La vita finora di Raul Montanari vinceva il 13 aprile 2019 il premio letterario “La Provincia in Giallo”, premiato da una Giuria d’onore presieduta dal grande autore Mino Milani. Edito da Baldini+Castoldi, La vita finora è un romanzo che spezza il fiato a ogni pagina e si lascia divorare, grazie a una narrazione dai ritmi perfettamente scanditi, tra continue e armoniose accelerazioni e decelerazioni.

Siamo nell’autunno 2016 e Marco Laurenti, professore di trentacinque anni che porta con sé tutte le complessità e le incompiutezze dei trentenni attuali, non più giovani e non ancora adulti, trova lavoro in una scuola di provincia, dove si trasferisce. Si prospettano mesi intensi e difficili per l’insegnante che si trova alle prese con una realtà parallela, mai immaginata nel trambusto metropolitano, e inaspettatamente immerso in un microcosmo ferocemente chiuso in se stesso e costretto da leggi proprie e assurde, strette come lacci.

In La vita finora, Raul Montanari fa dialogare tra loro gli opposti, il Bene e il Male, l’adolescenza e l’età adulta, la provincia e la città, il passato e il presente, in uno sfregamento che diventa aderenza e scoperchia i legami sotterranei che allacciano sempre la duplicità.

A guidarci nei meandri del libro, le parole dell’autore Raul Montanari.

Tutti i personaggi di La vita finora sono fortemente caratterizzati; ma quello che si staglia con più forza è certamente il personaggio di Rudi, che porta caratteri quasi allegorici. Rudi si dimostra un ragazzo di un’intelligenza al di sopra della media, in grado di distinguere il bene dal male ma, nonostante ciò, deciso a scegliere e compiere sempre il male. Chi è e che cosa rappresenta Rudi?

Rudi è l’emblema di una triste eredità del Novecento: la separazione fra intelligenza ed etica, fra testa e cuore. In altre parole, il fallimento dell’umanesimo.

L’umanesimo nasce con Socrate quando afferma che l’uomo compie il male solo per ignoranza, perché quando l’uomo conosce il bene e il male, ovvero conosce le cose, è portato naturalmente a fare il bene. Di qui discende la centralità dell’educazione e dell’istruzione: se il male si identifica con l’ignoranza, la conoscenza è ciò che fa di un potenziale bruto un uomo buono.

Il Novecento ci ha insegnato che purtroppo non è sempre così, che l’etica non nasce automaticamente dalla conoscenza. Gli alti ufficiali delle SS venivano selezionati anche in base alla loro cultura e al loro grado di istruzione, il che non impediva loro di essere dei criminali su vasta scala. Rudi è il figlio ideale di Alex, il protagonista di Arancia meccanica: un ragazzo intelligentissimo, perfino raffinato (Alex ascolta solo Beethoven, Rudi propone in classe un’interpretazione molto acuta di una poesia di Quasimodo), ma dedito al male.

Per sorridere: ho ricevuto diverse mail da signore non giovanissime che mi confessavano: «A quell’età, di quel Rudi lì io mi sarei innamorata!».

La violenza è uno dei fil rouge del romanzo; lega il passato storico, rappresentato dal maggiore Novak, un criminale di guerra, con il presente, nel quale la violenza si presenta sotto nuove forme. C’è un legame tra la pulsione violenta della guerra e la violenza esibita sugli smartphone?

Questo è il vero punto, la riflessione che sta al centro del romanzo anche se viene esposta in forma di narrazione e non di saggio o di predica, naturalmente.

La pulsione alla base di molte delle nostre azioni, come ci hanno insegnato due millenni e mezzo di filosofia, è conservare ed espandere noi stessi, il nostro Ego, il nostro territorio, a danno degli altri. L’aggressività nasce dal desiderio di dominare gli altri.

Il maggiore Novak rappresenta un’espressione tradizionale dell’aggressività, la guerra, contro cui è facile difendersi perché è facile identificarla. Invece rischia di sfuggire alla nostra attenzione la continua tentazione, che ci offrono i new media, di essere aggressivi con due vantaggi enormi rispetto alla violenza diretta, fisica: il senso di onnipotenza (quello che faccio non morirà qui, in questa palestra, in questa stanza, in questo angolo di strada, ma tutti potranno vederlo) e di impunità (nessuno mi castigherà per questo).

