Cammino sotto la pioggia senza ombrello; lascio che mi bagni, che mi inzuppi, dalla testa ai piedi. Voglio sentire la prima goccia che si infilerà tra le pieghe della giacca e che mi scivolerà giù lungo la spina dorsale insieme a un brivido. Voglio sentire qualcosa. Sollevo il viso e lascio che le lacrime cadano all’inverso, dal cielo sulle mie guance, senza singhiozzi, senza sconquassamenti. Voglio sentire qualcosa.
Cammino senza una meta, senza un percorso e senza una destinazione. Mi lascio portare, morbida, molle, invertebrata. Vorrei sentire qualcosa.

Poco fa, scendendo dal treno, sono andata a sbattere contro un agglomerato di poliziotti. Non ci ho fatto caso, ho messo un piede sulla banchina senza guardare dove stessi andando e mi sono scontrata contro una muraglia umana; ho allungato l’occhio per vedere chi o cosa ci fosse tra quelle mura.

Un uomo, immobile, seduto per terra, con la schiena appoggiata contro un muro sporco e annerito, con le gambe allungate davanti a sé, scomposte, le braccia abbandonate lungo i fianchi, come un burattino senza fili. Ma quello che mi ha colpita di più è stato il suo sguardo; con la testa leggermente reclinata all’indietro, i suoi occhi bianchi erano semiaperti e fissavano il nulla. Sulle labbra aveva un mezzo sorriso soddisfatto e sognante.

I poliziotti intorno a lui si affannavano tenendo tra le mani dei documenti e dei pezzi di carta, cercavano di trovare una soluzione, di capire cosa farne di quell’uomo. Alcuni curiosi si erano fermati a pochi metri di distanza per osservare la scena e parlottavano tra di loro. I poliziotti non riuscivano a venirne a capo. L’uomo non rispondeva a nessuna domanda, non muoveva neanche un muscolo, restava lì, abbandonato su se stesso, invertebrato, insaccato nel suo corpo. Chissà dov’era, nella sua testa. Di sicuro in un posto più bello dell’atrio di una stazione maleodorante.

Sembrava davvero felice. Non gliene importava nulla delle divise che gli giravano attorno in maniera concitata e preoccupata. Non gliene importava nulla di nulla. Chissà che droga aveva preso, doveva essere stata parecchio forte, o forse lui aveva sbagliato qualcosa e si era trovato catapultato in un’altra dimensione. Ne sarebbe uscito, ma io gli ho augurato silenziosamente di restare lì dov’era.

Cammino sotto la pioggia senza ombrello e mi sento anche io una marionetta senza fili, pronta ad accartocciarsi su se stessa in un angolo, con le gambe scomposte e il mento appoggiato sul petto.

Continuo a camminare e la pioggia diventa sempre più fitta e fredda. Vorrei che anche sulle mie labbra si dipingesse il sorriso che aveva quell’uomo sul volto. Chissà cosa stava vedendo, o sognando, mi chiedo.

Da mesi, non mi ricordo più quello che sogno. Una volta era tutto nitido, fin troppo. Mi svegliavo al mattino, all’alba, o in qualsiasi momento nel cuore della notte, e scrivevo sull’agendina che tenevo sul comodino quello che avevo sognato. Il giorno dopo rileggevo quelle frasi sconnesse e cercavo, se non di trovare un senso, almeno di metterle in fila e di crearci qualcosa di buono. Ora non ricordo più. Non dico che non sogno più perché so che non è vero: sogniamo sempre, ogni notte, eppure in me qualcosa va storto, e al mattino, quando riapro gli occhi, mi sembra solo di riemergere da un sonno buio e vuoto. Non provo neanche più quel dolore che solo gli incubi sanno causare.

I miei nervi non sono più ricettivi a nulla, solo una cosa rimane, pungente, perenne, costante, fastidiosa: un senso di angoscia che mi accompagna sempre e ovunque, come un rumore di sottofondo. Quello rimane, quello lo sento sempre.

So che se continuo a camminare nell’aria fredda, bagnata fradicia, tutto quello che sentirò domani sarà solo il calore interno della febbre che sale.

Mi rifugio sotto ai portici, mi passo una mano tra i capelli e sul viso, il mascara si è sciolto e mi rimane appiccicato ai palmi umidi. Passo accanto alle vetrine dei negozi: costumi da bagno luccicanti, brillanti sotto alle luci finte e troppo intense, tra onde del mare fatte di cartone azzurro e pesci di stoffa coperti di lustrini. Due pezzi, un pezzo, pezzo intero senza spalline, due pezzi col nodo dietro al collo, a righe, a pois, sexy, casto, succinto, sgambato. Affondo le mani nelle tasche del mio impermeabile e il mento nel cotone pungente della sciarpa; l’estate sta arrivando, e ogni anno non so se sono io ad aspettare la fine dell’estate o se è l’estate ad aspettare la mia fine.

Rovescio all’indietro gli occhi anche io, come l’uomo della stazione, fisso camminando la volta incrociata dei portici. Non sento nulla, sbando per un attimo ma poi torno subito a camminare dritta sulla mia traiettoria immaginaria che non porta da nessuna parte.

So che il tramonto arriverà anche se ormai le giornate si sono allungate a dismisura, ci vuole solo pazienza. So che i lampioni si accenderanno con uno sfarfallio e che proietteranno sui marciapiedi ombre lunghe e silenziose. So che il buio arriverà, e allora a quel punto potrò salire su un bus a caso e lasciarmi trasportare come un pesce morto dalla corrente del fiume della strada.

 


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