Certe persone vivono in lotta con altre, con sé stesse, con la vita. Allora si inventano opere teatrali immaginarie e adattano il copione alle proprie frustrazioni.

La riflessione di Paulo Coelho si adatta molto bene al personaggio turbolento e passionale di Vittorio Alfieri. In un’atmosfera al confine tra illuminismo e romanticismo, la personalità di uno dei più affascinanti letterati italiani si riversa nel genere espressivo più estremo e sregolato, la tragedia. Alfieri scopre la vocazione per il teatro grazie alle contrastanti e molteplici passioni sfociate alla vista di uno spettacolo e alla lettura di un’opera. Nella “Vita” (la sua autobiografia) durante l’epoca III, dichiara di aver provato di fronte alle letture di Plutarco:

…sino a quattro e cinque volte le rilessi con un tale trasporta di grida, di pianti, e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per impazzato.

Nonostante l’animo febbrile, Alfieri raggiunge consapevolezza drammaturgica grazie ad assidui studi e ricerche. Il primo passo fu quello di “spiemontizzazione”: aborrendo la lingua francese, porta a termine più volte la lettura integrale dei grandi maestri della lingua italiana. Più volte si cimenta in avventure teatrali, piccoli tentativi di scrittura risultati poi fallimentari. Caso celeberrimo è quello della “Cleopatra”, tragedia ispirata a un quadro rappresentante la regina egizia. Tralasciando la tragicomica vicenda della perdita del manoscritto, Alfieri racconta l’umile messa in scena e la sua vergogna provata nel percepire il fallimento.

Non appena le tragedie iniziano a circolare, la critica concorda in un’opinione: Alfieri è troppo duro e oscuro. L’accusa di durezza riguarda lo stile: i versi sono troppo aspri e risultano poco compatibili con il teatro di Metastasio, famoso autore dell’epoca. L’oscurità è invece legata allo stile ellittico e alla complessità linguistica. In effetti le tragedie di Alfieri rappresentano testi di altissima letteratura, ma sono poco rappresentabili su un palcoscenico. I monologhi dominano la scena e pochissimi sono i personaggi. Quest’ultimi sono poco dinamici e limitati nella fisicità.

Alfieri espone il metodo compositivo nell’epoca IV della “Vita”. Rispetto alla canonicità degli artisti, egli racconta di una dinamica fredda e razionale. Dopo aver avuto un’idea, scrive d’impulso una “prosaccia”, un racconto sommario della storia. Rileggendola dopo del tempo, decide (sulla base di sentimenti immediati e rapporti empatici) se buttarla o lavorarci ancora. Allora scrive l’intera tragedia in prosa e, dopo un mese, la rilegge, valutandola di nuovo. La terza e ultima fase consiste nella versificazione, ovvero nella traduzione da prosa a verso della composizione.

Come già accennato, è chiara l’intellettualità della tragedia alfieriana. Un metodo compositivo così puntiglioso e determinato non può che produrre tragedie stilisticamente e retoricamente impeccabili. Il teatro di Alfieri è dominato da una duplicità indivisibile: così tanto freddo e razionale nella forma, così passionale nel contenuto. Risulta inevitabile, allora, non legare la duplicità delle opere alla contraddittorietà del grande letterato.

FONTI

aforismi.meglio.it

Vittorio Alfieri, “Vita” a cura di Marco Cerruti

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