Venezia sprofonda. E non è l’unica città nel mondo a dover fare i conti con flussi turistici enormi e, a volte, anche maleducati: già in Italia la seguono a ruota Roma e Firenze. Il fenomeno va sotto il nome di overtourism ed è un problema serio, che mette a rischio la possibilità stessa di fruire di queste destinazioni. Come uscire da questa impasse? Si può limitare la circolazione delle persone in uno spazio pubblico come quello della città? Ed è giusto dargli un prezzo in nome della sua natura di museo a cielo aperto?

Il biglietto d’ingresso a Venezia

Da tempo il sindaco Luigi Bugnaro propone una tassa per i cosiddetti turisti “mordi e fuggi, cioè coloro che visitano la città in giornata. C’è chi parla di 15 milioni di persone all’anno, ma non ci sarebbero dati ufficiali. Numeri importanti, se si pensa alle conseguenze di questo tipo di visita, che usufruisce di un ecosistema delicato senza però dargli altrettanto: un impatto che, per essere contrastato, deve innanzitutto essere compensato.

La tassa di sbarco (nelle vesti ufficiali – non a caso – è “Contributo d’accesso alla città storica”) è divenuta legge negli scorsi mesi ed ora non resta che stilare un regolamento per la miglior riuscita della sua applicazione, programmata entro il 2019. Il costo andrà dai 2,5 ai 10 euro, variabili a seconda della bassa o alta stagione (e quindi dell’affluenza attesa). Sono già previste numerose categorie di esenzione, tra cui residenti, veneziani e veneti, studenti, disabili.

L’obiettivo è migliorare la qualità della vita dei residenti della città antica e delle isole, in una città particolare e che sopporta costi – a cominciare da quelli per le pulizie e i rifiuti – che superano anche di 30 milioni quelli di qualunque altro centro storico italiano. Costi che ora gravano su cittadini e imprese. Non siamo interessati a fare cassa, quei fondi serviranno per diminuire la spesa a carico dei veneziani, per le manutenzioni del centro storico e per aumentare la sicurezza, anche con nuove assunzioni di vigili urbani.

Il provvedimento avrà il suo culmine nel 2022 o 2023, quando si prevede di arrivare alla gestione dei flussi turistici e alla prenotazione obbligatoria. Venezia resta per tutti, ma sarà un po’ meno a disposizione di chiunque.

Il problema – pro e contro

Impossibile non vedere le ragioni di questa iniziativa, e al contempo non farlo con un sorriso amaro. La posizione più pragmatica può essere riassunta dalle schiette parole di Claudio Scarpa, presidente degli albergatori veneziani (Ava):

Chi viene in città dalla mattina alla sera, contribuendo pochissimo al fatturato turistico, ma pesando sui costi dei servizi, deve capire che non è tutto gratis.

In realtà, non è solo una questione di costi extra: dal turismo dipende anche un degrado della città d’arte che difficilmente può essere annullato in ogni caso. E a non tornare indietro, spesso, sono anche i cittadini stessi, vista la scarsa vivibilità che il cosiddetto overtourism comporta. Inoltre, un flusso più contenuto di turisti significa maggior possibilità di controllarne eventuali comportamenti scorretti (di cui le nostre cronache non mancano).

Ma non c’è altro modo per tutelare quei delicati equilibri che limitando e pagando? Come fare per agire sulla qualità del turismo, oltre che sulla sua quantità? Non si può ignorare che provvedimenti di questo tipo colpiscono tutti indifferentemente, finendo per penalizzare anche quel turismo educato e consapevole che andrebbe, invece, incentivato e incoraggiato.

Strategie

Di overtourism e tourismophobia si è occupata anche la World Tourism Organization (UNWTO), agenzia delle Nazioni Unite dedicata alle politiche turistiche. Un suo report dello scorso anno esamina il problema a fondo e propone strategie per contrastarne gli aspetti negativi: una sfida complessa e difficile, ma non impossibile.

Il turismo potrà essere sostenibile solo se si sviluppa e gestisce tenendo in considerazione sia i visitatori che le comunità locali. Un tale scopo può essere perseguito attraverso la partecipazione della comunità locale, la gestione del sovraffollamento, la riduzione della stagionalità, una pianificazione accurata e rispettosa dei limiti e delle specificità di ogni destinazione, la diversificazione del prodotto.

La UNWTO osserva come le varie destinazioni abbiano una “portata turistica massima” (tourism’s carrying capacity), rappresentata dal “numero massimo di persone che possono visitarla contemporaneamente, senza causare il deteriorarsi dell’ambiente fisico, economico e socioculturale e un inaccettabile decremento della soddisfazione dei visitatori stessi”.

A partire da questa considerazione, propone una serie di strategie volte a bilanciare l’afflusso turistico, spesso troppo concentrato nel tempo (alta stagione e picchi in un certo momento della giornata) e nello spazio (luoghi affollatissimi contro altri totalmente ignorati): promuovere la dispersione dei turisti, incentivare nuovi itinerari e attrazioni, rivedere e adattare le normative, puntare alla segmentazione dei visitatori, assicurarsi che le comunità locali traggano beneficio dal turismo, migliorare infrastrutture e servizi, coinvolgere gli operatori locali e i visitatori, impostare misure di monitoraggio e di risposta.

Come si può notare, il quadro è assai complesso. Il turismo dovrebbe essere considerato una risorsa e un’opportunità, ma perché lo diventi bisogna imparare a gestirlo. Non è facile, ma proprio per questo vanno evitate visioni semplicistiche, come quella basata sulla dicotomia tra mancanza assoluta di regolamentazione da un lato e controllo degli accessi tramite pagamento dall’altro. Altrimenti, nel rispondere in modo inadeguato al fenomeno, si finisce per generare altri problemi.