Siamo sicuri che il governo italiano rispetti i diritti umani? Un episodio recente potrebbe farci pensare che la risposta sia negativa.

L’ONU ha inviato una lettera al governo italiano il 15 maggio 2019. La lettera è stata inviata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Beatriz Balbin, al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi. Tutto questo è avvenuto tramite il Rappresentante Permanente italiano, Gian Lorenzo Cornado, presso le Nazioni Unite a Ginevra. Nel documento (presente in lingua inglese e reso pubblico dal quotidiano Avvenire) sono riportate varie osservazioni e dubbi sul rispetto dei diritti umani, ad esempio chiede di interrompere l’iter di approvazione decreto sicurezza bis del Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Non è la prima volta che Matteo Salvini deve affrontare delle accuse così pesanti: l’attuale Ministro dell’Interno nel 2018 era stato accusato di sequestro di persona e abuso d’ufficio, poiché non aveva permesso lo sbarco degli immigrati clandestini della nave Diciotti.

Il decreto sicurezza bis, emanato dal  Ministro dell’Interno Matteo Salvini il 18 marzo 2019, potrebbe compromettere seriamente i diritti umani dei migranti.

Ma di che cosa stiamo parlando? Si fa riferimento ai diritti dei richiedenti asilo e alle vittime o potenziali vittime di detenzione arbitraria, tratta di persone, tortura ecc.

Lo Stato libico, in particolare, non può essere considerato un posto sicuro per lo sbarco dei migranti, in quanto in Libia i migranti sono soggetti a vari abusi, come il maltrattamento e la tortura.

Ma che cos’ha che non va il decreto sicurezza bis? Il decreto “mette a rischio i diritti umani dei migranti, inclusi i richiedenti asilo”; “Fomenta il clima di ostilità e xenofobia”; “Viola le convenzioni internazionali”, difatti invita le autorità marittime e militari italiane ad impedire l’accesso nelle acque territoriali e nei porti italiani alle navi private che hanno svolto attività di ricerca e soccorso in acque internazionali (presumibilmente riferendosi al nord della Libia).

In particolare la Direttiva stabilisce:

“Le navi, con bandiera italiana o straniera, che salvano i migranti in acque al di fuori della responsabilità dell’Italia e senza il coordinamento dell’autorità riconosciuta a livello internazionale come competente per coordinare le attività di salvataggio, e che successivamente entrano nelle acque territoriali italiane, danneggiano il buon ordine dello Stato italiano.

La Direttiva, inoltre, giustifica la chiusura dei porti italiani motivandola con la frase: “danneggiano il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero”. Questo perché “esiste un concreto rischio che dei potenziali terroristi o individui diversamente pericolosi che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico possano nascondersi tra i migranti“.

Stando all’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, però, tutti hanno diritto di fare richiesta di asilo in altri paesi in caso di persecuzioni. C’è però un caso in cui il diritto non potrà essere invocato, ovvero se una persona è ricercata per reati non politici o per azioni contrarie ai principi delle Nazioni Unite.

In base al principio della solidarietà in mare, in particolare secondo l’articolo 98, qualunque imbarcazione che si imbatta in persone in pericolo è tenuta a soccorrerle e a trasportarle in un porto sicuro. Ciò deve essere fatto indipendentemente dalla loro identità.

Il decreto si presume che non tenga debitamente conto degli obblighi internazionali degli Stati in materia di diritti umani che sorgono nel corso di operazioni di ricerca e soccorso. Ad esempio, l’obbligo non derogabile di rispettare e proteggere il diritto alla vita; questo è sancito dall’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e ratificato dal governo di Sua Eccellenza nel 1978.

In realtà, però, ciò che ha allarmato l’ONU è un fatto specifico: si presume che la Direttiva del Viminale colpisca nello specifico la Mare Jonio. Quest’ultima è la nave di una piattaforma ONG, ovvero Mediterranea, impegnata nel salvataggio in zona Search and Rescue libica.

La Mare Jonio è riuscita a salvare 50 migranti al largo della costa libica durante la notte del 19 marzo 2019 e successivamente si è diretta verso il porto italiano più vicino di Lampedusa in condizioni meteorologiche difficili in mare.

L’ONU analizza come le direttive Salvini e l’esplicito trasferimento alla guardia costiera libica delle responsabilità del salvataggio, in realtà, possano provocare la violazione del non-refoulement. Tale principio, stabilito dalla Convenzione di Ginevra, recita che a nessun rifugiato possa essere rifiutato l’ingresso sul territorio né che possa esso essere deportato, trasferito o espulso verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate.

Il Governo dovrebbe assicurare un’applicazione degli accordi bilaterali e multilaterali che rispetti i diritti sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e il principio di non respingimento. Nessun rifugiato dovrebbe essere espulso, rimpatriato oppure estradato in un altro Stato, se non per casi di possibile tortura.

E’ giusto dire che il governo italiano non rispetti i diritti umani? La risposta a questa domanda non è affatto semplice. Questo perché il decreto sicurezza bis stabilisce la chiusura dei porti, ma giustifica ciò dicendo che potenziali terroristi possano nascondersi tra i migranti in mare. Questo però non dovrebbe giustificare la chiusura dei porti, semplicemente ci dovrebbero essere più controlli alle frontiere, rispettando sempre i diritti umani e gli obblighi internazionali.