Il pavimento su cui sono seduta è freddo e umido. Ho i palmi delle mani appoggiati sulla scacchiera delle piastrelle quadrate, bianche e nere. Quando ho spinto, tremante, la porta, mi sono diretta subito verso il bagno di destra; una scelta irrazionale e fortunata, visto che è il più grande e mi permette di restare seduta a terra con le gambe allungate senza essere troppo vicina al water.

Cerco di respirare, provo a piangere, i soliti stratagemmi escogitati negli anni per allontanare il panico; penso su quanti pavimenti mi sono seduta, in quanti bagni mi sono chiusa, in stazione, a scuola, in università, in aeroporto, nei locali. Ho questo brutto vizio di lasciarmi scivolare contro il muro, di sentire la spina dorsale strofinare contro la parete, di sedermi a terra, e di rimanere lì, come se stare in piedi fosse troppo pericoloso, troppo alto, troppo instabile.

Ristabilisco il contatto con la terra, mi sento ancorata a qualcosa, è l’unico modo che conosco per non volare via. Con i palmi appoggiati al pavimento e le gambe allungate davanti a me, aderenti al suolo attraverso i collant sottili. Mi basta poco, e ognuno ha il suo modo di sopportare la vertigine del mondo.

Poco prima ero seduta al tavolo del ristorante, una donna mi è passata accanto con una pila di fogli disordinati tra le braccia.

«Io alla tua età non avevo tempo per pensare all’amore, ai ragazzi, al piacere» ha detto andando a sedersi a un tavolo poco distante dal mio. Per un attimo l’ho guardata con curiosità.

«Come, scusi?»

Lei ha continuato a parlare senza guardarmi, e io mi sono accorta che non mi aveva neanche sentita; era immersa in una conversazione con se stessa, io ero solo un elemento estraneo, proveniente dal mondo reale, che per sbaglio le era capitato sotto agli occhi e al quale si era rivolta per una frazione di secondo.

Ha iniziato a spargere i fogli davanti a lei, girandoli con foga, inforcando un paio di occhiali, prendendo maldestramente tra le dita una penna rossa e facendo finta di sottolineare e scrivere, come una maestra impegnata a correggere i compiti degli allievi a fine giornata. Sembrava davvero brava a trovare gli errori e cerchiarli con la penna rossa, sembrava che nemmeno uno potesse sfuggire alla sua vista.

«L’amore, l’amore, l’amore, non si parla d’altro. Io lavoravo, alla tua età, altro che amore. Io lavoravo e non avevo tempo. L’amore fa andare avanti il mondo, che sciocchezza. L’amore è il centro di tutto, il fulcro, il motore, che stupidaggine. Io lavoravo, e non avevo tempo di amare, non avevo tempo per piangermi addosso, non avevo tempo per le lacrimucce come le mie amiche. Io lavoravo e non sapevo cosa volesse dire soffrire per amore. Nessuno mi ha mai spezzato il cuore, a me.»

La sua penna rossa continuava a sfrecciare, a tirare righe, a tracciare cerchi lasciati aperti; chissà se aveva trovato tutti gli errori della sua vita.

Lei ha continuato a parlare e io mi sono guardata intorno; un’altra voce era emersa da un angolo della sala semi deserta del ristorante. Un uomo parlava sommessamente, masticando le parole che rivolgeva al piatto pieno di verdure e di pasta davanti a lui. La conversazione che stava intrattenendo con quei vegetali e quei carboidrati era intensa e serrata, le sue guance erano arrossate sotto alla lunga barba grigia e io non riuscivo a capire cosa stesse dicendo.

La carne nel mio piatto stava diventando fredda e dura. Ho guardato il vino rosso nel calice trasparente, le macchie sul biglietto di carta su cui era segnato a penna il conto, il tovagliolo appallottolato. La voce della donna e quella dell’uomo si sono sovrapposte e sono diventate fortissime, assordanti, una cacofonia deleteria, un caos di parole senza senso una sopra l’altra, un intreccio di segni a penna rossa davanti ai miei occhi.

Ho sentito scendere verso le mani il formicolio che da qualche minuto si era attaccato alla mia nuca. Ho sentito un peso sul petto, ho sentito che non riuscivo più a respirare, ho sentito che le luci stavano iniziando a girare troppo in fretta intorno a me. Ho sentito che dovevo alzarmi, ma ho anche sentito che se mi fossi alzata sarei collassata a terra.

«L’amore, l’amore, l’amore.»

«E poi tu te ne sei andata e io cosa avrei dovuto fare, eh? Secondo te? Dimmelo! Dimmelo!»

«Io lavoravo, io non avevo tempo per l’amore. Nessuno mi ha mai spezzato il cuore, a me.»

«E io ti odio, ti odio con tutto me stesso, perché quella mattina non ti ho più trovata e tu mi hai spezzato il cuore e sei solo una puttana.»

Con un balzo mi sono alzata dalla sedia e sono corsa barcollando verso il bagno. Tutto quello che dovevo fare era riuscire a sedermi su un pavimento. Ho sceso le scale a rotta di collo trattenendo il fiato. Poi mi sono chiusa la porta alle spalle e mi sono lasciata scivolare sul pavimento.

So di avere un vizio per i pavimenti dei bagni. A volte mi appoggio contro il water, contro la curva morbida e fredda del marmo della tazza del water, ma questa volta non posso farlo. A volte, se sono accanto al bidet, metto una mano sul rubinetto di acciaio e apro l’acqua; la lascio scorrere per un po’ e poi, quando è rovente, quando scotta, quando è calda da fare male, ci metto sotto prima le dita, poi le falangi, una dopo l’altra, fino ai palmi, fino al polso. Lascio che la mia mano intera prenda fuoco, che la pelle urli di dolore e cerchi di ritrarsi, spinta dal riflesso che ci protegge dal farci del male, dall’autodistruggerci. Le volte in cui piango, mi accorgo che più la mia pelle urla di dolore, e meno le lacrime scendono. È come se l’epicentro del dolore si spostasse.

Questa volta non c’è nessun bidet e nessun flusso di acqua rovente con cui farmi male.

Resto qui immobile, fisso il soffitto, poi chiudo gli occhi. Un grande sospiro esce dai miei polmoni e se ne va.

C’è chi parla da solo perché non ha nessuno con cui parlare, chi parla a se stesso perché non c’è nessuno ad ascoltarlo; le loro parole alla fine si incontrano in un dialogo eterno e fuori dal tempo, e io mi rialzo dal pavimento.


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