Tra i motivi che ritornano più frequentemente nella storia della letteratura, nonostante i secoli scorrano e le dinamiche cambino, c’è quello del mito. Il mito antico, infatti, sin dai tempi più remoti ha suscitato grande curiosità negli scrittori e per questo le rielaborazioni degli archetipi mitologici e delle vicende arcaiche sono presenti a ogni altezza cronologica. In particolar modo, le avventure e i personaggi di quello che è indubbiamente uno dei capolavori nonché caposaldo della letteratura greca antica – l’Odissea – sono più e più volte ripresi. Ovviamente, a seconda del contesto e del momento storico in cui questi elementi vengono riproposti, si hanno diverse riletture e interpretazioni.

Ulisse è riproposto centinaia se non addirittura migliaia di volte in ogni epoca, declinato di volta in volta a seconda delle esigenze del tempo. Famosissimi, per esempio, l’Ulisse dantesco oppure la controversa opera di Joyce, Ulysses. Ma c’è un personaggio, apparentemente marginale, che a una certa altezza sembra scomparire del tutto, per poi tornare solo agli inizi del XX secolo nelle vicende letterarie. Si tratta di Penelope, moglie dimessa e fedele dell’eroe, quasi un espediente letterario per dare a Odisseo un motivo per cui tornare in patria.

Il ritratto che Omero fornisce di Penelope farebbe rizzare i capelli al lettore contemporaneo: con l’ondata di femminismo e di lotte per la parità dei diritti che oggi imperversano, la visione di una donna rimasta fedele al marito – forse morto? – per vent’anni nell’attesa del suo ritorno sarebbe in assoluto ciò che più si oppone al sacrosanto diritto di una donna, o di uomo, di rifarsi una vita. Penelope, invece, non solo sceglie di non risposarsi rispettando il vincolo del matrimonio e trascorrendo le sue giornate in camera a piangere, ma lo fa escogitando addirittura il famosissimo inganno della tela, mostrandosi sì fedele ma anche astuta.

La Penelope omerica viene ripresa poi dalla tradizione elegiaca romana, la ritroviamo finalmente dotata di parola e di pensieri propri in Ovidio, nelle Heroides. Lo scrittore latino, infatti, nell’opera che comprende alcune lettere di eroine ai loro amanti include anche la fedelissima Penelope. Vediamo una Penelope finalmente attiva, che prende in mano le redini della situazione. Non solo scrive una lettera al marito lontano esortandolo a tornare ma sembrerebbe anche essere proprio lei ad aver mandato il figlio Telemaco alla ricerca di notizie del padre (episodio narrato nella Telemachia omerica, in cui però il ragazzo parte per sua volontà, tenendo la madre sconsolata all’oscuro delle proprie intenzioni).

Una delle principali innovazioni introdotte da Ovidio, conseguenza dell’aver eliminato del tutto la componente divina dalla narrazione, è lo scorrere del tempo. Infatti nell’Odissea Penelope, grazie all’intervento della dea Atena, non invecchia – magra ricompensa per l’estenuante attesa – così da rimanere sempre bella e giovane per il marito. Ovidio invece ci descrive una donna che, come tutte, subisce il trascorrere del tempo, che la cambia sia fisicamente che mentalmente.

Certe ego, quae fueram te discente puella,
protinus ut venias facta videbor anus.

(E io certo, che quando partisti ero una ragazza, anche se dovessi tornare immediatamente, ti sembrerò diventata una vecchia.)

Questo si percepisce in particolar modo nella netta divisione in due parti dell’epistola. In una prima parte Penelope si dipinge come la puella innamorata del suo uomo, giovane e ardente d’amore. Nella seconda, invece, si può leggere un netto cambiamento: Penelope è invecchiata, non si preoccupa più della sua favola d’amore ma si mostra preoccupata per gli aspetti materiali ed economici della quotidianità. Insomma, appare una Penelope più umana, più donna reale, meno eterea e chiusa nella sua perfezione di moglie fedele.

Per molto tempo, però, la donna della tela sembra scomparire dalla scena, o comunque mantiene un ruolo strettamente marginale. Torna ad acquisire una posizione centrale solo nella letteratura del Novecento. Intorno agli anni Venti si trova per esempio nella raccolta Eroine di Claude Cahun come una spietata seduttrice, desiderosa di essere desiderata. La Penelope novecentesca è infatti spesso presa come emblema del femminismo, aspetto paradossale se si pensa alla versione omerica.

