Di fascismo e antifascismo oggi si parla tanto, ma male. Questi termini, infatti, vengono usati in modo spesso improprio, inesatto, a scopo più o meno polemico, generando così una grande confusione sui relativi fenomeni e impedendo la piena comprensione di importanti questioni politiche e storiche. Siamo sicuri di saperne davvero abbastanza?

Cos’era e cos’è il fascismo

Prima di tutto, è importante conoscere il fenomeno del fascismo e le differenti accezioni del termine che lo designa. Edda Saccomani, per l’Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani, distingue:

tre significati principali del termine: il primo fa riferimento al fascismo italiano nella sua individualità storica; il secondo è legato alla dimensione internazionale che il fascismo acquistò allorché il nazionalsocialismo si affermò in Germania con caratteristiche ideologiche, modalità organizzative e finalità politiche tali da indurre i contemporanei a stabilire una sostanziale affinità tra il fascismo italiano e quello che venne chiamato il fascismo tedesco; il terzo, infine, estende l’uso del termine a tutti quei movimenti o regimi che condividono con quello che viene chiamato il ‘fascismo classico’ un certo nucleo di caratteristiche ideologiche e/o di modalità organizzative e/o di finalità politiche.

Inoltre, in linea con questo terzo significato, il termine fascista si riferisce ad atteggiamenti che tendano all’uso della violenza e alla violazione dei diritti e delle libertà individuali, in quanto questi – come vedremo – si sono delineati come tratti caratterizzanti del fenomeno fascista storicamente determinato. Quest’uso è largamente documentato nei dizionari, che attestano l’aggettivo come sinonimo di dittatoriale, totalitario, tirannico, autoritario, autocratico, dispotico, reazionario, prepotente, arrogante, violento e, per concludere in una sola parola, antidemocratico.

I tratti salienti dell’ideologia fascista

Si badi bene che il fascismo, dalla sua nascita all’esercizio del potere, non è stato un fenomeno omogeneo. Agli albori, infatti, lo troviamo anticlericale e repubblicano, con proposte di riforma istituzionale, economica e sociale molto radicali, e raccoglie esuli interventisti di una sinistra che si era invece opposta all’ingresso nella Grande Guerra. Tra questi, Benito Mussolini. Nella sua fase di potere, invece, il fascismo giungerà ad essere un regime dittatoriale in accordo con la monarchia e la Chiesa (che gli valse l’appellativo di “totalitarismo imperfetto”), snaturando per molti aspetti il movimento originario.

Elementi costitutivi e caratterizzanti la quasi totalità della sua storia, tuttavia, ci sono: violenza e repressione della libertà individuale e del dissenso. La prima può essere rintracciata già nel primo squadrismo, difficile da tenere sotto controllo per Mussolini stesso; la seconda sarà tanto più forte quanto più il regime cercherà di imporsi e far fronte a mutate esigenze politiche. Alla base di entrambi c’è la venerazione richiesta dal fascismo verso lo Stato, ed in particolare verso se stesso:

Il fascismo rivendicava una diversità privilegiata dagli altri partiti, ponendosi al di sopra delle leggi in nome della pretesa superiorità della sua etica politica: chi si opponeva al fascismo era considerato un ‘nemico della nazione’, contro il quale era lecita qualsiasi forma di violenza.

Le origini dell’antifascismo

Data questa natura dispotica e violenta, al movimento si sono sempre opposte varie forze che non ne tolleravano modi e operato. Contrariamente a quanto si crede, è stata una risposta abbastanza precoce, precedente all’ascesa al potere di Mussolini, ma soprattutto non riguardante la sola sinistra. Si trattò da subito di un dissenso trasversale, che ha annoverato tra le sue fila liberali e demo-liberali, socialisti, comunisti, popolari. Scrive a tal proposito lo storico Leonardo Rapone:

Furono i fascisti italiani stessi a elaborare per primi il concetto di antifascismo: in forza di una visione dicotomica della lotta politica, già prima della marcia su Roma essi iniziarono a raggruppare sotto la comune e indistinta denominazione di ‘antifascisti’ non solo gli avversari, ma anche gli spettatori più perplessi delle loro gesta o gli interlocutori più tiepidi, tutti considerati, a diverso titolo, l’antitesi dei valori nazionali di cui il fascismo si attribuiva l’esclusiva rappresentanza.

[…] L’antifascismo in senso proprio nacque allorché nei residui settori non fascisti della società italiana, dalla semplice disposizione critica o anche ostile nei riguardi del fascismo, si passò alla più matura consapevolezza che tra fascismo e non fascismo, anziché uno dei vari fronti della competizione tra i partiti, correva quello centrale, soverchiante tutti gli altri, e decisivo in vista di qualunque ulteriore sviluppo.

Emblematico esempio dell’ampiezza dello schieramento è il ben noto caso della secessione dell’Aventino. A seguito della loro protesta gli aventiniani furono fatti decadere dal loro mandato: a quel punto rimasero a Montecitorio solo i membri del partito fascista (maggioranza) e sei giolittiani (opposizione). L’episodio fu anche occasione per la svolta apertamente dittatoriale del regime, che precluse le vie della legalità all’antifascismo.

