Il MI AMI (Musica Importante a Milano, precisamente al Circolo Magnolia, di fianco all’idroscalo) anno dopo anno diventa un momento sempre più irrinunciabile per la scena musicale nazionale. Rispetto all’anno scorso troviamo un giorno in più di concerti (24, 25 e 26 maggio) e un palco in più. Spazio a ogni genere e a ogni tipologia di artista, dal minorenne alla star con trent’anni di navigata carriera alle spalle. Ecco il resoconto della giornata di sabato 25. In generale, è da segnalare un serio problema sul palco Jowaé, in cui la maggior parte degli artisti aveva il volume dei microfoni così basso che la voce veniva spesso sovrastata dalla base. Un vero peccato.

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Tropea, 17.40:

Anche avendo sentito solo metà della loro performance, si capisce subito che si tratta di una band punk molto gasata. L’energia è incredibile per essere ancora metà pomeriggio.

Irbis 37, 18.25:

Un interessante esperimento proveniente dal roster Undamento (Frah Quintale, Dutch Nazari). La sfortuna vuole che siano, tra quelli visti, gli unici a esibirsi con la pioggia. Finiti di recente con il progetto Schicchere all’interno delle playlist Graffiti Pop e New Music Friday Italiale tigri della Bovisa propongono canzoni di non facile accesso. Lo stesso frontman a un certo punto, cercando di incitare una platea forse ancora fredda e non troppo ricettiva, ammette candidamente: “So che quel che proponiamo è complicato“. A volte diventa difficile per lui, in preda all’istinto quasi ferino, mantenere il giusto equilibrio. Non cerca un flow che assecondi l’ascolto, e l’urgenza espressiva così dirompente fa sì che per la frenesia qualche parola venga mangiata. C’è più apertura nei ritornelli, i quali seguono una melodia tendente al cantato che non abusa dell’autotune.

Margherita Vicario:

A sorpresa, l’ex Nina de I Cesaroni si esibisce in una breve parentesi che strizza l’occhio al rap. Sembra grata dell’occasione, ma a livello di emozioni non trasmette granché.

Victor Kwality, 19.50:

Già presente al MI AMI nel 2016, presenta quest’anno il nuovo lavoro Dinosauri, di cui ricorreva proprio il complemese – neologismo poco felice. Un lavoro ricco di influenze black, reggae ed elettroniche, definito addirittura “una nuova parte di vita”. I testi sono metà in inglese e metà in italiano. Nel finale propone una riuscitissima e originalissima nonché del tutto inaspettata cover di A muso duro di Pierangelo Bertoli.

Mike Lennon, 20.35:

Siamo di fronte al primo asiatico che fa trap in Italia, quanto meno con un seguito di queste proporzioni. Pubblicato da Carosello Records il mese scorso, si potrebbe definire un Bello Figo Gu ma from Vietnam. Afferma di aver passato gli ultimi otto anni della sua vita in studio e nessuno lo mette in discussione. Semplicemente… sarà stato dentro allo studio di altri ad ascoltare, senza prendere appunti, tra l’altro. Sembra disposto a scendere a qualsiasi livello pur di ottenere quei famosi 15 minuti di notorietà: si tratta di puro intrattenimento trash, senza limiti. A confermare il tutto, la presenza nel finale di uno dei maestri del rap “demenziale” nel nostro paese, vale a dire G.bit, autodefinitosi il rapper più felice d’Italia. Quest’ultimo saltella da una parte all’altra del palco accompagnato da una base cantata, che impedisce di escludere a priori la variabile playback. E non sarà un caso isolato, purtroppo.

Chadia Rodriguez, 21.05:

Due premesse doverose: in cuffia, i brani prodotti da Big Fish e scritti da sua maestà Jake La Furia (i veri maghi dietro a questo prodotto discografico targato Sony) hanno subito stregato, creando aspettative molto alte. In secundis, restino a distanza di sicurezza tutti coloro per i quali l’autotune è kryptonite. Ciò detto, il microfono ha dato evidenti problemi, a lei più che a chiunque altro: Chadia, finita addirittura di recente sulla poltrona di EPCC, appare imbarazzata e a disagio, non aiuta il fatto che come personaggio sia già assai costruito e preimpostato. Lo stesso Jake, dopo essere salito e aver dimostrato le proprie qualità nel brano 3G, una volta tornato dietro le quinte è visibilmente teso oltre ogni ragionevole misura. Peccato, perché per quel poco che si è sentito, alla ragazza marocchina classe 1998 riesce molto più naturale andare a tempo sul beat che non mostrare le natiche in pieno stile Cardi B.

