L’artista ha inaugurato il 6 giugno la sua personale ‘158’ nella milanese FL Gallery, dove,

una panoramica irriverente di ‘oggetti inanimati’, racconta la contemporaneità con un tocco ironico e malinconico.

 

Leccese, classe 1982, Agnese Guido, attraversa la scena underground milanese e varca le porte della FL Gallery. All’interno dello spazio che porta il nome di Federico Luger, la giovane artista salentina presenta dal 6 giugno al 4 settembre 2019 la sua mostra 158. Le opere, tempera su carta, intrecciano il fantastico nel quotidiano, affrontando temi attuali con un tocco ironico. I soggetti figurali si stagliano lungo le pareti della galleria, parte del più ampio complesso nominato Spazio 22 e comprendente due aree. Galleria Pack di Giampaolo Abbondio e FL Gallery. Dove? In Viale Sabotino 22.

È qui che prendono vita gli ‘oggetti umanizzati’ di Agnese Guido. Sono frammenti di realtà che raccontano il contemporaneo. Floppy disk di un’era digitalizzata. Portafogli come simbolo di dissipazione monetaria per i viaggi, per gli oggetti di uso comune, marchiati da un brand, e per i vizi. L’alcool, il buon cibo e il fumo, concretizzato nella personificazione della sigaretta come filo conduttore di quasi tutti i dipinti.

Gli oggetti vengono prelevati dalla realtà e condotti su una tela, dove assumono una caratterizzazione psicologica. Si raccontano e ci raccontano la realtà in cui viviamo. Alcuni di loro hanno volti riconoscibili: occhi, naso, labbra. Altri no. Ma non è importante, perché ciascuno di loro vive sulla scena come se gli fosse stata infusa un’energia vitale. Sono al centro di una narrazione che veicola emozioni e ci coinvolge perché è lo specchio delle preoccupazioni e delle paure della nostra epoca.

Scelgo e consacro indizi della realtà per sottrarli alla noia e a quel punto, nel medesimo istante “abbandono” la realtà e parto da me, dalla mia testa, un’idea, un’immagine o una parola possono prendere vita o trasformarsi in altro”

Agnese Guido sceglie di far parlare gli oggetti al posto delle persone. Lo fa con un tocco satirico, irriverente, ma al tempo stesso riflessivo. Stuzzichevole, ma inquietante e malinconico. È il lato dark delle sue opere, veicolato dai mostri del contemporaneo. Dal diavolo della musica metal, da una stella marina antropomorfa e ballerina, fino al quadretto che racchiude, accanto alla gigantografia di una sigaretta, un’arpia, un alieno e un mostro blu.

Cookie Monster, Barbabravo? Non è dato con certezza, ma sicuramente ne è sottolineata la vena famelica, pronta a divorare il primo passante. È un uomo in giacca e cravatta con la sua ventiquattrore. Un uomo comune. Dilaniato dai nuovi mostri, all’apparenza innocui, mentre una ragazza vestita elegantemente e miniaturizzata lo guarda inerme.  C’è l’impossibilità di azione davanti a un mondo già confezionato e impacchettato per l’uomo.

Si avverte tensione nell’atmosfera emanata dai dipinti, ma tale sensazione contrasta con i colori e il tocco di Agnese Guido. Le pennellate sono morbide e dense, dalle calde tonalità. Le sfumature cromatiche accarezzano i profili e li accompagnano nella loro chiusura. Le immagini non sono evanescenti o vaporizzate, ma sono reali, le puoi toccare, con la mente. Perché l’artista crede in una connessione tra la mente e gli oggetti.

Tra di loro esiste una distanza, un numero, come 158. La pittrice stessa dice “Non è un titolo, è un numero”. Uno spazio di separazione tra l’immaginazione e la realtà, tra i pensieri e gli oggetti, tra le parole e le cose. L’immaginazione è la capacità continuamente potenziabile della mente di espandersi verso luoghi sconosciuti. Come i numeri, che hanno un inizio, ma non una fine. Così nell’arte l’appiglio creativo nasce dal reale, dal materico, dal concreto, per sconfinare oltre il verosimile, nell’irreale.

Non c’è limite creativo, se non in una concretezza fattuale che non si può misurare sulla tela. Tutto è permesso, per questo Agnese si misura con personaggi deformati e deformanti nel loro agire su ciò che li circonda. C’è un’aura mistica che sottende il loro esistere, tanto che l’artista afferma: “Dipingere, per me, è l’invocazione degli spiriti del foglio bianco”. Spiriti che si appropriano degli oggetti e li personificano, non trasfigurandoli, ma conferendogli la materialità della loro esistenza reale.

Accanto al potere evocativo delle immagini, Agnese Guido dimostra però la sua versatilità nella lavorazione di più materiali. Le opere appese alle pareti incorniciano, al centro della stanza, gli “altarini” delle sculture, che raccontano la ceramica nell’era digitale nella forma di cellulari e cassette VHS. L’artista offre così una lettura sfaccettata e ironica della contemporaneità che culla lo spettatore tra le pareti della LF Gallery.


FONTI

Visita alla mostra da parte dell’autrice

Comunicato stampa dell’evento

CREDITS

Copertina – Foto dell’autrice

Immagine 1 – Foto di Giorgia (Redattrice Sbuffo Arte)

Immagine 2 – Foto dell’autrice

Immagine 3 – Foto dell’autrice

Immagine 4 – Foto di Giorgia