Il Festival dei diritti umani di Roma, svoltosi lo scorso 11 maggio al MAXXI, è terminato con la proiezione in anteprima europea del film Child war reporters, di Khadija Al-Salami, unica regista donna yemenita, già nota per il precedente film La sposa bambina. Khadija racconta la disumana situazione in cui versa lo Yemen attraverso le vittime del conflitto, consegnando la videocamera di un telefono cellulare nelle mani di due bambini, Ahmed di 9 anni e Youssef di 5. La popolazione vive incessantemente sotto i bombardamenti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, i cui obiettivi molto spesso sono case, ospedali e scuole.

Ma in che modo anche l’Italia partecipa a questa guerra?

“Attraverso la vendita di armi prodotte in Sardegna nell’azienda tedesca RWN, che rifornisce l’Arabia Saudita e la cui produzione di bombe risulta addirittura triplicata”

dice Daniele De Blasio, direttore del Festival dei diritti umani, presente in sala. La situazione continua ad aggravarsi, nonostante il Parlamento europeo abbia invece votato contro la vendita di armi al principato saudita.

Lo Yemen raccontato dalle sue stesse vittime

Nel film i due bambini sono vivaci, attenti osservatori delle atrocità attorno a loro, con un’innocente ma genuina consapevolezza dell’orrore, che nessuno bambino dovrebbe acquisire mai. Sono particolarmente incuriositi proprio dall’Unione Europea: hanno scoperto che l’UE è nata alla fine di una terribile guerra (la Seconda Guerra Mondiale), e ora sperano che una cosa simile possa accadere anche nel Medio Oriente, come soluzione a tutte le sanguinose guerre. Ahmed racconta di soffrire di attacchi di panico e di ansia, soprattutto la notte, quando sente in lontananza gli aerei militari e ha la costante paura che sua madre muoia per colpa dei razzi che colpiscono le case, facendole cadere con la stessa facilità dei birilli. In Yemen, infatti, ogni 10 minuti qualcuno muore; i sopravvissuti raccolgono per le strade e tra le macerie i corpi smembrati, sperando ogni volta che non si tratti di una persona cara. Dice la nonna di Ahmed e Youssef:

“Trascorriamo il nostro tempo a porgere condoglianze”.

Secondo i dati della croce rossa, 751 scuole sono state bombardate, 80 siti archeologici sono stati distrutti e 269 ospedali sono stati colpiti: tutti obiettivi civili che costituiscono violazioni del diritto internazionale umanitario. I due bambini reporter si rivolgono ai propri connazionali perché facciano un appello all’Unione Europea, nella speranza di avere un tramite nella comunità internazionale per porre fine alla guerra; una guerra di cui quasi tutti hanno dimenticato i motivi per cui è scoppiata. Una psicologa che lavora per un centro medico di una ONG spiega che i bambini vengono traumatizzati ogni giorno che passa; per sopravvivere si abituano alla guerra, la quale diventa la sola cosa che credono di conoscere bene. Perdono interesse per gli studi, non riescono più a concentrarsi. Sviluppano comportamenti aggressivi e come regalo chiedono un fucile o un carro armato, associandoli ormai a giochi comuni.

“Le bombe hanno distrutto l’allegria”.

Una bambina di soli 4 anni mostra che a causa dello spavento per la guerra, le sono spuntati alcuni capelli bianchi.

“Quando ho sentito i bombardamenti stavo comprando delle caramelle, le ho fatte cadere e sono svenuta”.

Questa è l’infanzia di un bambino yemenita: non si può giocare, non si può studiare perché le scuole sono occupate dai gruppi armati, non si può uscire. E nessuno sa spiegare davvero il perché di tutto questo. Che futuro possono avere questi bambini, cresciuti tra le macerie e la paura?

A volte durante il film, mentre Ahmed e Youssef intervistano i loro coetanei, non riescono a trattenere le lacrime, mostrando chiaramente la fragilità della loro età. Un bambino racconta come, mentre la madre gli stava rimboccando le coperte, un proiettile l’abbia colpita alla testa.

“I miei genitori sono la cosa più importante che ho, non li voglio perdere”.

I due protagonisti si recano infine all’interno di un campo profughi di sfollati interni dell’UNHCR di Tharwan, dove le fognature sono buchi nel terreno e i tetti delle tende sono fatti con sacchi di farina. Una donna indica la sua tenda, condivisa con con altre quattro famiglie. L’ultima scena mostra una bambina di 4 anni che gioca su un’altalena vicino a quello che rimane della sua casa, rasa al suolo da un razzo che ha seppellito sotto le macerie tutta la sua famiglia. Viene spontaneo chiedersi: che ne sarà di lei? Proprio come la domanda posta all’inizio della proiezione, destinata a riecheggiare tra gli spettatori per tutta la durata del film:

“Dio, dimmi che peccato hanno commesso i bambini per cadere vittime di questa guerra?”


FONTI

ilmanifesto.it

Festival Dei Diritti Umani, MAXXI Roma 11.05.19