Rudi e il protagonista Marco Laurenti sono i due fuochi del romanzo. Fedeli al proverbio, sono opposti che si combattono ma che in qualche modo si attraggono. Com’è il loro rapporto, è possibile rintracciare una somiglianza tra i due?

Assolutamente sì! Fin dalle mie prime letture sono stato affascinato dal tema del doppio, che ho incontrato per la prima volta in Stevenson.

Marco Laurenti non è davvero un adulto come le figure che incontra nella scuola (il preside, il bidello): è un trentenne che appartiene a una generazione di mezzo, come il preside gli rimprovera. Soffre di un disturbo alimentare e vive nel rancore verso i genitori, tratti tipici dell’adolescenza. Quando Rudi dà la sua interpretazione di Ed è subito sera, Marco non riesce a contrapporle una visione più confortante, perché pensa che Rudi abbia ragione. In questo romanzo che tratta di bullismo la parola “bullo” viene pronunciata una volta sola: è il padre di due degli allievi di Marco a dare del “bullo” al professore!

E Rudi con Marco? Lo tratta da pari a pari, gli dà del tu, gli offre le ragazze del gruppo, cerca un patto che li metta sullo stesso piano. Rudi ha le chiavi della casa di Marco, entra in casa sua esattamente come se fosse il padrone – come se fosse lui. Ha già visto le foto delle terribili esperienze di guerra del maggiore Kurjak e lo incita a vivere la stessa esperienza. Rudi attacca Marco in tutti i modi ma lo difende anche, ripetutamente: quando il preside rimprovera il professore, quando i ragazzi del gruppo stanno per aggredirlo. Nel drammatico finale del romanzo la fusione dei due raggiunge il culmine: mentre intorno a loro il mondo va in frantumi, Marco e Rudi si tengono per mano e Rudi contamina Marco per sempre, sussurrandogli un’ultima frase che rimane incompiuta.

Un altro ingrediente del libro è il sesso. Sesso descritto, immaginato, esibito, spiato. La matrice sessuale diventa quasi il motore dell’intreccio, una pulsione universale che fa muovere tutto: «Strano, a pensarci ora, il sesso era il vero scopo di tutta la grottesca pagliacciata che girava intorno al culto di Belial, ed era il motore dei giochi di potere di Rudi prima con Cristina e ora con Chiara, e del suo ascendente sugli altri; ma proprio il legame sessuale tra Don Carlo e la madre di Nadir sarebbe stato il grimaldello con cui provare a scardinare quella porta.» Che ruolo gioca e che cosa rappresenta il sesso in questa storia?

Il sesso è importante in tutto quello che scrivo, perché è importante nella vita e un narratore è tenuto anzitutto a essere fedele alla vita. Come diceva la grande poetessa Marianne Moore, uno scrittore «mette rospi veri dentro giardini immaginari»: il giardino immaginario è la storia, perché ogni storia è “fiction”; ma dentro la storia ci deve essere la verità degli esseri umani e delle loro relazioni.

Nella preparazione alla scrittura del romanzo ho parlato a lungo con uno dei maggiori esperti italiani di criminalità giovanile e lui mi ha confermato che la dominanza sessuale è al centro di tutti i gruppi devianti, per esempio dei satanisti. Per inciso: Rudi e i suoi non sono satanisti, come molti critici hanno scritto, perché il culto di Belial è piuttosto un culto demonico: non a caso, per richiamarci alla prima domanda dell’intervista, Belial è un dio serpente, il serpente che nella Bibbia offre a Eva la mela della cattiva conoscenza. Rudi usa il sesso per dominare, non sembra nemmeno trarre piacere dal sesso perché la molla che lo fa agire è il potere sugli altri; invece Marco in questo è diverso, perché il sesso per lui è soprattutto esplorazione, un modo per conoscere gli altri – le donne, ovviamente.

