La letteratura, si sa, è fatta di parole. Eppure tacere non è l’unico modo per stare in silenzio. Talvolta si pensa che il silenzio renda difficile la comunicazione, se non impossibile. In realtà la sua carica espressiva può manifestarsi anche tramite le parole, come accade in letteratura. Il silenzio sarebbe infatti inconciliabile con lo stesso presupposto della letteratura, ma ci sono periodi storici in cui, per una serie di inevitabili vicissitudini, gli scrittori non hanno potuto fare altro che tacere, e lo hanno fatto proprio attraverso ciò che meglio li rappresentava: la scrittura.

Uno dei periodi che ha messo più a dura prova la voce dei letterati è sicuramente il Fascismo. Infatti, si sviluppa a partire dagli anni Venti del Novecento quello che in modo inizialmente dispregiativo è stato definito da Francesco Flora “Ermetismo”, proprio in riferimento all’allusività e all’indecifrabilità di un certo tipo di poesia che, in qualche modo, pur esprimendo qualcosa davanti alla situazione politica e storica di quegli anni, lasciava solo un desolante silenzio. Nucleo essenziale di questa forma poetica è la solitudine disperata dell’uomo moderno, ormai smarrito dopo aver perso fiducia negli antichi valori. Tutto ciò non fa altro che costruire una visione della vita desolata e priva di illusioni, che si riflette nell’«uomo di pena» di Ungaretti, nel «male di vivere» di Montale, nell’uomo che «sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole» di Quasimodo.

A contribuire a questa sensazione di straniamento anche l’incomunicabilità, l’alienazione, la frustrazione che affliggono l’uomo moderno, sino a ridurne la fiducia nel mezzo poetico – o meglio – nella possibilità di dire qualcosa attraverso di esso. Questo porta i poeti ermetici alla ricerca di nuove forme che possano in qualche modo rispecchiare il loro stato d’animo, le sensazioni di chi si ripiega su se stesso scoprendo la propria intimità.

Parte della critica ritiene che l’Ermetismo sia stato in qualche modo una forma di resistenza blanda al Fascismo proprio in virtù del silenzioso disimpegno sul piano politico e letterario. Non tutti sono concordi con l’interpretare questo silenzio allo stesso modo: infatti si possono leggere pareri divergenti a riguardo. Per esempio la critica marxista considera questa come una scelta di comodo, utile a fuggire dall’affrontare la scomoda situazione della “dittatura fascista”, riparandosi in una torre d’avorio che proteggesse questi scrittori dal difficile compito di dover scendere in qualche modo a compromessi con il regime.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Non chiederci la parola è una lirica di Eugenio Montale, quella che forse meglio rappresenta il sentimento comune ai poeti in questo momento della storia letteraria italiana. Montale si rivolge qui all’uomo, inteso in senso generico, quasi rimproverando quella fiducia che ha sempre riposto nei poeti considerandoli punti di riferimento. Egli infatti sottolinea come in realtà lui, come tutti gli altri, non sia altro che un uomo qualsiasi, un individuo isolato, smarrito in un mondo che sfugge alla sua comprensione. L’unica caratteristica che riesce a distinguere il poeta dagli altri uomini è il coraggio di piegarsi con dignità al male di vivere.

Le forme del silenzio possono essere dunque svariate, ci può essere un silenzio che si manifesta nella sua forma più elementare, semplicemente attraverso la mancanza di parole. Ma accanto a questa forma può esistere – anzi coesistere – una tipologia di silenzio allusiva, che si serve delle parole per non parlare, e dei versi per non scrivere. Proprio questo secondo tipo è quello che più frequentemente si trova in letteratura. Perchè in fondo l’assenza porta inevitabilmente alla ricerca di qualcosa, come nel caso della poesia montaliana sopra citata: perché non chiedere la parola ai poeti, perché quell’assordante silenzio sulla situazione storico-politica di quegli anni? Non è forse questo tacere che scatena la voglia di andare oltre le semplici parole, alla ricerca di ciò che silenzio non è?

 


FONTI

C. Attalienti, Sprint Finale, Editrice Ferraro