Nel moderno mondo occidentale siamo poco abituati al silenzio. L’ascolto e l’attenzione sono delle pratiche difficili da eseguire nei confronti degli altri ma ancora di più nei confronti di noi stessi. Fermarsi e prendersi del tempo da dedicare al silenzioso ascolto dei nostri pensieri e del nostro corpo è considerato una perdita di tempo, una forma di inattività in un quotidiano che ci vuole pronti, operativi, partecipi dell’attività mondana.

Il silenzio è cosa viva, di Chandra Livia Candiani, è un breve saggio, edito Einaudi per la “collana bianca”, che ci introduce nel mondo della meditazione, dimostrando come la vita spirituale e quella mondana possano in realtà compenetrarsi e quanto l’ascolto di se stessi possa influire notevolmente sulla qualità della nostra vita e sul nostro benessere fisico e mentale.

Chandra Livia Candiani è una poetessa e traduttrice milanese che tiene dei corsi di meditazione. Per lei la poesia e la meditazione sono due vie spirituali per dare respiro all’esistenza e nella sua esperienza sono strettamente collegate. Questa dimensione spirituale va a braccetto col quotidiano, da cui non si distacca mai, infatti la meditazione appare nel libro non come una forma di straniamento o fuga dalla realtà ma, al contrario, un esercizio per abitarla con più consapevolezza. In questo modo, anche un atto semplice come quello di camminare può essere considerato meditazione:

«i gesti quotidiani di cucinare, lavare i piatti, telefonare, pulire, leggere possono diventare forme di preghiera».

Ma quindi cosa vuol dire esattamente meditare? La meditazione è la consapevolezza e l’accoglienza del caos che è in noi e nel mondo. Meditare non vuol dire rifugiarsi in un’oasi di pace inattaccabile dalle influenze negative ma, al contrario, riconoscere qualsiasi sensazione ed emozione, accettarla e conviverci astenendosi da qualsiasi forma di giudizio. La meditazione, infatti, non è altro che la sospensione del giudizio, nei confronti degli altri ma soprattutto di noi stessi: basti pensare a tutte le volte in cui a una sofferenza si somma la preoccupazione, l’ansia e l’apprensione con cui affrontiamo il dolore. Chandra spiega che in questi casi è come essere feriti da due frecce, una inflitta da una circostanza negativa, l’altra da noi stessi e dalle nostre apprensioni in merito alla circostanza.

Questo piccolo saggio ci mette di fronte al peso corrosivo dell’autonarrazione, ovvero quel costante commento nella nostra testa che ci ripropone situazioni e sensazioni sgradevoli, di vergogna e di paura in merito a qualcosa che ci è accaduto, e che ci rende incapaci di vivere una sola volta e profondamente quel momento negativo per poi lasciarlo andare. Raccogliersi nel silenzio della meditazione, pertanto, non significa soffocare il dolore ma riconoscerlo senza pensarlo, senza aggiungere ulteriori commenti e valutazioni.

Non si può fuggire dal dolore e Chandra ci invita a non tentare di farlo, perché la chiusura in se stessi porterebbe a un inaridimento che sfocia in apatia e nell’impossibilità di godere anche delle emozioni positive e della gioia. Quello che emerge dalla lettura è che la meditazione è un’arte da imparare a praticare, migliorando con il tempo la propria capacità di concentrazione, quindi non una dote innata propria di una ristretta cerchia di eletti.

Chandra Livia Candiani ci accompagna lungo questo percorso con pazienza e dolcezza materne e con la competenza di chi ha già maturato una profonda esperienza e consapevolezza della pratica. Il suo percorso di crescita si è svolto attraverso l’avvicinamento alla spiritualità buddhista, approfondita grazie alle numerose traduzioni di testi e ai suoi viaggi in India, per poi approdare nel silenzio della sua stanza, un piccolo tempio domestico, alla ricerca di se stessa. Nonostante ciò, non si pone l’obiettivo di impartire insegnamenti al lettore ma solo quello di riportare e condividere una testimonianza, in alcuni passaggi anche molto personale, riferendosi alla perdita dell’amata sorella Anna.

Il saggio ha un linguaggio pulito, semplice ma ricercato e curato, assimilabile a quello delle poesie della Candiani. Lo conferma anche l’andamento discontinuo del discorso, che fluisce dall’interno all’esterno e viceversa.

Sebbene la meditazione venga associata al Buddhismo, appare chiaro dalla testimonianza dell’autrice che in realtà questa abbia fatto la sua apparizione ben prima dell’avvicinamento consapevole alla religione buddhista in età adulta, mostrando come in realtà sia una forma di rifugio che si cerca spontaneamente e che pertanto può essere slegata dal credo religioso.

 


FONTI

L. C. Candiani, Il silenzio è cosa viva, Einaudi, 2018