È sempre la solita storia. Coloro che credono di trovarsi al di sopra di determinate logiche disprezzano sempre tutti gli altri, ritenendoli quasi “inferiori”. È un meccanismo abbastanza semplice, quello dello snobismo, ed è talmente basico e naturale per l’uomo da essere presente in qualsiasi ambito. Anche in quello culturale, anche in quello musicale. Forse in una forma leggermente diversa.

Però bisogna fare prima una grande premessa: bisogna considerare cos’è il panorama culturale di oggi, qual è l’attuale valore che si dà all’arte e come ci si rapporta a essa.

Il valore della cultura oggi

Il noto sociologo polacco Zygmunt Bauman, in Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi, ha trattato proprio di come la cultura si sia evoluta nella cosiddetta società liquida.

L’arte, quando se ne parla, raramente ispira quel tono devoto o reverenziale così comune nel passato. Non ci si azzuffa. Non si erigono barricate. Niente scintillare di lame. Se pure si discute della superiorità di una forma d’arte su un’altra, se ne parla senza passione o verve; e i proclami di condanna e le diffamazioni sono più rari di quanto fossero mai stati prima. Dietro questo stato di cose si nascondono imbarazzo, mancanza di fiducia in se stessi, un senso di disorientamento: se gli artisti non hanno grandi e importanti compiti da realizzare, se le loro creazioni non hanno altro scopo che portare fama e fortuna a pochi eletti e divertimento e piacere personale ai loro beneficiari, come possiamo giudicarli se non attraverso la montatura pubblica che di solito li accompagna in un determinato momento?

Quindi, si parte da un grande presupposto: che l’arte, nella modernità, è un’altra cosa. Nella società moderna, improntata al consumismo (come spiega sempre Bauman andando avanti nella sua argomentazione), anche la cultura stessa si fa bene di consumo. E come tale segue le regole valide per tutto il resto del mercato, non è esente da quei sistemi: “La cultura assomiglia oggi a uno dei reparti di un mondo modellato come una specie di grande magazzino in cui si aggirano persone trasformate in puri e semplici consumatori“, continua il sociologo.

La musica commerciale

Si può quindi dire completamente smontata l’idea della cultura come qualcosa di completamente puro, intoccato dalla logica di mercato, unicamente ispirato da “sani principi”. (Non che si voglia, così dicendo, fare di tutta l’erba un fascio, certo. Anzi, nel panorama musicale italiano la grande crescita negli ultimi anni di etichette discografiche indipendenti è proprio dovuta a questa consapevolezza e alla volontà di tentare di sfuggire alle logiche di profitto. Per lo meno, nei limiti del possibile.)

Ed è qui che si inserisce quindi la cosiddetta musica commerciale. Molto spesso si è cercato di identificarla con un preciso genere, altre volte con determinate caratteristiche sonore (chi non ha mai sentito parlare delle canzoni che hanno sempre gli stessi due accordi che si ripetono all’infinito?). In realtà, la definizione corretta di una tale terminologia sarebbe quella di un prodotto che mira unicamente al profitto economico. Questo si riallaccia perfettamente con la teoria di Bauman.

Quindi?

Quindi, il punto focale della questione è: è sbagliato ascoltare musica commerciale?

L’unica risposta possibile a questa domanda è: sbagliato per chi?

È indubbio che si riesca a trarre una sorta di vantaggio morale nello stare dalla parte “giusta” della barricata: il semplice fatto di sopraelevarsi, di considerarsi al di fuori di queste logiche di profitto rende la determinata fetta di pubblico che lo fa quasi più etica rispetto alla restante. Ma del resto, chi è davvero in diritto di giudicare? Chi può legittimamente arrogarsi il diritto di dire alle persone cosa possono o non possono ascoltare? Lo snobismo ha davvero senso di esistere?

Finché non c’è qualcosa di nocivo, di realmente nocivo, perché non permettere alla musica di consumo di esistere, pur facendole mantenere il suo status di semplice musica di intrattenimento? Del resto, questo meccanismo si può traslare in qualsiasi ambito culturale: lo si osserva in modo altrettanto emblematico anche in quello editoriale, in quello cinematografico e così via.

In fondo, se quando si ha avuto una pessima giornata c’è quella canzone così allegra in grado di risollevare il morale e di non far pensare a niente, perché non la si dovrebbe ascoltare? Probabilmente la vera Arte, se così vogliamo definirla, è un’altra cosa, ma finché la musica commerciale mantiene la sua dignità, chi può davvero avere il diritto di giudicare qualcun altro?

In fondo siamo tutti figli del nostro tempo, e se si vuole davvero combattere la logica del consumismo, il modo ottimale per farlo non è sicuramente insultare chi ascolta le classifiche dei brani più ascoltati sulle varie piattaforme di streaming musicale. E poi:

La canzoni non devono essere belle,
devono essere stelle,
illuminare la notte,
far ballare la gente
ognuno come gli pare,
ognuno dove gli pare,
ognuno come si sente.

Jovanotti docet.