Luca Vecchi (Roma, 1985) è diplomato in regia cinematografica alla Nuova Università del Cinema e della Televisione di Cinecittà e laureato in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso l’università di Roma Tor Vergata. Noto per essere cofondatore di The Pills, gruppo comico nato nel 2011 e conosciuto per i video web ironici e scanzonati su temi comuni ai giovani, specialmente della Capitale. Nel 2016 approdano al cinema con il film: The Pills – Sempre meglio che lavorare. Parallelamente all’attività su cinema, web e tv, spicca in Luca Vecchi una grande passione per la fotografia e per la cultura giapponese. Ed è proprio da queste passioni che nasce OKAA-SAMA // Onorevole madre, la prima personale di fotografia, proposta al pubblico a Milano dal 10 al 12 maggio 2019 presso Ad Gallery, subito dopo l’inaugurazione alla fondazione Besso di Roma. La mostra, realizzata con il sostegno dell’Associazione Giappone in Italia, è un tributo particolare alla figura della donna e alla femminilità: le Madri di Vecchi sono infatti vestite come antichi guerrieri, con le tipiche armature rituali Yoroi della tradizione giapponese.

Questa la descrizione di Luca in esclusiva per Lo Sbuffo:

«Ho messo insieme due concetti molto semplici: il campo di battaglia dove la vita finisce e la madre, dove la vita comincia. Due concetti agli antipodi, che messi insieme destabilizzano chi guarda. Utilizzando questa tecnica di finto banco ottico, come da studio antropologico. Le prime due mostre (a Roma, ndr) erano sviluppate in modo diverso: soltanto pannelli a grandezza naturale in uno spazio buio, era più immersivo. Volevo dare l’impressione allo spettatore di trovarsi in un museo in notturna. Chiaramente portare in giro un progetto del genere è più impegnativo. Quindi abbiamo pensato a un re-size.

Onorevole madre rappresenta proprio l’unione di questi due concetti, con effetto di straniamento. La spada è la rappresentazione del figlio; sono tutte donne in diversi mesi di gestazione, con fisicità diverse ed età diverse, in un momento diverso della vita e della gravidanza. Ho immaginato anche delle biografie per ognuna di loro, non reali, per rispettare la privacy delle modelle. Ogni donna appartiene a un ceto sociale: sul campo di battaglia erano ben definite le gerarchie; abbiamo l’armatura del signore della guerra, quella più elaborata; oppure la maschera del teatro Kabuki, per la quale ho immaginato una donna che usa la teatralità e l’inganno per portare avanti la gravidanza; poi c’è quella di un soldato semplice; infine è rappresentato il ceto sociale più basso: una contadina con un’armatura di fortuna (che è anche la copertina della mostra).»

Le Yoroi, infatti, imitando fisionomie animali, venivano indossate per terrorizzare gli avversari e per spersonalizzare il guerriero, rendendolo una sorta di demone. Nelle fotografie, da queste terribili corazze emergono però in modo del tutto inaspettato e delicato delle forme femminili, in attesa. Dai genitali fuoriesce il manico di una spada daikatana o tachi, seguendo la curvatura del grembo materno e della spina dorsale delle donne ritratte. Un corpo allo stesso tempo guerriero e profondamente vulnerabile.

«Abbiamo usato una base di armatura reale e poi con un lavoro di scenografia abbiamo ricostruito il resto. Le maschere erano molto importanti per il campo di battaglia: spesso riproducevano smorfie per spaventare l’avversario, inoltre non facendo entrare la luce non si vedevano gli occhi e si aveva l’impressione di combattere contro qualcosa di inanimato, una statua; la sottomissione prima era psicologica e poi bellica. Volevo restituire la sensazione di osservare sul volto qualcosa di inanimato, una statua, per la maschera indossata; e all’opposto qualcosa di totalmente animato nella parte centrale del corpo: la madre in piena gestazione, la vita. Il provare allo stesso tempo distacco e rassicurazione. Questi due sentimenti che vengono suscitati sono agli antipodi e sono il cuore del progetto. La parte periferica del corpo è armata, mentre la parte centrale è scoperta, totalmente priva di protezione, tranne che per la spada, concepita come il bambino che sta per nascere.»

Un progetto fotografico che, riproponendo l’archetipo della dea madre, culto primigenio di ogni civiltà, è una celebrazione della donna e della maternità, in chiave giapponese:

«Il Giappone mi ha sempre affascinato, ci sono stato un paio di volte ed è un altro pianeta; hanno una cultura e un atteggiamento nei confronti della vita totalmente opposto al nostro: la forma è già il contenuto. Ho anche studiato jujitsu antico: lo studio delle armi, del campo di battaglia e della tecnologia utilizzata.»

La mostra, composta da 4 trittici, 8 dittici e scatti singoli, ha già visto uno dei suoi scatti premiato con la “Honourable mention” del Monochrome Photograpic Award 2018, e tornerà a Milano il 9 giugno per la Festa del Giappone 2019 all’Idroscalo.


FONTI

Intervista della redattrice con Luca Vecchi

Catalogo e testi della mostra OKAA-SAMA // Onorevole madre, presso AD-Gallery.

CREDITS

Immagini gentilmente concesse da Associazione culturale Giappone in Italia