Uno dei motivi su cui più si concentra la letteratura recente è il momento dell’incontro tra i due coniugi dopo la lunga separazione. Omero narra che Ulisse inizialmente non si fa riconoscere dalla donna per metterne alla prova la fedeltà, quando però svela la sua identità si ristabilisce tra i due il feeling di un tempo, come se quei vent’anni non fossero mai trascorsi. La versione moderna di questo ricongiungimento è ben diversa. Il poeta greco Ghiannis Ritsos, nel componimento La disperazione di Penelope (1968), dà voce alla delusione della donna nel rivedere dopo lungo tempo il marito, facendo così crollare l’inganno che aveva costruito non solo per i proci ma anche per se stessa.

Non è che non lo riconobbe alla luce del focolare;
non erano
gli stracci da mendicante, il travestimento – no;
segni evidenti:
la cicatrice sul ginocchio, il vigore, l’astuzia nello
sguardo. Spaventata,
la schiena appoggiata alla parete, cercava una scusa,
un rinvio, ancora un po’ di tempo, per non rispondere,
per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,
vent’anni di attesa e di sogni, per questo miserabile
lordo di sangue e dalla barba bianca? Si accasciò muta
su una sedia,
guardò lentamente i pretendenti uccisi al suolo, come
se guardasse
morti i suoi stessi desideri. E “Benvenuto” disse,
sentendo estranea, lontana la propria voce. Nell’angolo
il suo telaio
proiettava ombre di sbarre sul soffitto; e tutti gli uccelli
che aveva tessuto
con fili vermigli tra il fogliame verde, a un tratto,
in quella notte del ritorno, diventarono grigi e neri
e volarono bassi sul cielo piatto della sua ultima rassegnazione.

Ne Il canto di Penelope (2005) Margaret Atwood, autrice canadese, fornisce al lettore una visione di Penelope molto simile a quella di Cahun, accogliendo una tradizione laterale della mitografia che vedrebbe nella moglie di Ulisse un’infedele. La Atwood, con un’attualizzazione estrema della vicenda omerica, vede come fondamento della relazione tra i due coniugi la menzogna: entrambi infedeli ma consapevoli di dover trovare un punto comune per far ripartire il loro matrimonio.

Entrambi eravamo, per nostra stessa ammissione, mentitori esperti, fluenti e senza vergogna. È un miracolo se abbiamo prestato fede l’uno alle parole dell’altro. Ma lo abbiamo fatto, o almeno così ci siamo raccontati.

Dunque nelle versioni che la modernità tramanda di Penelope rimane ben poco delle sue caratteristiche originarie, o meglio: il personaggio ha subito un’evoluzione, adattandosi alle nuove esigenze espressive. Così come la Penelope omerica rappresentava la solidità di una moglie fedele, un esempio di massima rettitudine morale, poi trapassato anche in ambito romano, la Penelope odierna racchiude in sé tutti i tratti della donna contemporanea. Penelope si adatta dunque ai tempi che si evolvono e anche lei, come Ulisse, assume nella storia letteraria la caratteristica di polytropos: muta il suo essere rappresentando l’essenza della donna in ogni epoca, giungendo persino a essere emblema dell’emancipazione femminile. Questo è possibile poiché la situazione nella quale ci viene originariamente presentata si presta a diverse letture. Il timore dell’infedeltà, la tentazione, il tradimento… Una Penelope che si è liberata della sua patina arcaica, che si è mossa al passo coi tempi e che proprio per questo ancora oggi è in grado di stimolare la riflessione e di parlare ai lettori. Certo, ora non è più seduta in camera a piangere mentre tesse la tela, ma non è forse questa la grandezza riconosciuta ai grandi miti letterari, la capacità di comunicare attraverso i secoli?

 


FONTI

Penelope da Omero alla letteratura contemporanea, Elena Merli

Pietre, sbarre, ripetizioni, Ghiannis Ritsos, Einaudi 1978

Il canto di Penelope, M. Atwood, Ponte alle Grazie 2005

Lettere di Eroine, Ovidio, Bur, 1989