenner, a capo del gruppo di gestione ostaggi del Dipartimento di Stato. Le direttive del Governo proibiscono di pagare il riscatto, ma Dan assicura al prigioniero che un team è a lavoro per individuare il luogo della sepoltura e liberarlo. Intanto Paul, tra una chiamata e l’altra (da parte di Brenner, del rapitore, della moglie e dell’azienda che lo contatta solo per scaricare ogni responsabilità) lotta con tutto sé stesso per rimanere in vita.

Buried - Sepolto

La peculiarità distintiva di Buried è l’essere girato interamente in una sola location, quella bara in cui il protagonista interpretato da Ryan Reynolds (unico attore del film) si ritrova all’inizio della storia. Un metro per due di legno consunto è tutto lo spazio disponibile a materializzare uno dei peggior incubi umani. Non un’inquadratura dell’esterno, non un flashback ad attenuare l’angosciante tensione: lo spettatore è trascinato lì sotto con Paul, rinchiuso in un inferno claustrofobico senza via d’uscita che col passare dei minuti e l’esaurirsi dell’ossigeno si fa sempre più delirante e allucinato. È un’immersione completa in una paura ancestrale, un viaggio nell’inconscio e nell’irrazionalità divenuti all’improvviso tremendamente reali.

Nonostante gli autoimposti limiti spaziali, il film risulta tutt’altro che piatto o noioso grazie alle ingegnose trovate di sceneggiatura e regia. C’è azione, frenetica e convulsa; c’è la critica graffiante all’America e al suo imperialismo; c’è una camera che percorre ogni interstizio, ogni incisione nel legno, ogni piega di stoffa, che ispira ed espira, ora si avvicina al protagonista, ci porta sulla sua pelle con primissimi piani, ora invece si allontana con zoom all’indietro per riprenderlo da nere, indefinite profondità, simulando le contrazioni di un respiro affannoso. C’è, soprattutto, l’interpretazione di Reynolds su cui Buried si gioca con successo la sua credibilità: è negli alterni momenti di disperazione ed ebbrezza, di delirio e sconforto, negli spasmi di un corpo bloccato e nelle smorfie di un volto stravolto che si concretizza il terrore di essere sepolti vivi.

Buried è un film cupo e soffocante, ma allo stesso tempo liberatorio, perché mette in atto un meccanismo simile all’antica catarsi tragica: proiettando sullo schermo le nostre paure, si può riuscire, infine, a esorcizzarle.