Venerus & his orchestra, 21.50:

Avvolgente, quasi psichedelico. Un momento super della serata, piacevolissimo. Esibizione che dà ampio spazio all’aspetto strumentale, dove la particolarità artistica si evince a partire dal taglio di capelli (il più strano che si sia mai visto su un palco) e prosegue per tutta la durata delle canzoni, con un jazz sui generis di altissimo livello. Sicuramente l’ossigeno che porta Venerus risulta ancora più evidente a causa di chi lo ha preceduto. Per chi non lo ha mai ascoltato dal vivo l’impostazione può sembrare assai rodata, e invece è la prima volta che propone una simile scaletta a un live. Il cantante è prima alla tastiera, poi alla chitarra: i testi non sono così potenti o indimenticabili, ma per quanto riguarda il ritmo e il groove, che sembrano essere le cose a cui più tiene, è palese che per natura gli scorrano dentro. Il milanese classe 1992 ci sa fare, è a fuoco. È perfettamente consapevole di quale sia la “sua cosa”, come direbbe Frankie hi-nrg, e la fa con classe e stile.

Mahmood, 22.50:

Non stupirebbe se la serata del 25 maggio avrà, un giorno non lontano, un valore storico per il secondo classificato all’Eurovision Song Contest del 2019. Il cantante di Gratosoglio, dopo anni passati da spettatore in collinetta al MI AMI, suona per la prima volta ufficialmente nella sua Milano dopo il grande successo degli ultimi mesi. Ci teneva, per sua stessa ammissione, a fare bella figura ed è da promuovere a pieni voti. Sa cantare e muoversi con swag e armonia, ha un timbro vocale unico, esotico e inedito a questa latitudine. Azzarda addirittura un pezzo in arabo, per rendere onore alla sua metà egiziana. Il pubblico, che all’inizio sembra lì unicamente per l’hype e non per altro, dopo Gioventù Bruciata esplode. Ma il meglio deve ancora venire: il capo di Island Record Jacopo Pesce ha infatti organizzato le cose in grande, e per Calipso arriva il trapking Sfera Ebbasta insieme al sottovalutatissimo Dardust. Poco dopo è il turno del Ragazzo d’oro Gué Pequeno. Rimane dietro le quinte un divertito Marracash. Forse non siamo di fronte al nuovo Tiziano Ferro, ma di sicuro Mahmood non è lì per caso come qualcuno ha millantato a febbraio dopo la vittoria al Festival di Sanremo.

Myss Keta, 00.00:

Succinta e provocante. Promuove il nuovo album Paprika davanti al suo pubblico, i ketamini, un gruppo suggestivo e sopra le righe. Accompagnata dalle fedelissime ragazze di Porta Venezia Miuccia e Donatella, propone uno spettacolo molto teatrale in cui costumi e mosse sexy sono la principale chiave di lettura. Poi, arriva la forte componente elettronica delle basi, solo all’ultimo i testi. Tra gli ospiti: Elodie, Roshelle, Priestess e Gué Pequeno (altamente a suo agio circondato da sole donne in bikini), ma soprattutto Mahmood, che fa un figurone in Fa paura perché è vero. Decisamente uno dei momenti più alti della serata, dove la complicità mista alla rilassatezza dei due ha incendiato il pubblico. Il progetto Myss Keta può certamente essere letto come una celebrazione dell’assurdo, ma se si indaga più attentamente è lodevole e per nulla scontato il messaggio di tolleranza e rivendicazione dei diritti di libertà sessuale della donna che si vuole far passare.

Ensi, 00.55:

Se fai il rap in playback non è rap tipo.

Basterebbe questa frase dal brano Deng Deng per riassumere che cosa è stato il live di Ensi e quale sia l’importanza del valore che ha lasciato a chiunque tra i presenti sia amante del rap italiano. Il torinese ci ricorda chi sia il vero re delle punchline in Italia, presentando uno show senza compromessi o ritornelli catchy. A differenza della stragrande maggioranza della scena, non ha qualcuno presente a chiudergli le rime e non ha problemi a improvvisare tramite l’artificio del freestyle. “Real classic old school” direbbero oltre oceano. Il suo faticare nell’ottenere lo spazio che meriterebbe a livello di mercato discografico, come rivendica in più di un pezzo, è emblematico della semplificazione in atto in Italia e non solo. Si consiglia di vederlo live per capirne invece il reale peso specifico tecnico.

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Il MI AMI, il cui direttore artistico è Carlo Pastore, di Rockit, resta un Festival a cui si deve partecipare se si abita in zona e si ama la musica. Atmosfera felice e spensierata, unica pecca l’arduo compito di dover a volte scegliere tra due grossi nomi in contemporanea. Ma soprattutto, artisti che passano di fianco come se nulla fosse, acqua gratuita e prezzi in generale contenuti. Gente di ogni età, sesso ed estrazione sociale costantemente sorridente e a proprio agio. A volte si ha la sensazione che si stiano baciando tutti.

FONTI

Partecipazione al MI AMI 2019