Il Festival itinerante dei Diritti Umani è arrivato sabato 11 maggio, dopo essere stato ospitato in altre città italiane, per la prima volta al MAXXI – Museo Nazionale delle arti del XXI secolo – di Roma, a tema Guerre e pace. Giunto alla quarta edizione, il Festival si è svolto tramite la proiezione di documentari e lo svolgimento di incontri e dibattiti con la partecipazione di esperti, giornalisti e invitati speciali. Ciò è servito principalmente a fare un check-up sulle attuali situazioni di conflitto nel mondo che distruggono migliaia di vite ogni giorno, calpestandone l’umanità, con armi sempre più sofisticate e letali.

Attualmente 1 nazione su 5 è in guerra, e i milioni di rifugiati sparsi per il mondo trovano muri sempre più alti e invalicabili. I diritti umani sono i più fragili e importanti e se guadagnarli costa molta fatica, basta davvero poco per farli scivolare via. Da qui la necessità di sensibilizzare la società civile con eventi gratuiti, aperti al pubblico, dando spazio anche a percorsi dedicati agli studenti delle scuole, perché non si abbassi mai la guardia su certi temi considerati di fondamentale importanza. Questa è da sempre l’essenza del festival.

“La guerra in casa”: una mattinata per le scuole superiori

Il primo evento del Festival si è svolto rivolgendo l’attenzione agli studenti delle scuole superiori, che hanno così potuto assistere in anteprima al documentario Dying for Mosul. La città di Mosul è stata conquistata nel 2014 dall’ISIS e in seguito liberata: teatro di sanguinosi combattimenti che hanno coinvolto anche la popolazione civile. Il film è stato girato dal regista svizzero Bernard Genier, che ha seguito la missione di una ONG composta da uomini con competenze mediche e militari, che arrivano dove molte organizzazioni umanitarie non riescono. La missione di questo team è quella di salvare i civili feriti all’interno delle trincee, dove si trovano sotto il bersaglio dei cecchini dello Stato Islamico. Proprio per tale contesto, in cui anche i soccorritori rischiano di morire, essi sono autorizzati dal governo iracheno a dotarsi di armi e convogli blindati. Nel video colpisce molto la visione dell’estrazione e il salvataggio di una bambina sotto shock da una trincea in mezzo a cadaveri, rimasta per giorni accanto al corpo della madre ormai senza vita.

A seguire i ragazzi hanno potuto ascoltare la testimonianza diretta di Gennaro Giudetti, operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, che ha raccontato come la sua voglia di aiutare gli altri e di non stare a guardare i morti nel Mediterraneo, spesso considerati come meri numeri, lo abbiano portato a cambiare lavoro e a partire per lavorare sulle navi di soccorso. Tale discorso si è inserito proprio nel giorno in cui dal Ministero dell’Interno sono state sparse voci sulla predisposizione di un Decreto sicurezza bis che criminalizzerebbe di fatto coloro che prestano soccorso proprio ai barconi in mare.

“Un giorno qualcuno dovrà rendere conto di tutti questi morti in mare e qualcuno ci chiederà noi dove eravamo”.

“Il progetto sogno”

La seconda parte della sessione è stata invece dedicata alla fotografia. I due fotografi Valentina Piccinni e Jean Marc Caimi hanno chiesto ad alcuni soldati volontari, prima che partissero per il fronte ucraino durante la guerra, cosa immaginassero chiudendo gli occhi. Da questa domanda è nato un diario di speranze, paure e sogni comuni a tutti gli esseri umani durante la guerra. Alcuni raccontavano di sognare che la guerra fosse già finita, alcuni la propria madre, che forse non avrebbero più rivisto. Un modo alternativo di esprimere i lati più umani e intimi che permangono nonostante le terribili violenze, attraverso il racconto di un sogno o di un pensiero.

“Illuminare le periferie del mondo”

Questo incontro ha posto l’attenzione sul ruolo dei media nel diffondere le informazioni e, di rimando, come essi spesso oscurano o sacrificano spazio alle notizie provenienti da certi luoghi considerati più remoti nel mondo.

