La scuola è al passo con la consapevolezza dell’esistenza di più forme d’intelligenza nel modo in cui viene programmata la didattica? È soprattutto in grado di allenare i diversi tipi di intelligenza e valorizzare quella più presente in ciascun individuo?

Ormai è  piuttosto diffusa infatti, in ambito accademico, la convinzione che esistono vari tipi di intelligenza, per quanto pur partendo da questo assunto condiviso, diversi filoni di ricerca sostengano tesi diverse, per cui ad esempio la teoria delle intelligenze multiple di Gardner prevede l’esistenza di nove tipi di intelligenza (linguistica, logico-matematica, spaziale, musicale, corporea, intrapersonale, interpersonale, naturalistica, esistenziale); Sternberg sottolinea l’esistenza e il valore dell’intelligenza pratica e contestuale; Salovey e Mayer sono stati i precursori degli studi sull’intelligenza emotiva.

Sir Kenneth Robinson è uno dei più influenti educatori a livello globale, i suoi Ted Talks sono stati visti milioni di volte su youtube, con contatti da tutto il mondo. Ex docente, Robinson nei suoi discorsi sottolinea come ancora oggi la maggior parte delle scuole seguano un modello che prevede la priorità assoluta nello studio di materie che potenzino pressoché esclusivamente le capacità logico-matematiche e quelle linguistiche, relegando tutte le altre a un ruolo subalterno, con la conseguente svalorizzazione di quegli studenti con inclinazioni diverse da quelle promosse.

Secondo Robinson è possibile tracciare un parallelismo tra educazione e ristorazione, a proposito di quest’ultima scrive nel suo best-seller, The element:

“In questo campo esistono due modelli distinti di certificazione della qualità. Il primo modello riguarda il fast food. In questo modello la qualità del cibo è garantita perché è tutto standardizzato. Le catene di fast food specificano esattamente ciò che deve comparire sul menù di tutti i loro punti. Specificano gli ingredienti degli hamburger e dei nugget di pollo, specificano l’olio in cui devono essere cotti (…) come devono essere decorate le sale, e che cosa deve indossare il personale. Tutto è standardizzato. (…) L’altro modello di certificazione della qualità della ristorazione è la Guida Michelin. Qui vengono stabiliti criteri specifici per l’eccellenza, ma non viene detto come i singoli ristoranti dovrebbero soddisfarli (…) Quindi i locali non vengono giudicati sulla base di qualche standard impersonale, ma attraverso il giudizio di esperti che sanno cosa stanno cercando e come debba essere un grande ristorante. Il risultato è che ogni ristorante che compare sulla guida Michelin è straordinario. E sono tutti unici e diversi”

Sostiene  Robinson che i programmi d’istruzione, in tutto il mondo, tendono principalmente a seguire il modello fast food: senza entrare nel merito della sua bontà per quel che riguarda la ristorazione, tale modello risulta inadeguato se applicato ai contesti educativi: spinge all’omologazione, alla standardizzazione che uccide la valorizzazione delle capacità personali.

Che fare quindi?

Come potrebbe essere una scuola a misura di individuo? L’autore suggerisce che l’applicazione del modello Michelin ai contesti educativi significherebbe abolire la gerarchia tra materie, sia nel senso di arrivare a considerarle tutte parimenti importanti, sia nel senso di vedere lucidamente come, ad esempio, tanto le materie scientifiche quanto quelle umanistiche richiedano l’utilizzo dell’obiettività e rigore tradizionalmente imputate alla scienza quanto dell’immaginazione e creatività tipiche dell’arte; e ciò favorirebbe anche lo sviluppo di una visione interdisciplinare nella quale rendere più fluido il curriculo individuale dello studente, per arrivare al traguardo della personalizzazione dello stile di apprendimento.

Nella visione di Robinson è centrale l’idea che ciascun essere umano abbia una vocazione a cui rispondere, il suo personale elemento, nel senso che fanno parte del suo bagaglio un insieme di abilità che fanno sì che possa eccellere in alcuni campi, capaci di accendere la sua passione. I sistemi educativi, sostiene l’autore, dovrebbero nel corso degli anni far emergere e valorizzare le potenzialità personali, e non promuovere un’educazione standardizzata che valorizza solo gli alunni che per puro caso hanno le capacità considerate più importanti in un determinato contesto socio-economico, ma ciò è possibile solo attraverso un’educazione il più possibile individualizzata.

Naturalmente nel corso della vita una persona potrebbe dover trovare un compromesso tra ciò che il mercato del lavoro offre e le inclinazioni personali, ma è senz’altro vero che avere le idee chiare su ciò per cui si è più dotati (avendolo valorizzato durante il percorso scolastico),  fa provare più soddisfazione, consente di dare una direzione dotata di significato alle proprie scelte, preservando almeno una parte del proprio tempo in vista della coltivazione della propria autenticità.


FONTI
Robinson K., The element, Milano, Mondadori, 2012
YouTube