Quando si parla di figure note sui social network, è inevitabile pensare ai vari influencer, con l’annesso bagaglio di scetticismo verso il loro lavoro. Ma la rete non è solo questo. Il suo potenziale – la possibilità di diffondere e condividere la conoscenza in ogni modo e forma – è saggiamente sfruttato anche dai divulgatori.

Diversamente influencer

Negli ultimi tempi, ad esempio, sta riscuotendo un discreto successo la pagina Facebook dell’Istituto Treccani. Il merito va anche all’uso di una grafica accattivante e di meme (un’immagine o gif dal contenuto ironico o goliardico), nonché ai collegamenti tra voci enciclopediche e cultura pop. L’istituto ha colto l’importanza di parlare il linguaggio dei giovani, sfruttandolo per veicolare contenuti validi e di valore.

Figure analoghe sono approdate persino su Instagram, spesso pensato esclusivamente come luogo delle influencer di moda, dei gattini e dei video di cucina. Oltre ad istituzioni di cultura, canali dedicati di riviste o reti televisive, ci sono anche singole persone che danno il loro contributo giornaliero alla divulgazione, basandolo sull’interazione con i follower proprio come un influencer. Sul fronte della divulgazione scientifica in ambito cosmesi e alimentazione, per fare un altro esempio e qualche nome, è possibile trovare la biotecnologa Beatrice Mautino, il chimico Dario Bressanini, la cosmetologa e farmacista Elena Accorsi Buttini, e molti altri. Le domande poste dagli utenti trovano una prima sintetica risposta nelle loro storie giornaliere, oltre che nei post e – per chi ne ha uno – in un più esaustivo articolo sul proprio blog. Non manca neanche il botta e risposta nei commenti e in direct (la sezione di messaggistica istantanea di Instagram). Il potenziale della rete è ampiamente sfruttato. L’impegno di queste figure va riconosciuto ed apprezzato. La diffusione di qualsiasi tipo di sapere deve fare i conti con i canali del tempo in cui ci si trova, e passare attraverso di essi. Oggi non si può prescindere dai social network – e da internet in generale – e, anzi, questi possono diventare una risorsa importante.

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Divulgazione a tuo rischio e pericolo

Il divulgatore si trova di fronte lettori generalmente interessati al suo ambito di lavoro, ma poco o affatto competenti in materia. Il suo obiettivo è proprio quello di presentare loro un certo argomento facendo a meno della terminologia utilizzata dagli specialisti di quel settore. Non deve, però, banalizzare i contenuti, bensì solo renderli comprensibili ai non addetti ai lavori. Il compito è tanto più difficile quanto più si pensa all’alta probabilità di fraintendimenti; alla difficoltà di farsi largo nel marasma di contenuti presenti online, molti dei quali poco validi; e, infine, alla difficoltà di vedersi riconoscere la fiducia necessaria perché il proprio lavoro venga ascoltato. In questo senso, l’impegno del divulgatore ha molto a che fare con l’educazione civica digitale.

Buona comunicazione

Sotto il primo aspetto, il divulgatore deve assicurarsi chiarezza espositiva e disponibilità a risolvere eventuali perplessità, senza sminuire il lettore per le sue – inevitabili – lacune. È facile cadere nella trappola della supponenza, visto il divario conoscitivo tra le due parti in gioco. Tuttavia, a ben guardare nessuna delle due può fare a meno dell’altra: il divulgatore chiuso nella sua torre d’avorio a chi parla? Tale atteggiamento va a discapito della comunicazione stessa.

Correttezza e allarmismo

In secondo luogo, grande quantità di contenuti digitali significa scarsa visibilità. Per distinguersi e farsi leggere il più possibile, si può cadere non solo nella banalità dei contenuti e nel sensazionalismo, ma anche nell’allarmismo. Un titolo d’impatto che cerca click e il contenuto stesso dell’articolo possono, quindi, finire per travisare il senso di uno studio di cui si parla. Una vicenda recente è quella legata ad una ricerca sui filtri solari, che effettivamente afferma che essi penetrano in parte fino nel sangue. La notizia è rimbalzata di testata in testata, ma dimenticando scopo e senso dello studio iniziale. Beatrice Mautino, biotecnologa e divulgatrice scientifica per Le Scienze, fa notare che lo studio

non dice quello che deduce la maggior parte dei media e cioè che dobbiamo preoccuparci. O meglio, non di più di quanto dovremmo preoccuparci normalmente, cioè poco. Gli stessi autori dello studio concludono che […] allo stato attuale delle conoscenze, i benefici in termini di prevenzione dei tumori della pelle superano gli eventuali rischi. E questo è, forse, il messaggio che più è mancato nella corsa al dar la notizia prima degli altri mettendoci magari un po’ di sensazionalismo condito da allarmismo e, in certi casi, purtroppo, da opportunismo.

Fiducia e un po’ d’occhio

Arriviamo così al terzo punto: senza una fiducia di fondo il rapporto divulgatore-lettore non esisterebbe e non si farebbe divulgazione. Eppure, è difficile scegliere di chi fidarsi. Il lettore deve mantenersi vigile di fronte alla possibilità di errore (mai del tutto scongiurata e pur sempre umana), deve avere occhio e non mancare di una giusta dose di diffidenza o scetticismo. Spesso si dimentica che alla crescita dell’offerta non corrisponde automaticamente una crescita della competenza, né strettamente digitale, né tanto meno legata ad un settore specifico. Ad esempio, abbiamo a disposizione tantissima letteratura scientifica, ma avere la possibilità di leggerla non significa avere la capacità di comprenderne i contenuti e di distinguere contributi validi e non. Il passaggio, quindi, ad una società che ha i mezzi ma non sa usarli è breve; anzi, terribilmente attuale.

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Il lato positivo dei social

Appare evidente che un uso consapevole della rete passa per una sempre maggiore alfabetizzazione funzionale e digitale, cioè attraverso la comprensione di testi complessi (e ciò che la rete ci offre è estremamente complesso, non meno della realtà) e delle dinamiche online. In questo senso, oltre che per una crescita culturale del singolo, l’attività di divulgazione può avere un ruolo tanto più rilevante: essere motore della riscoperta del lato positivo di internet e di una sostanziale crescita della società nel suo complesso.

Al web 2.0 si riconosce proprio il merito dell’accessibilità, della democraticità, che rende possibile a tutti trovare risposte alle proprie domande e curiosità, ma anche scoprire qualcosa di nuovo non esplicitamente richiesto. Se il potenziale della rete viene sapientemente sfruttato, la crescita e l’evoluzione positiva della società passeranno anche per i social.


FONTI
Aa. Vv., Guida alle etiche della comunicazione, ETS.
Le Scienze