Tra egida comune e divisione

Sotto il regime e durante la II Guerra Mondiale l’antifascismo è stato il catalizzatore delle forze democratiche, il comune denominatore che ha permesso loro di creare un fronte comune opposto a quello fascista, per sua definizione antidemocratico. Va da sé che, una volta escluso il pericolo di una deriva antidemocratica, la dialettica politica sia tornata a concentrarsi sulle differenze tra le fazioni precedentemente coalizzate e si sia riacuita la competizione tra partiti. Un chiaro esempio di antifascismo come valore comune di riferimento è racchiuso nelle nostre stesse istituzioni: il fondamento della Repubblica Italiana e della sua Costituzione era stato trovato all’unanimità proprio nell’antifascismo, necessario sia per creare un ampio accordo politico, sia per la legittimazione degli ideali della neonata istituzione. Ciò implica, inoltre, anche per il futuro, la possibilità delle varie forze politiche di riunirsi sotto l’egida dell’antifascismo qualora la democrazia venisse messa seriamente a repentaglio.

Con il mondo diviso tra blocco statunitense e blocco sovietico, tuttavia, le posizioni sono venute a polarizzarsi in liberal-democrazia da una parte e comunismo dall’altra. In questo quadro, il termine “antifascismo” è stato rivendicato sempre più da forze politiche di sinistra: si sono difese dalla pressione anticomunista ricordando il loro impegno nei tempi bui appena trascorsi. È nata anche da qui la percezione odierna del termine, e nel tempo si è rinforzato il pensiero – errato – che in esso possa identificarsi la sola sinistra o addirittura i soli comunisti. Il risultato è che l’antifascismo, come valore universalmente riconosciuto, arranca. Dato il suo riferimento – in negativo, in opposizione – ad una precisa ideologia e fazione politica esplicitamente presente nel nome, il termine “antifascista” viene percepito come divisivo. Ad “antifascista” si potrebbe allora preferire “democratico”, che invece è considerato un termine neutro.

Ma i termini “democratico” e “antifascista” sono sinonimi? E differiscono solo per il carattere divisivo del secondo?

Il senso profondo dei termini

Più che di sinonimia sarebbe corretto parlare di una forte correlazione e sostanziale analogia tra i significati profondi dei due termini. In senso stretto, infatti, si riferiscono a due cose differenti (la democrazia è un sistema di governo, l’antifascismo un movimento di opposizione politica), le quali però sottendono gli stessi valori e ideali: libertà e uguaglianza dei cittadini, garanzia dei loro diritti e così via. Le democrazie contemporanee devono la loro vita e la loro forza proprio all’opposizione netta al fascismo, che dal concetto di democrazia – come si è visto più sopra – è lontano per sua natura ed esplicita volontà.

Dunque, chiunque si dichiari democratico si sta implicitamente dichiarando antifascista: alla luce della storia qui ripercorsa, sbaglia sia chi equipara una qualsiasi posizione di destra al fascismo, sia chi identifica l’antifascismo con la sola sinistra. Ad entrare in rapporto dicotomico con l’antifascismo c’è solo il fascismo stesso con i suoi seguaci. In questi termini si potrebbe allora ammettere la natura divisiva dei termini “antifascismo” e “antifascista”: si rimprovera loro, in sostanza, di volere una democrazia che escluda qualcuno. Sulla legittimità di questa posizione – può uno Stato che garantisce libertà e diritti negarli a chi, a sua volta, li nega a tutti gli altri? Si può accettare nel confronto chi vorrebbe eliminare la possibilità del confronto? – non si può che rimandare alla giurisdizione in materia e allo spinoso dibattito filosofico in merito alla tolleranza.

Tuttavia va detto che a puntare il dito su questo presunto aspetto divisivo del termine “antifascista” si rischia di dimenticare gli ideali di unità, uguaglianza e libertà che esso primariamente veicola. A preferire la neutralità del termine “democrazia” si rischia di svalutarla in insieme di generici e illimitati diritti, tralasciandone i complementari doveri, e infine metterla potenzialmente a rischio.

Problematicità in fermento

Allora cosa fare? Difficile dirlo. Ma prima di pensare se escludere o meno gli intolleranti, bisogna evitare di diventare tali. L’intolleranza è la fisiologica degenerazione di un dibattito pubblico già paralizzato e polarizzato. Ciò avviene se si perde di vista il significato profondo dei termini che utilizza, perché non ci si chiede quale sia e si procede passivamente, dando per scontate risposte che invece è molto complesso individuare.

L’alternativa è continuare a porsi queste domande e tenerne presente la problematicità. Ovvero: dialogare, mettersi in relazione, considerare e rispettare la posizione dell’altro, anche mettere in dubbio la propria. Finché fa questo, la società sarà matura ed in fermento.