Oleg Kulik, artista, performer e attivista, arriva alla Galleria PACK di Milano, un luogo incastonato in un palazzo d’epoca in zona Porta Romana, nascosto dal traffico e dai rumori della città.

La Galleria PACK

La Galleria, che si trova nel cortile di Viale Sabotino 22, è stata fondata nel 2001 con lo scopo di offrire al pubblico una programmazione incentrata sulla produzione di artisti da tutto il mondo, sia emergenti che maggiormente affermati.

Le opere esposte comunicano da un lato l’interesse per il corpo nelle sue varie rappresentazioni e manifestazioni, dall’altro, l’esperienza fisica di grandi installazioni che coinvolgono lo spettatore in realtà sensoriali diverse, in una costante attenzione per i nuovi media. La galleria idea e produce insieme agli artisti progetti multiformi, installazioni, opere video e performance con ambizione e creatività.

Oleg Kulik

Kulik, moscovita di adozione, nasce a Kiev, Ucraina, nel 1961. Laureato alla Kiev Art School nel 1979 e al Kiev Geological Survey College nel 1982, è stato Art Director della Regina Gallery di Mosca tra il 1990 e il 1993. Oggi detiene il titolo di Officer presso l’Ordine delle arti e delle lettere di Francia.

Le opere dell’artista che saranno ospitate alla Galleria fino al 30 Settembre 2019 sono di grande effetto e impatto, non passano di certo inosservate e vanno a colpire la parte più profonda dello spettatore, coinvolgendolo completamente.

Parachutists

L’installazione “Parachutists” del 2019 è composta da cento sculture antropomorfe realizzate da artisti non professionisti; questi sono persone comuni che hanno preso parte alle azioni artistiche di Kulik, spettatori coinvolti nel suo progetto espositivo a Mosca. La richiesta era quella di trasmettere tutta l’energia attraverso le proprie dita, nella creazione di queste opere uniche, esprimendo il proprio dolore e risentimento verso la guerra, la vita, le privazioni, il regime. L’artista sperava di far superare i traumi personali degli astanti, dando loro un paracadute, salvandoli in questo atto di coraggio collettivo.

Un dettaglio di "Parachutists" con un uomo di plastilina
Un dettaglio di “Parachutists”

Colpisce subito la sensazione di ordine e simmetria data dal reticolato formato da questi personaggi sospesi tra la vita e la morte. Fluttuano a mezz’aria piccoli uomini che pendono da elmetti-paracadute, i quali formano cupole di ferro da cui filtra la luce proveniente dall’alto.

Questo esperimento di fast sculpture, così spontaneo, ha rivelato forme, volumi, plasticità e sentimenti differenti, unici per ogni scultura. La formazione militare degli elmetti diventa un ossimoro: il metallo pesante della guerra si rivela  emisfero benefico e protettivio della figura che lo usa come paracadute.

Ci si chiede se sia la patria che salva i propri uomini, dando loro la possibilità di atterrare sulla terra illesi, oppure se trasformi il popolo in carne da macello, nuda e inerme, verso la morte. Forse questi uomini in realtà sono già cadaveri che discendono sulle nostre coscienze? O sono parti di noi rimaste ferite durante gli anni di lotta contro il regime sovietico? Difficile da dire. Sicuramente trovarsi in mezzo a queste figure dalle sembianze umane lascia un grande spiazzamento e fa riflettere profondamente.

Grid

Le tre installazioni scultoree di “Grid” riproducono le tipiche sbarre poste alle finestre durante l’era sovietica, il cui disegno era un semicerchio che emana raggi, un “sole” stilizzato che spesso veniva riprodotto nei tatuaggi dei criminali che scontavano la condanna al Nord, simbolo di resilienza.

Installazione Grid con mani
Una delle installazioni di “Grid” alla Galleria PACK

Queste griglie trattengono corpi che cercano disperatamente di fuggire, mani che stringono le sbarre con veemenza nella prima installazione. Nella seconda, un braccio sostiene una colomba, solitamente simbolo di libertà e pace, qui caratterizzata da una chiara fisionomia “putinesca”, mentre becca il dito dell’umano.

Una schiena di uomo preme contro il metallo e due pugni più in alto afferrano le sbarre, forse per amore disperato o sofferenza comune, un tentativo di uscire da una condizione soffocante.

Sembra che Kulik abbia confinato se stesso dietro queste sbarre, nudo e teso, come un martire che si sacrifica per la società.

Le griglie e i paracadute di Oleg Kulik narrano la condizione umana con estrema durezza, tra la plasticità della scultura, la durezza della saldatura e la voglia di migliorare la società e le sue sfaccettature.

La libertà, l’indipendenza, le relazioni interpersonali e politiche sono sicuramente prese in considerazione in queste opere così impattanti, che vale la pena di osservare con attenzione, per avere un quadro chiaro di quanto la società sia paralizzata nella sua condizione e di quanto si possa tendere al miglioramento ed alla libertà.


 

FONTI

  • Comunicato stampa cartaceo della mostra

CREDITS

  • Copertina: fotografia dell’autrice
  • Immagine 1: fotografia dell’autrice
  • Immagine 2: fotografia dell’autrice