Il cuore è capriccioso, dicono i medici. È egoista. Smette di battere quando vuole, e se si ferma lui si ferma tutto.

Il problema non è chi muore, è chi resta, pensavo. Le persone andavano avanti, giorno dopo giorno, con i loro lutti addosso. La vita continuava nonostante tutto, la quotidianità, la routine spezzata solo in quei due brevi istanti; l’istante in cui l’ospedale aveva chiamato nel cuore della notte e l’istante in cui avevano dovuto organizzare un funerale.

Chi muore, chi lo sa dove va. Chi resta, resta qua, non va da nessuna parte, è questo il punto, dicevo. Il futuro diventa solo un ammasso confuso e grigio, senza senso, una voragine in cui sprofondare, da cui non riemergere mai più.
È chi resta che deve portarsi addosso i rimpianti, i rimorsi, le parole non dette e quelle dette, i gesti fatti e quelli non fatti, gli “avrei voluto fare di più”, “avrei voluto…”, “se solo…”; il peso dell’ultima volta che ci si è visti senza sapere che quella sarebbe stata l’ultima volta.

Avevo guardato mio padre attraversare la perdita di entrambi i genitori; il nonno, morto dopo una lunga malattia, e la nonna fulminata dal dolore pochi giorni dopo la morte del marito. L’avevo guardato cercare in ogni direzione un appiglio e avevo capito che il problema era suo, di lui che rimaneva.

Le bare ormai erano state interrate, la lastra di marmo appoggiata sul terreno e sigillata, non sarebbe rimasto altro che un pugno di polvere e ossa. Avrebbero vegliato su di lui? Sarebbero andati in un posto migliore? Avrebbero finalmente raggiunto la pace e la luce? Era quello per cui avevano pregato durante il funerale, ed era tutto quello che sapevo.

Mio padre aveva cercato nei libri di ogni religione, portandoli a casa dalla biblioteca, impilandoli sul tavolino di cristallo del salotto; aveva cercato una spiegazione, un modo per accettare la cosa, per superare la cosa, per andare avanti. Aveva cercato un senso a quello che era successo, aveva cercato di capire.
Io avevo osservato la Bibbia sfilarmi sotto agli occhi in ogni edizione: tascabile, illustrata, economica, sottolineata, tratteggiata, immacolata. Avevo visto libri pseudo religiosi, libri dai titoli che incitavano a superare il lutto, a riprendere la vita, a essere sereni nella consapevolezza che le persone amate che muoiono non muoiono mai veramente: continuano a vivere dentro di noi, dicevano.
Avevo guardato mio padre lottare, faticare, perdere il sonno, l’appetito e il peso, l’avevo guardato sforzarsi, soffrire in silenzio, leggere fino a perdere la vista e la salute, sfogliare pagine di ogni tipo, colore e spessore, incapace di farsene una ragione. Avevo guardato mia madre aumentare la dose di Xanax la sera e avevo capito che il problema non era solo di mio padre, ma di tutti noi. Di tutti noi che restavamo, mentre gli altri non c’erano più.

Il cuore è capriccioso: quello di mia nonna aveva smesso di battere quando aveva perso l’amore della sua vita, l’uomo accanto al quale aveva passato tutti i suoi giorni. Il cuore è capriccioso: i loro cuori si erano fermati e in un secondo avevano smesso di essere lì, erano andati altrove. Il cuore è egoista: non aveva dato nessun preavviso, aveva voluto lasciare l’effetto sorpresa, e non aveva pensato ai cuori di chi restava.

Il cuore è capriccioso, decide lui quando è ora di smettere.

Avevo ripensato a lui, che aveva paura di addormentarsi e di non svegliarsi più, convinto che il suo cuore si sarebbe fermato nel sonno.

Sarebbe potuto accadere, pensavo.

In fondo non siamo altro che pelle, sangue, organi, ossa, nervi. Un piccolo pugno di polvere.

 


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