“Se non si conosce il perché come possiamo capire fenomeni complessi quali l’immigrazione, se non viene dato spazio a cosa succede in quei paesi di emigrazione?”

Stando ad una statistica dell’UNHCR in Italia la maggior parte degli immigrati arrivati negli ultimi anni provengono dalla Tunisia e dall’Eritrea. Ma quante volte si sente parlare di questi paesi? Il rapporto 2019 dell’Osservatorio di Pavia e del COSPE conferma questo curioso paradosso: meno di 5 notizie all’anno. La mancanza di informazione a tutto tondo rischia così di diventare terreno fertile per alimentare luoghi comuni e paure che creano ostilità verso il diverso. La riflessione che ne è emersa è che il cittadino ha il diritto di essere informato; bisognerebbe aumentare all’interno del servizio gli spazi di conoscenza e approfondimento che si occupano di queste aree geografiche.

Quel groviglio chiamato Siria

La mattina è poi terminata dando spazio alla guerra in Siria, attraverso un ospite d’eccezione: Abdulrahman Almawwa, rappresentante e portavoce dei caschi bianchi siriani, una forza civile che ha deciso di dare soccorso ai connazionali vittime della terribile guerra. I caschi bianchi siriani, in quanto ONG locale, sono stati candidati svariate volte al premio Nobel per la pace per il loro rischioso impegno sul campo in maniera neutrale. Proprio per la loro neutralità, sono stati presi di mira dal regime di Assad, che attraverso una campagna diffamatoria ha tentato di minarne la credibilità. I caschi bianchi si dichiarano solo al servizio dei siriani e delle siriane, senza schieramenti, conferma Adbul. L’Organizzazione è nata nel 2013, due anni dopo l’inizio del conflitto, tramite un gruppo di circa 20 persone molto diverse tra loro, tra cui alcuni panettieri, avvocati, commercianti… al fine di colmare la mancanza di una cultura della protezione civile vera e propria. Essi si recano nei luoghi bombardati per estrarre i civili intrappolati sotto le macerie, con strumenti primitivi come zappe e pale, poiché i soli a disposizione. L’ospite ha cercato di trasmettere l’emozione che si prova ogni qualvolta viene estratto un bambino vivo e si ricevono i ringraziamenti dei genitori in lacrime.

Queste persone sono i primi testimoni dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità posti in essere dal regime di Assad che, attraverso i bombardamenti, colpisce anche infrastrutture civili, quali ospedali e scuole. L’uso di barili bomba e di armi chimiche di massa è stato ampiamente documentato e le prove raccolte sono da anni sulle scrivanie del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

“Ma voi davvero vi aspettate che dopo tutti questi crimini documentati, qualcuno possa avere ancora qualche tipo di fiducia nella comunità internazionale?”

“I siriani non aspettano e non sperano più che interveniate dopo che hanno subito assedi senza aiuti umanitari per giorni”.

L’attivista sostiene che, per ricostruire la fiducia della popolazione siriana, i paesi indirettamente coinvolti ma che hanno il potere di cambiare le cose, dovrebbero dimostrare la volontà politica di voler costruire un futuro più libero, democratico e senza armi, dando alla Siria gli strumenti per ottenere una giustizia di transizione che possa ridare dignità, speranza e un futuro al paese. Durante il dibattito viene posto un ultimo tema: quante persone sono morte in Siria, le cui salme non sono state identificate o addirittura nemmeno ancora trovate? Quante fosse comuni non ancora scoperte? Nella valle di Homs e a Raqqa ne vengono trovate di nuove quotidianamente. Il paese rischia di essere ricostruito sopra le fosse comuni.

Non resta che rimanere con la speranza che la storia non renda vane tutte queste vite sacrificate.


FONTI

Festival Diritti Umani del 11.05.19, MAXXI Roma

Rapporto 2019 “illuminare le periferie” dell’Osservatorio di Pavia, COSP e FNSI

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