Alcuni ricercatori hanno utilizzato il termine emodiversità per descrivere la varietà e abbondanza di emozioni che una persona è in grado di provare in un determinato momento, ed è questo un concetto esplorato sulla scia del filone di studi che riguardano i benefici dell’avere una vita emotiva complessa, ricca, autentica; presupposto, sembrerebbe, di un maggiore benessere psicologico.

Un lavoro importante è stato quello che ha visto coinvolti contemporaneamente autori dell’università di Yale (June Gruber), di Cambridge (Alexsandr Kogan), della Universitat Pompeu Fabra (Jordi Quoidbach), dell’Université Catholiqe de Louvrain (Moira Mikolajczak), dell’Université Libre de Bruxelles (Ilios Kotsou). Del resto, gli studi sulle emozioni rappresentano un trend importantissimo ormai per le neuroscienze e molte branche della psicologia, senza contare i contributi provenienti dalla filosofia e dall’antropologia. La complessità emotiva è un campo che è stato studiato nel tempo attraverso varie misure: ad esempio la granularità emotiva è stata definita come la capacità di una persona di verbalizzare con precisione le proprie esperienze emotive, con ricchezza di sfumature o viceversa collegando una sola emozione a una singola circostanza. La covariazione emotiva invece indica essa stessa un aspetto più complesso: ci sono persone che se provano emozioni positive, nello stesso momento non riescono a provarne anche di negative, altre invece nella medesima situazione riescono a esperire contemporaneamente emozioni negative e positive  Sono concetti collegati a quello di emodiversità.

Se è vero in generale, in campo biologico prima ancora che psicologico, che la flessibilità è associata a un migliore funzionamento generale di un organismo, l’emodiversità dovrebbe essere un indicatore di benessere psicologico. Ricerche sperimentali sembrano in effetti dimostrare proprio questo: una maggiore emodiversità di emozioni positive, negative e di entrambe, è correlata a un maggiore benessere.

Nello studio degli autori sopracitati, l’unica differenza di genere significativa che è apparsa è una tendenza nelle donne a provare una maggiore quantità media di emozioni negative e una lievemente maggiore emodiversità rispetto ad esse. In generale, gli individui con una maggiore emodiversità sono risultati andare mediamente meno all’ospedale e dal medico di famiglia, più tendenti a svolgere frequentemente attività fisica, mangiare in modo sano, non fumare. Hanno inoltre dimostrato di essere meno vulnerabili al malessere psicologico e a radicali fluttuazioni emotive. In pratica sembra esserci un legame significativo tra la propria complessità emotiva e la tendenza a prendersi cura di sé.

Perché questo avviene?

Per fare delle ipotesi, vale la pena di ricordare velocemente che cosa sono le emozioni: esse sono informazioni che il nostro organismo ci manda, in maniera molto veloce, allo scopo di soddisfare essenzialmente tre bisogni; il primo è motivare ad agire in un certo modo in vista della propria salute (o di quella di chi ci è caro), il secondo è fornirci informazioni sull’ambiente, il terzo è fornire agli altri informazioni su come ci sentiamo in un dato momento. Questo significa che una maggiore emodiversità può innanzitutto servire a trasmetterci informazioni più ricche rispetto ad una situazione da fronteggiare. Quindi riportare una grande varietà di emozioni potrebbe voler dire anche esperire un maggiore senso di autenticità (quest’ultimo ormai ripetutamente associato nelle ricerche al benessere psicologico). Un’ultima affascinante ipotesi fatta dagli autori di queste ricerche suggerisce una analogia con la biodiversità: così come un singolo predatore non può spazzare via un intero ecosistema, perché le sue caratteristiche gli consentono di aggredire solo determinate prede, l’emodiversità può impedire a una specifica emozione negativa come ad esempio la rabbia di dominare in un dato momento un intero sistema emotivo individuale.

Allo stesso modo, se quando sperimentiamo uno stato di benessere esso è caratterizzato da una molteplicità di emozioni positive – anziché una sola – l’esperienza che le genera, se reiterata, potrebbe mantenere maggiormente nel tempo l’effetto benefico: sappiamo infatti che gli esseri umani sono soggetti all’adattamento edonico, cioè al fenomeno per il quale le cose che ci danno piacere dopo un po’ ci stufano (pensate all’eventualità che qualcuno vi costringesse a mangiare per 30 giorni consecutivi, a ogni pasto, la vostra pietanza preferita. Non vi stanchereste dopo qualche giorno? Bene, vale anche per esperienze più complesse). Sicuramente, concludono gli autori, in futuro i meccanismi dell’emodiversità andranno esplorati in maggiore dettaglio. Innanzitutto, si tratterà di capire se ci sono ulteriori differenze dovute al genere e alle fasi di sviluppo individuale (è possibile che adolescenti e giovani adulti abbiano una maggiore emodiversità, per esempio?). Inoltre, naturalmente, che legame intercorre esattamente tra intelligenza emotiva, agilità emotiva ed emodiversità?


FONTI

Quoidbach J, Gruber J, Mikolajczak M, Kogan A, Kotsou I, Norton MI, Emodiversity and the emotional ecosystem, in J Exp Psychol Gen. 2014 Dec;143(6):2057-66