Una curiosità: il fatto che il prete del paese abbia un’amante (importante l’apostrofo), e che proprio il suo rapporto con questa donna alla fine diventi il deus ex machina che salva il fortino dei buoni dall’assalto del male, ha fatto sì che “Famiglia Cristiana” rifiutasse di recensire il libro. “L’Avvenire” però l’ha recensito con entusiasmo.

L’adolescenza non è al centro solo di questo tuo romanzo, ma è un tema ricorrente in altre tue opere. Da dove nasce questo interesse per la stagione adolescenziale? È una realtà che conosci bene, a te vicina o ci sono anche delle motivazioni narrative-letterarie?

L’adolescenza è una grandissima occasione narrativa per un romanziere, perché è l’età in cui, come diceva Borges, un uomo incontra se stesso una volta per tutte. È in quegli anni che capisci davvero chi sei, quali sono i tuoi orizzonti e i tuoi limiti, le tue paure e i tuoi sogni. Sono convinto che tutto ciò che gli anni dell’età cosiddetta adulta aggiungono all’adolescenza non tocchi il nocciolo duro, inscalfibile, che rimane dentro di te per sempre: col tempo diventi solo più esperto, più furbo, più accorto, ma l’identikit della tua anima non cambia.

Questo è ciò che ho osservato in me stesso e negli altri, per tutta la vita, e che ho trovato in tutti i libri che ho letto.

Il romanzo in cui ho affrontato più a fondo questo tema è senz’altro Il regno degli amici, uscito nel 2015. In un certo senso si può dire che le gesta di Rudi e dei suoi accoliti nella Vita finora siano il rovescio oscuro delle avventure dei quattro amici raccontate in quel libro: ritornano motivi tipici come la casa abbandonata, lo spiritismo, i segreti, il conflitto fra amore e amicizia. Anche l’età dei ragazzi è identica: fra 15 e 16 anni.

Ad aprile sei stato il vincitore del Premio letterario La Provincia in Giallo, scelto da una giuria d’onore, presieduta dal grande scrittore Mino Milani, autore dalla tradizione narrativa legata al mondo dei ragazzi. Cosa rappresenta per te questo premio?

Anzitutto mi ha fatto un enorme piacere riceverlo, perché si tratta di un premio che era molto difficile da vincere dato l’altissimo numero di candidati: quasi settanta, più che allo Strega!

“Provincia in giallo” è un’accoppiata molto adatta a descrivere la mia scrittura.

La provincia è una dimensione che è sempre stata presente, insieme alla città, negli oltre venti libri che ho pubblicato. Io non ho una visione idilliaca della provincia: sono convinto invece che vivere in un paese sia più duro, più difficile che vivere in città, perché se è vero che in un piccolo centro si conoscono tutti e c’è più solidarietà è vero altresì che c’è più controllo sociale, più conformismo. Faccio un esempio banale: per un omosessuale vivere in città è facile perché ci si può confondere fra la folla; in paese tutti sanno che tu sei deviante rispetto alla presunta norma, e il gay diventa oggetto di scherno o peggio.

Quanto al giallo, nei primissimi anni Novanta sono stato, insieme ad Andrea Pinketts e a Carlo Lucarelli, il primo a recuperare certe strutture della narrativa di tensione per toglierle dalle angustie del genere e usarle come una sorta di “base ritmica”, che ti consente di raccontare anche storie molto complesse senza mai annoiare il lettore. Erano i semi di quello che venne chiamato il “neo-noir italiano”.

Non a caso il 6 giugno uscirà una nuova edizione (la quarta!, con la quarta copertina diversa) del mio secondo romanzo, La perfezione, che 25 anni fa, nel 1994, venne accolto con grande risonanza dalla critica e che rimane tutt’oggi il mio best seller. I luoghi di quel romanzo sono quasi identici a quelli della Vita finora, la tensione è la stessa, anche se la storia è profondamente diversa.

 


FONTI

La vita finora, Raul Montanari, Baldini+Castoldi, febbraio 2018, Milano

Intervista all’autore