Un omaggio alla fotografia evocativa di Ferdinando Scianna, narratore poetico di una Sicilia arcaica e dei suoi personaggi nell’atmosfera onirica del bianco e nero.

Ferdinando Scianna tratteggia la sua Sicilia con suggestivi scatti in bianco e nero. Ciò che emerge è la forte connotazione rituale, cerimoniosa, comunitaria del Paese. Le sfumature che accarezzano languidamente i profili dei soggetti ricreano l’atmosfera carnale e sanguigna della terra siciliana. Le fotografie di Scianna sono realistiche, vere. Pongono lo spettatore davanti alla genuinità dell’umano, senza fronzoli, senza ritocchi.

Nessuna costruzione, perché il fotografo, ma soprattutto il reporter, deve essere un testimone invisibile, registrare l’esistente senza modificarlo. Lo insegna Henri Cartier Bresson, maestro di Scianna, che rende i suoi soggetti portatori del suo messaggio. Non semplici marionette in una scena corale, ma protagonisti, che si raccontano e ti raccontano, come in uno specchio.

Poster for a movie, Bagheria, 1961

La personale alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo, dal 21 febbraio al 28 luglio 2019, è l’occasione per omaggiare una carriera che eccelle dagli anni Sessanta. Circa duecento fotografie, incanalate tra i temi più cari all’artista: memoria, racconto, ossessioni (specchi, animali, sogno), viaggio, ritratti, riti e miti. Le sue opere sono narrazioni dal tocco folcloristico, che si avviluppano in una dimensione onirica.

Figure aleggianti in spazi nostalgici, malinconici, che però trasudano un profondo senso di appartenenza e identità. Non ombre, ma soggetti di vita, la cui storia si evolve su una scena teatrale. Vengono immortalati nell’attimo eterno dello scatto fotografico, quell’istante che lega indissolubilmente tempo e memoria. Il tempo è labile. Oscilla tra un’arcaicità condivisa, costruita sui ricordi e un presente sterile, che sta perdendo la sua aura folcloristica.

E ancora sulla fotografia e la “memoria”: le fotografie non restituiscono “ciò che è stato”, piuttosto ripropongono in una sorta di lancinante presente ciò che non è più”

La poeticità delle piazze deserte e assolate. La cattedrale. Le stradine ciottolate che si inseguono tra vicoli e scalinate. La sede del partito comunista. Il cinema. La terra. Gli anni Sessanta. Sembra un film di Giuseppe Tornatore. E il riferimento non è casuale. Sia il regista che Scianna sono originari di Bagheria, un piccolo paese in provincia di Palermo. Il nome può passare indifferente a un primo ascolto, ma la sua traduzione dialettale Baaria, lo carica di una forte connotazione visivo simbolica. È il legame emotivo che vincola il fotografo a questo luogo, a denotarlo come teatro dei suoi primi ritratti.

Petralia, 1971

La Sicilia, è di per sé un cinema. Lo dice Leonardo Sciascia e non c’è dubbio o contraddizione nelle sue parole. La tensione drammaturgica che si dispiega dagli scatti di Scianna lo dimostra. Dove c’è immagine, c’è narrazione. Umanità, intimità della famiglia e della tradizione, storia delle origini, misticismo, ritualità. Le cose da raccontare. Le sfaccettature narrative che intessono la carriera di Scianna con quella dell’amico, dal cognome consonantico, Sciascia.

Mi ricordo che Sciascia, mettendomi in guardia, mi disse ‘stai attento che te ne può venire una schizofrenia’. Ma io questa cosa l’ho sempre esorcizzata considerandomi un fotografo che scrive.

La scrittura accompagna la fotografia. Il non detto si nasconde dietro la piena visibilità dell’immagine. E qui il fotografo agisce come demiurgo, filtro dell’esistente. Elimina con l’obiettivo tutte le sovrastrutture e i pregiudizi che accompagnano una società millenaria e la mostra nella sua purezza vergine. Questa traspare dagli occhi dei protagonisti: bambini, uomini e donne anziani in spazi quotidiani. Ma soprattutto giovani donne che incarnano la seducente fisionomia mediterranea.

Monica Bellucci

Per questo motivo Scianna sceglie volti noti come Maria Grazia Cucinotta e Monica Bellucci accanto agli sguardi anonimamente spontanei degli altri personaggi. Come in un coro verghiano, dove spiccano sfuggevoli le dame di Scianna. Si distinguono, come i loro abiti Dolce & Gabbana, ritratti dal fotografo per le svariate campagne pubblicitarie.

Ferdinando Scianna predilige l’ombra, che affianca silenziosa la bianca luminosità delle figure e degli ambienti. Un contrasto cromatico, la cui dosata eleganza permette al fotografo di raggiungere il suo scopo: dare un ordine al caos della vita. Ogni cosa è esattamente dove dovrebbe stare. Niente è fuori posto perché nulla è fuori luogo. Gli elementi sono intelaiati in un mosaico perfettamente ordinato, che intreccia tra le sue finiture emozioni universali. È la capacità che Scianna ha di raccontare con uno sguardo caldo, ma critico, la comunione e l’appartenenza nell’identità.

La fotografia è per me un mestiere, una maniera di vivere, il filtro attraverso il quale entro in relazione con il mondo e il mondo con me. La ricerca, forse assurda, di istanti di senso, di forma, nel caos della vita. Tentativo di comprendere, di comprendersi.


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